A proposito di virus in Valle: l’incapacità di distinguere tra fatti e reati

“Ci possono essere fatti che non hanno un rilievo penale, o per i quali non è stato possibile dimostrare l’esistenza di un rilievo penale, ma un qualsiasi uomo pubblico, come un politico o un magistrato, dovrebbe rispondere di fatti che sono lì, pesanti come le pietre, anche nel caso in cui non ci sia stata una condanna”.

“La politica non può sempre dire: ‘Aspettiamo le sentenze definitive della magistratura’. Questo va bene nell’ambito penale, perché vale sempre la presunzione di non colpevolezza. Ma ci sono certi fatti e certi comportamenti che, se accertati, dovrebbero far scattare anche delle conseguenze di tipo diverso, cioè di tipo politico”.

A parlare è il magistrato della Direzione Nazionale Antimafia Nino Di Matteo (nella foto), che è anche componente del Consiglio Superiore della Magistratura. Il riferimento, fatto in una recente puntata de “L’Aria Che Tira” (su La7), è in particolare alle “conclusioni sancite nel processo celebrato a Palermo nei confronti delle sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti e quelle del processo Dell’Utri, condannato per concorso in associazione mafiosa”.

Conclusioni che “sono lì”, dovrebbero “essere conosciute da tutti”, ma la “politica le ha ignorate”. Il riferimento è specifico, tutto centrato sulla realtà palermitana (da cui Di Matteo proviene professionalmente), ma coniugando le parole del pm antimafia alle annotazioni delle indagini “Geenna” ed “Egomnia” della Dda di Torino, su infiltrazioni di ‘ndrangheta e sue contiguità con la politica in Valle d’Aosta, non si può non cogliere un aspetto.

I processi (da “Geenna” ne sono nati due, uno in corso a Torino, l’altro previsto ad Aosta dall’11 marzo, mentre “Egomnia” è inchiesta ancora aperta) s’incaricheranno di stabilire se quelli documentati dai Carabinieri del Reparto Operativo del Gruppo Aosta siano dei reati, o meno. Ci diranno quindi se gli imputati – tra i quali due amministratori pubblici sospesi ai sensi della “Legge Severino” (il consigliere regionale Marco Sorbara e quello comunale ad Aosta Nicola Prettico) – siano colpevoli, o no.

Tuttavia, in quelle centinaia di pagine di atti d’indagine ci sono, prima di tutto, dei fatti. Ci sono Presidenti della Regione che, mentre erano in carica (investiti cioè di attribuzioni prefettizie), hanno incontrato in campagna elettorale dei pregiudicati per traffico di stupefacenti. Ci sono potenziali candidati alle regionali 2018 che hanno avvicinato “procacciatori” di voti per “sondarne” la disponibilità, sentendosi rispondere: “Qua nessuno ti cerca né soldi, né questo, né quell’altro, te però dovresti trovarmi un lavoro, no?”.

Ci sono assessori regionali che hanno chiamato, tramite le loro segreterie, gli stessi “portatori” di pacchetti di preferenze, sempre nel periodo prima dell’appuntamento con le urne, prospettando l’assunzione di loro parenti al Grand Hotel Billia, ma “qualora lo gradisse, altrimenti” avrebbero “cercato qualcos’altro”. E ci sono componenti del Consiglio Valle che, invitati a dialogare nelle settimane elettorali con presunti componenti della “locale” messa a fuoco dalle indagini, hanno esclamato dopo essersi seduti a quel tavolo: “mi ha fatto un bel discorso”.

Insomma, ci sono cose che, guardate da fuori, non paiono altro che incontri, dialoghi, pensieri, parole ed opinioni. Se integrano, o meno, dei reati non sta dirlo a chi scrive. Quello è il mestiere dei Giudici. Sono però dei fatti, non delle ipotesi. Difficili da non vedere, se in buona fede, perché filmati e fotografati da militari che hanno seguito gli indagati di giorno e di notte, dal 2014 all’autunno 2018. Non li si può ignorare, non li si può rimuovere e resteranno un dato, qualsiasi siano gli esiti dei processi.

Indifferibile al riguardo un’assunzione di responsabilità, da parte dei coinvolti, che dovrebbe, come correttamente indica Nino Di Matteo, avvenire fuori dall’ambito penale e far scattare conseguenze di tipo politico. La vedremo in Valle? Chissà. Mah. Forse. Boh. Gli indagati in “Egomnia” si sono dimessi dal Consiglio Valle (dopo che l’avviso di garanzia che avevano in tasca da settimane, insufficiente a spingerli autonomamente ad un passo indietro, è stato “svelato” dai cronisti), motivando l’abbandono con reazioni tra il comunicato stampa di prammatica e parole di circostanza.

Le forze politiche di cui erano rappresentanti quegli eletti, peraltro, non hanno compiuto uno sforzo supplementare e i loro subentranti intanto ne hanno preso il posto, poi si vedrà. Eppure non erano mancati gli “stimoli” (vedi alcune audizioni di forze dell’ordine e magistratura in I Commissione consiliare, o le iniziative dal mondo dell’associazionismo, con personaggi significativi ad Aosta). Eppure la “maratona” elettorale cui la Valle andrà incontro (il 19 aprile si voterà per il rinnovo del Consiglio Valle e il 17 maggio per il rinnovo di 66 dei 74 comuni, escludendo anche Saint-Pierre, commissariato a seguito dell’accesso antimafia scattato dopo “Geenna”) gliene offrirebbe l’occasione.

Le prime “manovre” elettorali, che si stanno disvelando in questi giorni, non manifestano però (ri)letture critiche della situazione (oltre a restare tutta da vedere la partita sulla maggior selezione delle candidature, alla luce dei fatti dell’ultimo anno). E dire che non ci vorrebbe nemmeno troppo, una cosa del tipo “i reati saranno accertati, ma alcune condotte non sono state commendevoli a prescindere e questo possiamo dirlo sin d’ora”. Ma nemmeno quel poco, ad oggi, è registrato. Insomma, la politica tira dritto, ignorando i fatti e lasciando (volutamente) fuori dalla porta parametri come l’etica e l’opportunità, nel nome dell’urgenza di “ridare la parola alla gente”.

Che la volontà popolare sia sovrana (ma comunque non sovraordinata alla legge) è indiscutibile, però se di quei fatti nessuno dirà niente (non tanto le forze di opposizione, che pure si sono dissociate e hanno tuonato, quanto quelle di governo, che esprimevano le teste rotolate nelle inchieste), essi resteranno al centro della scena, irrisolti, intonsi. Tornano così alla mente le parole di un altro magistrato in prima linea nella lotta alla mafia, il procuratore aggiunto di Agrigento, Salvatore Vella, che in gennaio ad Aosta aveva parlato di come i valdostani “per quarant’anni non hanno visto i loro problemi e pagheranno per questo”.

Forse, oltre al Covd-19, che ad oggi non vede contagiati nella regione, è questo il “virus” di cui sarebbe saggio preoccuparsi. Per iniziare a dare individualmente – senza aspettare oltre, visto che non lo fa la politica – un valore a quei fatti (e non solo agli eventuali reati), rendersi conto di quanto un tessuto sociale abbia bisogno di discernere tra le due entità ed agire di conseguenza.

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