I funzionari di banca indagati e i finanziamenti che diventano onere sociale

Ho pensato per quasi un giorno intero se, in tempi di Coronavirus, con l’attività giudiziaria soggetta a procedimenti sospensivi del Ministero, non fosse il caso di “rallentare” queste riflessioni, perché la comunità in questo momento è confrontata ad altri problemi. Dopodiché, ho concluso che, in fondo, in queste colonne si parla di princìpi e si guarda non all’aspetto più tecnico della giustizia, ma all’impatto che alcune sue vicende hanno sulla società e sul nostro vivere.

Aspetti – coniugati al fatto che una malattia può indubbiamente spaventare, ma non deve impossessarsi aprioristicamente delle nostre vite (che vanno invece responsabilmente ispirate alle prescrizioni di chi è preposto a gestire l’emergenza) – tali da indurre a concludere che, magari queste righe non saranno le prime ad essere cercate ogni mattina (peraltro, già nascono per un pubblico “di nicchia”), ma GiustiziAndO non ha, per ora, un motivo concreto per “abbassare la tapparella”.

Detto questo, oggi partiamo da un flash-back dello scorso 15 ottobre, quando alcune riflessioni su bancarotta e operazioni infragruppo si concludevano con queste parole: “Che le banche non siano accolite di filantropi, lo sappiamo. Però, se esistono linee tracciate sulla sabbia da non oltrepassare, su questa spiaggia sarebbe salubre che iniziassero a fermarsi qualche metro prima, smettendo di far finta di non sapere. Per diversi motivi”.

L’argomento, afffrontato nel pomeriggio di una sentenza del Tribunale di Aosta sul “crack” di cinque immobiliari, era la concessione di credito in maniera “non troppo schizzinosa” a gruppi societari già esposti. E’ di questi giorni la notizia dell’inchiesta, chiusa negli scorsi giorni ad Aosta, che origina proprio da quel procedimento e vede indagati, per l’ipotesi di concorso in bancarotta fraudolenta aggravata, assieme all’ex immobiliarista, due funzionari del principale istituto di credito del panorama valdostano.

L’ipotesi dei finanzieri della Sezione di polizia giudiziaria presso la Procura (che avevano spulciato una cosa come trentadue conti correnti societari e diciotto personali nei primi accertamenti) è che, tra il 2013 e il 2014, abbiano gestito la concessione di finanziamenti a una società del gruppo formalmente “sana” ed impegnata in una operazione immobiliare proficua, malgrado la consapevolezza dell’importante esposizione di altre due S.a.s. facenti capo allo stesso imprenditore. Appunto, che abbiano fatto “finta di non sapere”.

Cosa? Per esempio, che la situazione debitoria del soggetto non era tale da motivare ulteriori concessioni di credito e che l’immobiliarista (questo, agli occhi degli inquirenti, racconta l’esame delle movimentazioni bancarie) abbia usato parte dei fondi ricevuti per (tentare di) saldare i debiti delle altre società. Con una sola conseguenza: oltre a commettere un illecito (l’infragruppo è vietato dalla legge), non ci è riuscito, accumulando ritardi nella restituzione delle rate (sui quali, ovviamente, la banca ha fatto girare il tassametro degli interessi passivi), e tutte e tre le società di cui era a capo sono state dichiarate fallite nel maggio 2017.

Per il pm Luca Ceccanti si legge come “aggravamento del dissesto” e quindi integra il contributo (esterno per i funzionari e diretto per l’imprenditore che si è rivolto loro chiedendo fondi) alla bancarotta. Per capire se la lettura è corretta, si terrà un processo (che si prospetta estremamente tecnico) e nessuno è colpevole fino a che non lo avrà stabilito un giudice in via definitiva. Però, la vicenda, ed in particolare alcuni suoi dettagli, riporta d’attualità quanto i “crack” presentino dei risvolti sociali, sui quali non si riflette mai abbastanza, considerandoli parte di una “mangeria” fisiologica che attanaglia il mondo.

Il primo è tra i motivi stessi che hanno fatto partire le indagini. I promissari acquirenti degli alloggi nello stabile per cui era stata creata la società immobiliare destinataria degli ultimi finanziamenti hanno lamentato, con un esposto, di aver pagato più del pattuito (una volta e mezza, circa, hanno dichiarato) gli alloggi. Perché? I fondi erogati dalla banca all’imprenditore erano garantiti da ipoteche iscritte sull’immobile. La società era prossima alla decozione, non ha fatto fronte ai suoi debiti, e per entrare in possesso delle unità non è rimasto ai futuri proprietari che accollarsi economicamente quei gravami (che altrimenti non sarebbero stati cancellati).

In seconda battuta (in ordine sparso, non di importanza) impossibile non pensare ad artigiani e ditte che hanno lavorato nello stabile. Considerate le difficoltà crescenti dell’imprenditore (prima) e la procedura fallimentare cui la società è (infine) andata incontro, difficile pensare che siano stati pagati interamente per le opere rese e che non abbiano dovuto affrontare momenti a dir poco ostici, in un inarrestabile effetto “domino”, nei rapporti con le rispettive banche (i debiti sono ormai all’ordine del giorno per chi fa impresa, ahimé) e nel retribuire i loro eventuali dipendenti. La moltiplicazione del numero di famiglie su cui una situazione del genere può essersi ripercossa è facile da immaginare.

Il paradosso in tutto ciò è che, agli occhi di chi l’ha analizzata, l’operazione immobiliare – nel centro storico di Aosta, in uno stabile di pregio – appariva in grado non solo di andare a buon fine, ma di fruttare un utile tangibile per l’imprenditore. Nella visione inquirente, a trasformarla in incubo è stato l’essere “caricata”, attraverso l’erogazione dei nuovi finanziamenti, del peso debitorio delle altre società dell’immobiliarista (indotto dalla crisi del mattone scattata dalle parti del 2008, perché non siamo – lo si è visto nell’altro processo – di fronte a casi di “prendi i soldi e scappa”).

Gli eventuali profili di responsabilità penale della banca coinvolta emergeranno dal procedimento. In termini generali, evidentemente più ampi del caso specifico, un’affermazione è però più che mai importante. L’accesso al credito è ciò che rende possibile avverare progetti personali e professionali. Presenta indubbiamente una funzione sana (anche sociale, perché parliamo di dare una chance a iniziative che altrimenti non vedrebbero la luce). Tuttavia, per quanto sia il terreno su cui gli istituti bancari costruiscono i loro utili, deve avvenire senza “zone d’ombra”, con estrema responsabilità e relegando al passato la spregiudicatezza dei film Hollywoodiani sulle “tigri” di Wall Street.

Se sfugge di mano (o, peggio, è esercitato in modo fraudolento), il contesto si rovescia: l’aiuto si trasforma in carneficina. Soprattutto in epoca di crisi, non ce lo si può permettere. Non è infatti accettabile, eticamente, ma nemmeno economicamente, che un regolatore di credito (forse è ormai dimenticato, ma le radici di alcuni istituti bancari storici affondano nella mutualità e in forme solidali analoghe) si trasformi in generatore di costi sociali da spalmare sulla comunità. Collettivizzare le perdite e privatizzare i profitti potrà anche esistere nella mente di qualche boiardo degli anni ruggenti della finanza, ma se diventa prassi, allora ben venga che la magistratura se ne occupi.

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