Aggressione a Olindo Ferré, per la difesa di Lale Demoz è stato qualcun altro

“La persona ha le scarpe sporche di sangue, sopra e sulle suole, l’arma del delitto viene trovata lì e non ci sono le tracce di camminamento ad arrivare fin lì, neanche iniziali. Forse quel manico in resina l’ha portato lì qualcun altro”. È la lettura della scena dell’aggressione al macellaio Olindo Ferré, come offerta ai cronisti dal genetista torinese Marzio Capra (nella foto), consulente tecnico della difesa di Camillo Lale Demoz, l’impresario 75enne a processo dinanzi al Gup Davide Paladino per tentato omicidio.

L’udienza di oggi, mercoledì 15 gennaio, è stata dedicata a sentire l’esperto piemontese, che ha esaminato gli accertamenti condotti sulle tracce presenti su indumenti e zappa sequestrati durante le indagini, rispettivamente all’imputato e nel capannone di località Séran di Quart (ove Ferré è stato soccorso in condizioni disperate l’1 ottobre 2018). Ad audire il consulente era stata condizionata, dai difensori Viviane Bellot e Antonio Rossomando, la richiesta di giudizio abbreviato per Lale Demoz, a fronte dell’istanza di giudizio immediato avanzata dalla Procura.

Secondo il genetista, erano state segnalate “diffuse tracce di sangue sopra il pile della persona imputata, ma in realtà gli accertamenti di laboratorio indicavano esattamente l’opposto, cioè che queste evidenze – oltre a non essere riconducibili ad un unico soggetto, ma a più soggetti – non erano di natura ematica”. Per la difesa dell’impresario non si tratta quindi di sangue. Un dato in contrasto con le conclusioni della Polizia scientifica, “cioè – ha ricordato Capra – tracce di sangue fino a tre metri di distanza dal luogo di rinvenimento del corpo e fino a un metro e ottanta di altezza”.

Peraltro, ha aggiunto l’esperto, “se io trovo degli schizzi a tre metri di distanza e a un metro e ottanta non posso, se sono io colui che ha prodotto questi schizzi colpendo un soggetto, non recare queste tracce, se non nel bordo finale dei pantaloni, che è semplicemente il calpestamento” di ciò che c’è al suolo. “Non puoi – ha proseguito – non aver niente sulla parte superiore, che è oltretutto quella con cui dovresti aver brandito l’arma”.

Per cui – è la tesi difensiva – se “non c’erano tracce di sangue” sugli indumenti e, viceversa, ne sono state rinvenute “sopra gli scarponi, da calpestamento”, queste ultime evidenziano semplicemente che Lale Demoz ha calpestato la pozza di sangue, vicino all’aggredito. Questa, però, “si forma in un momento successivo” e, quindi, “lui è arrivato lì quando si era già formata, dopo l’aggressione”.

Da tale insieme di osservazioni, consulente e legali ipotizzano che il manico di zappa – che gli inquirenti ritengono essere stato usato per colpire e sull’estremità superiore del quale, nei rilievi della Polizia scientifica, erano state rinvenute chiazze di sangue attribuite all’imputato – possa essere stato posizionato da altri. “Perché uno deve lasciare un manico in resina, – si è chiesto Capra – sporco del sangue di una persona aggredita, con i capelli, cioè evidente… lo metto lì dove c’è un lavabo in pietra e non lo lavo?”.

“Non è che il lavabo in pietra era da un’altra parte e io l’ho portato a sinistra, dicendo ‘perché non l’hai portato là?’. Lo porto dove c’era il lavabo e lo lascio lì, occultato dietro alle cose senza neanche sciacquarlo”, ha detto il genetista, per poi concludere che “i dati tecnici non sono coerenti con il fatto che l’abbia messo” Lale Demoz, anche perché “ci sono tracce di altri soggetti, però non possiamo sapere di chi sono, perché abbiamo il profilo dell’imputato e della persona aggredita” e non altri. L’udienza è stata rinviata al prossimo 6 febbraio. In quell’occasione, verrà esaminato il consulente della Procura, il biologo Luciano Garofano.

Per il pm Eugenia Menichetti, alla luce delle investigazioni della Squadra Mobile della Questura, e della Polizia scientifica, Lale Demoz (ancora oggi agli arresti domiciliari) ha colpito Ferré, al culmine di una lite, attribuita a cause ignote, ma “verosimilmente riconducibili allo stato di ebbrezza”. Nella ricostruzione degli inquirenti, Ferré era andato a Quart per trattare l’acquisto di bestiame con un allevatore. Durante la giornata, si era poi spostato nella struttura di Séran con l’impresario. I familiari del macellaio, che non ha mai ripreso un’esistenza normale, sono parte civile nel procedimento con l’avvocato Maria Rita Bagalà.

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