Scioglimento dei Comuni ed Autonomia: quegli “unicum” di cui non andare fieri

Che Cosa Nostra abbia rimesso nell’armadio tritolo e lupare, tirando fuori il doppiopetto gessato, preferendo cioè consolidare il suo potere attraverso l’infiltrazione dell’economia (soprattutto delle regioni del Nord), anziché spargendo sangue, lo dicono svariati atti giudiziari e numerose sentenze.

C’è tuttavia un’altra cartina di tornasole di tale evoluzione, che racconta pure un altro pezzo di storia, quello per cui la Mafia ha iniziato a combattere lo Stato dall’interno dello stesso, arruolando politici e funzionari pubblici compiacenti nel favorirla. È rappresentata dai dati sullo scioglimento dei Consigli comunali, per l’accertato condizionamento da parte del crimine organizzato.

Numeri tra i più alti di sempre negli ultimi due anni (2018 e 2019) e, peraltro, parliamo della procedura in corso per Aosta e Saint-Pierre, di cui nelle prossime settimane si dovrebbe conoscere l’esito. Comuni interessati (con l’arresto di tre amministratori all’epoca dei fatti) dall’indagine “Geenna” sulla presenza di una “locale” di ‘ndrangheta nella Regione, i cui tentacoli – secondo Dda e Carabinieri – arrivavano ad avviluppare pure i due Municipi, E, come spesso accade nella storia della regione, c’è un “unicum”, ma stavolta non c’è da andarne fieri.

Quando, nelle sue attribuzioni prefettizie, ha ricevuto le relazioni finali delle Commissioni antimafia attivate nei due enti, e quando ha presieduto il Comitato Ordine e Sicurezza Pubblica chiamato a valutarle (composto dai vertici delle forze dell’ordine e “allargato” al Procuratore capo Fortuna), l’allora presidente della Regione Fosson sapeva di essere indagato (assieme a due Assessori del suo Governo e ad un altro Consigliere regionale) per scambio elettorale politico-mafioso nell’inchiesta Egomnia, sul condizionamento della ‘ndrangheta delle ultime elezioni politiche e regionali. Non aveva però reso pubblico l’avviso di garanzia ricevuto a fine agosto, né ritenuto opportuno un passo indietro, avvenuto solo a dicembre avanzato, quando la vicenda giudiziaria è deflagrata mediaticamente.

In pratica, in quelle settimane tra ottobre e novembre, la figura chiamata a presiedere la riunione di valutazione sull’avvenuto condizionamento mafioso, e successivamente a relazionare in merito al Ministro dell’Interno Lamorgese, combaciava con l’uomo che, sempre per la Direzione Distrettuale Antimafia e l’Arma, avrebbe goduto del beneficio elettorale fornito dalla ‘ndrangheta, a proposito del quale i Carabinieri hanno anche documentato un incontro tra lui e un presunto capoclan. Non uno qualunque, tra l’altro, ma il ristoratore destinatario delle “confidenze” degli (allora) amministratori comunali fedeli al sodalizio criminale. Proprio quelli attivi negli enti delle relazioni finite al secondo piano di Palazzo regionale, Presidenza della Giunta.

Se la tesi sia fondata, o meno, per Fosson, come per gli altri coinvolti, lo stabiliranno dei giudici (e fino ad allora, non c’è da scordare la presunzione di colpevolezza), ma con il metro dell’etica e della trasparenza, che sarebbe bello ed auspicabile tornassero a far parte della vita sociale di un luogo dove sono dimenticati da troppo, la vicenda rappresenta un’indifendibile Waterloo. E, checché ne dica una politica in cerca d’autore, è destinata a segnare un “prima” ed un “dopo” nell’Autonomia valdostana.

Sarebbe però bello sentire battere un colpo al riguardo dall’“intellighenzia” rossonera. Non tanto quella di partito, perché – pur non essendo giusto generalizzare, vista la natura individuale della responsabilità penale – non attraversa esattamente un periodo di massimo splendore, ma quella accademica, o che ha comunque contribuito a forgiare l’odierna architettura istituzionale, specie dei rapporti Stato-Regione. Ad oggi, però, silenzio di tomba. Anche di questo, con molta onestà, non c’è troppo da andare fieri.

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