Saint-Pierre sciolto per infiltrazione mafiosa: la sconfitta

Se, come affermato nella Costituzione, i partiti concorrono “con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (e le sue declinazioni in chiave locale), oltre ad essere le fucine in cui vengono selezionati coloro che si candidano ad amministrare Comuni, Regioni, Province e Stato, lo scioglimento di Saint-Pierre – votato oggi dal Consiglio dei ministri, su proposta del titolare dell’Interno Luciana Lamorgese – ha un senso che non ammette titubanze nella sua definizione: è una sconfitta per tutti.

L’infiltrazione del crimine organizzato non è questione di aver mal amministrato, o di non aver fornito le risposte adeguate alla comunità. E’ il male assoluto di quest’epoca, la sospensione di quel “metodo democratico”, la cancellazione della politica nella sua accezione di partecipazione pubblica. E la ‘ndrangheta – quella che secondo la Dda di Torino e i Carabinieri del Reparto operativo poteva contare su una “locale” in Valle, quella che la Commissione d’indagine ha riscontrato aver condizionato l’attività amministrativa dell’ente – ne è l’emanazione più spietata e potente al mondo.

Non esiste chi possa innalzare questo risultato al cielo come un trofeo, anche se affacciatosi di recente alla scena politica, anche se sinora non rappresentato nel Consiglio comunale sino ad oggi guidato da Paolo Lavy, anche se le quotazioni del giustizialismo sono in salita verticale nel borsino televisivo dell’ultima settimana. Il dato di fatto restituito dal voto odierno del Governo è nell’avvenuta penetrazione di un sistema istituzionale, nello scardinamento del suo tendere all’interesse collettivo, malgrado i “contrappesi” a garanzia della legalità, rivelatisi tutti inefficaci nel prevenire, o combattere, l’accaduto.

Tutti. A partire dal ruolo di controllo dell’opposizione sull’attività della maggioranza, sino alle formule amministrative introdotte per garantire la rotazione nell’assegnazione dei servizi e favorire una gestione duttile del potere, l’opposto del modello gestionale rigido di un’organizzazione criminale. Se qualcuno desiderasse confutare quest’affermazione lo faccia pure, ma spiegando perché a mettere una lente d’ingrandimento sugli episodi citati nell’ordinanza del Gip Silvia Salvadori che ha scatenato i sedici arresti dell’operazione Geenna (tra i quali l’ex assessore di Saint-Pierre Monica Carcea) sono stati per primi i Carabinieri e non altri, che pure ne avrebbero avuto titolo istituzionale.

E la sconfitta è ancor più cocente in un contesto caratterizzato da un’Autonomia speciale, in cui la gestione dell’autogoverno presupponeva livelli di responsabilità e di consapevolezza ancora più elevati, nel nome di una sussidiarietà prostituita al punto che lo Stato ha dovuto farsi carico di ripristinarla disponendo il commissariamento. Sensazione di sconforto amplificata, peraltro, dal fatto che le carte processuali testimoniano il contributo, in alcune dinamiche di condizionamento (come l’intervento sul Sindaco e sull’Assessore entrati in conflitto con Carcea), di esponenti apicali della scena politica regionale (dimenticando il Presidente della Regione che ha gestito la procedura legata alle Commissioni antimafia con in tasca un avviso di garanzia per scambio elettorale politico-mafioso).

Non è questione di colori, o di simboli, su cui i valdostani, come in altri angoli del Paese, si dividono da anni (e la galassia autonomista ricorda non tanto Guelfi e Ghibellini, quanto l’ulteriore e successiva frammentazione in Guelfi bianchi e neri). Lo scioglimento di Saint-Pierre è la macchia indelebile sui primi settant’anni della Valle d’Aosta, formatasi per ragioni non univoche, che spaziano dalla superficialità di alcuni alla ricerca smodata del consenso elettorale di altri, passando attraverso il quieto vivere inseguito da molti e la sopraffazione ordita da pochi. Un coacervo antropologico del quale ha tratto beneficio, secondo le indagini dei Carabinieri e della Commissione d’ispezione in Comune, solo un entità: la ‘ndrangheta.

Le sensazioni che pervadono stasera sono numerose, ma il tempo per esprimerle non è ancora maturo. Tuttavia, quel tempo non verrà mai se non si abbandonano le attitudini che hanno finito con il favorire, non solo da parte della politica, ma anche socialmente, la metastasi su cui è intervenuto oggi il bisturi del Governo: la rimozione aprioristica del problema (che qualcuno ha efficacemente metaforizzato anche nello “scopare la polvere sotto il tappeto”) e la paura della verità.

Non c’è niente di bello in quanto raccontato nelle annotazioni e nell’ordinanza cautelare di Geenna, ma senza farci i conti, senza guardarlo in faccia, senza cercare e capire dove stavano quella superficialità, quella ricerca di consenso, quella voglia di quieto vivere e quella sopraffazione il fuoco della valle-discarica che dà il nome all’inchiesta non si spegnerà mai. Non lo estinguerà il mancato scioglimento di Aosta, capoluogo della Regione, anch’esso sottoposto ad accesso antimafia (e sono pochi quelli che finiscono così). Quello, eventualmente, non farà altro che distribuire ulteriori alibi sul tema del crimine organizzato, ma bastano (e avanzano) quelli già avuti negli ultimi settant’anni.

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