Mafia, odio razziale e prescrizione al centro dell’inaugurazione dell’anno giudiziario a Torino

L’anno scorso, a pochi giorni dagli arresti dell’operazione Geenna, la Valle d’Aosta era stata citata segnatamente all’inaugurazione dell’anno giudiziario di Torino (Distretto di Corte d’Appello nel quale rientra anche la nostra regione). Oggi, nella cerimonia al Palazzo di giustizia “Bruno Caccia”, pur senza menzione specifica (per quanto, nel frattempo, alla Dda di Torino si sia aperto anche il fascicolo “Egomnia”, sul condizionamento della ‘ndrangheta delle elezioni regionali 2018), il procuratore generale Francesco Saluzzo (nella foto, ad Aosta, con l’avvocato generale Giorgio Vitari) è tornato pesantemente sul tema, dicendo che “non vi è porzione del nostro territorio che sia rimasta immune dalla penetrazione della struttura criminale di natura mafiosa”.

Il fenomeno – ha continuato – è “pervasivo, insidioso, pericolosissimo”. Oltretutto, si “registra, in molti casi, una certa neutralità del territorio e di sue componenti sociali, che hanno nei confronti di questi personaggi un atteggiamento spesso ambiguo, altre volte di soggezione, altre volte, purtroppo, come le indagini hanno dimostrato, un’accettazione e una condivisione di fini e di strumenti criminali”. Dalle indagini ritornano poi “contiguità e collusione con esponenti politici”, sintomo di una metamorfosi del crimine organizzato: “è la mafia trasparente, liquida che più raramente uccide, ma che ha volto il proprio orizzonte operativo agli affari, agli investimenti, al condizionamento dei rappresentanti del potere politico che peró, spesso, da condizionati divengono veri coassociati”.

L’altro tema di estrema attualità toccato dal Procuratore nel suo intervento è stato quello dei reati di odio razziale. “È sotto gli occhi di tutti che siano in aumento i cosiddetti reati di odio razziale, religioso e di negazione. – ha affermato – In pochi mesi i negazionisti sono aumentati da poche unità a quasi il 16 per cento. Come potrebbe essere altrimenti in un Paese nel quale autorevoli esponenti delle istituzioni e della politica eccitano gli animi, additano singoli individui alla pubblica esecrazione, si misurano con giganti della storia, fatti e persone, irridendoli?”.

“Vi è stata una escalation, nell’ultimo mese, di episodi simili, accompagnati dalla raffigurazione di segni di ispirazione neofascista e nazi-fascista”, ha aggiunto Saluzzo. Per poi rivolgersi con chiarezza a chi ha il compito dell’azione penale: “Invito i Procuratori della Repubblica a esercitare con il massimo rigore, il controllo e la repressione di questi fenomeni che rischiano di perdere le tracce della nostra storia di resistenza, costituzionale e repubblicana ed il nostro senso per la libertà, l’eguaglianza e il rispetto della dignità altrui”.

Infine, sempre nel segno dei temi che hanno monopolizzato ultimamente il dibattito pubblico in materia di giustizia, il Pg ha dedicato alcune riflessioni alla prescrizione. Quest’ultima, ai suoi occhi “è stata, insieme alle amnistie, il grande medico che ha ripulito le piaghe di un sistema processuale malato”. Saluzzo si è detto a favore se è “misurata agli step del processo”, ma “assolutamente contrario se è sterilizzata per sempre”, ribadendo che l’istituto tanto dibattuto rappresenta ““una garanzia per i cittadini e assicura che non si possa essere imputati a vita e neppure vittime, persone offese, parti civili a vita”.

Al riguardo, il Procuratore generale ha aggiunto che “in un sistema ordinato ed efficiente non vi sarebbe spazio e necessità per l’istituto della prescrizione, Ma il nostro sistema è parte di un Paese che ha deficit di ordine ed efficienza. Assistiamo a un corrodersi della coesione sociale, al venir meno di valori condivisi, all’incitazione all’odio e al disprezzo, alla confutazione della tesi avversaria non attraverso il confronto ma la denigrazione, all’eccitazione degli animi, al premio per i piú furbi, i piú disinvolti, i meno onesti”.

Infine, in un accenno alle polemiche con gli avvocati degli ultimi giorni, il procuratore ha trovato “molto grave il tentativo di intimidire il consigliere Davigo esponendolo a una sorta di ‘damnatio’ affinché venisse allontanato da Milano come rappresentante del Csm alla cerimonia dell’anno giudiziario”. In riferimento all’azione condotta su questo versante dalle Camere penali (su Davigo erano intervenute, in particolare, quelle di Milano e Torino), il procuratore non la ha trovata “dissimile da quello che abbiamo visto – deprecabile e inaccettabile – negli ultimi giorni. Voleva essere una citofonata?”.

E a Torino, oggi, si è sentita anche la voce della Camera penale del Piemonte occidentale e della Valle d’Aosta “Vittorio Chiusano”, che ha preso la parola con il suo presidente, l’avvocato Alberto De Sanctis (nella foto, ad una iniziativa al Palazzo di giustizia di Aosta). Un intervento di poco più di tre minuti, chiuso da una citazione non di un giurista, ma di una star del jazz (genere che, effettivamente, tra i legali conta numerosi adepti), che “GiustiziAndO” riprende integralmente, perché farne un estratto significherebbe farne venire meno il senso complessivo, che merita di essere restituito intonso:

Auguro a tutta la Magistratura giudicante e requirente, al personale amministrativo e a tutta l’Avvocatura del distretto un buon anno giudiziario; che sia un 2020 ricco di equilibrio e fermezza nel contribuire ad affermare i principi costituzionali del giusto processo.
Rivolgo e dedico queste poche parole al silenzio che accompagna quel Giudice senza nome che tutti i giorni gestisce il suo enorme carico di lavoro con scrupolo, esperienza, concretezza ed equilibrio senza mai limitare con prassi distorte l’esercizio del diritto di difesa.
Al silenzio di quel Giudice che considera il ruolo dell’avvocato nel processo necessario ed utile per affrontare il difficile percorso che conduce alla decisione.
Al silenzio di quel Giudice che non sollecita il difensore a formulare una richiesta alternativa al processo in quanto convinto del “sacro” valore del principio di presunzione di non colpevolezza.
Al silenzio di quel Giudice che non esprime insofferenza se l’avvocato non presta il consenso all’acquisizione nel fascicolo del dibattimento dei verbali di sommarie informazioni o di annotazioni di polizia giudiziaria.
Al silenzio di quel Giudice che non si ritirerebbe in camera di consiglio senza aver ascoltato la discussione del difensore dell’imputato.
Al silenzio di quel Giudice che in camera di consiglio si confronterebbe con passione e rigore sulla fondatezza delle tesi dell’accusa e della difesa e che non si sognerebbe di delegare ad alcuno la decisione sulla responsabilità e, in caso di condanna, la determinazione della pena.
Al silenzio di quel Giudice che ritiene imbarazzante indossare la veste di arbitro di un “processo eterno”.
Al silenzio di quel Giudice che non definirebbe mai gli innocenti alla stregua di colpevoli che l’hanno fatta franca.
Al silenzio di quel Giudice che non riduce la sua preziosa e delicata funzione ad una dimensione quantitativa e statistica.
Al silenzio di quel Giudice che non parla in pubblico, non ha ruoli di vertice nella magistratura associata ma che esprime il suo prezioso sapere con un impegno incessante in particolare attraverso le sue sentenze.
Il silenzio di questo Giudice e di tutti quelli che quotidianamente entrano nelle aule del Tribunale accompagnati dallo stesso ideale di Giustizia è un bene preziosissimo.
Miles Davis diceva: “La vera musica è il silenzio. Tutte le note non fanno che incorniciare il silenzio”.
E allora è proprio a questi Giudici ed alla loro straordinaria sinfonia che in particolare auguro un buon anno giudiziario.

Fin qui, l’avvocato De Sanctis. Ognuno, leggendo le varie posizioni in campo, potrà trarre elementi utili a formarsi un’opinione (peraltro, a Torino oggi hanno parlato anche il sottosegretario Andrea Giorgis, promettendo un approfondimento sulla riforma della prescrizione, per evitare che “produca effetti irragionevoli e opposti a quelli che il governo intende perseguire”, e la presidente del Consiglio dell’ordine degli avvocati piemontesi Simona Grabbi, che si è chiesta “Ma come possiamo spaccare quel collo di bottiglia tra il primo grado e l’appello che vede ogni anno prescriversi in Italia 120 mila processi?”) e va ricordato, una volta di più, che non sono temi semplici, anche perché il rischio che la loro trattazione scada in tifoseria è dietro l’angolo.

E’ però cosa buona e giusta che queste riflessioni siano emerse oggi, nella cerimonia che apre un nuovo anno giudiziario, momento istituzionale in cui ha senso non solo che abbia luogo il confronto tra “addetti ai lavori”, ma che – vista la situazione del settore – non sia solo formale, abbracciando invece contenuti concreti ed attuali. Personalmente, non posso che augurare un 2020 all’insegna del lavoro proficuo, cosciente e consapevole a tutti coloro che, magistrati, avvocati, o in altre vesti, sono coinvolti nel sistema giudiziario, assicurando che queste colonne continueranno a dedicare l’abituale attenzione al pianeta Giustizia. Se il giornalismo è il “cane da guardia” della democrazia, i cronisti di “giudiziaria” ne rappresentano la declinazione nel settore e, ogni giorno, la loro ossservazione contribuisce a raccontarlo al resto del mondo.

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