Ridotte le pene per sette politici condannati nella “rimborsopoli” valdostana

La Cassazione lo aveva disposto a fine marzo 2018 e la Corte d’Appello di Torino ha dato ora attuazione a quella sentenza, rideterminando le pene inflitte a sette politici valdostani che erano imputati nel processo sull’uso dei fondi destinati ai gruppi del Consiglio regionale, nella legislatura 2008-2013.

Per gli allora consiglieri di Alpe Albert ChatrianPatrizia MorelliRoberto Louvin e Giuseppe Cerise (i primi due siedono ancora nell’Assemblea, nelle fila di Alliance Valdôtaine), la condanna per finanziamento illecito ai partiti è scesa a tre mesi di reclusione e 2mila euro di multa ognuno (inizialmente era di quattro mesi e 14mila euro).

Nel caso del Pdl, l’intervenuta prescrizione ha fatto venire meno l’accusa di finanziamento illecito ai partiti per Alberto Zucchi e Massimo Lattanzi, ora condannati solo per peculato, rispettivamente, ad un anno e quattro mesi (era un anno e cinque mesi) e ad un anno e otto mesi (era due anni e quattro mesi). La pena è stata rideterminata anche nei confronti di Anacleto Benin, passando da due anni e quattro mesi ad un anno e quattro mesi. Per tutti e tre, la Corte ha annullato l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

La decisione della Cassazione del marzo 2018 aveva reso definitive le sentenze nei confronti di sei politici. Agli ex consiglieri del Pd Carmela FontanaRaimondo Donzel e Gianni Rigo erano stati inflitti un anno, sei mesi e 20 giorni di reclusione, con sospensione condizionale e interdizione dai pubblici uffici di pari durata. A Ruggero Millet (Pd) erano andati sei mesi per indebita percezione di contributi pubblici. Infine, per i consiglieri di Fédération Autonomiste, le condanne erano state di dieci mesi e 24mila euro per Leonardo La Torre (finanziamento illecito ai partiti e indebita percezione di contributi pubblici) e di 4 mesi e 10 mila euro per Claudio Lavoyer (finanziamento illecito).

Per diversi protagonisti di quella legislatura, come La Torre, Fontana e Donzel, era scattata – all’indomani delle sentenze nei primi gradi di giudizio – la sospensione ai sensi della “legge Severino” (cui, in alcuni casi, erano seguite le dimissioni dall’incarico).

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