Immigrazione, perché i reati che la riguardano ci tocccano eccome

Dati alla mano, le notizie sui reati d’immigrazione, con arresti di “passeur” alle frontiere (in Valle, in particolare, al Traforo del Monte Bianco), non raccolgono l’interesse dei lettori. Spesso e volentieri vengono salutate da commenti del tipo “stavano uscendo dall’Italia, non li si poteva lasciar andare?”. In verità, il traffico di vite (perché di questo si tratta ed è ora di chiamarlo sempre con il suo nome) dovrebbe far inorridire e basta.

Per questo non smetterò mai di seguire casi come i cinque patteggiamenti dinanzi al Gup di Torino di cui ho scritto oggi, anche quando si allontanano giudiziariamente da Aosta. Non si può accettare l’esistenza di chi dispone arbitrariamente del prossimo, pretendendo cifre pari ai risparmi di una vita ed “offrendo” in cambio di viaggiare stipati come merci (minori e donne inclusi), senza spiragli per l’aria e con bottiglie di plastica per i bisogni. Non si può pensare che un fenomeno globale, una volta che il furgone carico di migranti ha superato una linea tracciata solo più su una cartina, smetta di riguardarci.

Non si può fingere di non capire che non esiste distanza, men che meno nella spartizione dei profitti, tra le organizzazioni dedite ai “viaggi”, per quanto composte da stranieri, e quelle di matrice nostrana attive nelle strade attorno a casa nostra, nello spaccio o zone limitrofe. Non si può e se succede è la testionianza del fallimento egoista del genere umano. O solo della sua indifferente ipocrisia. Fate voi.

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