Piazza Fontana, il poliziotto che aveva capito, la destra e la sinistra: rispolverando un’intervista “sempreverde”

Con il cinquantesimo anniversario della strage di piazza Fontana passato da alcuni giorni, riprende quota, tra l’altro con questo articolo di Avvenire, il ricordo della figura di Pasquale Juliano, l’allora giovane Commissario di Polizia che aveva capito cosa stava per insanguinare l’Italia.

Nel 2009, dieci anni fa, Simona Mammano ed Antonella Beccaria gli avevano dedicato l’interessante libro Attentato Imminente (per i tipi di Stampa Alternativa) e, nei ritagli di una collaborazione con il Mucchio Selvaggio avevo intervistato una delle due autrici (finita sul mio blog di allora, “Yesterday’s Papers“, che oggi è però offline).

Molte delle valutazioni alla base delle domande sono legate al periodo di quella conversazione, ma credo che i tratti caratterizzanti di Juliano e, più in generale, il tema dei neofascismi siano rimasti loro. Ripubblico volentieri l’intervista “Pasquale Juliano, l’entusiasta”, perché GiustiziAndO, come ho detto più volte, non è solo Valle d’Aosta centrico. E sono convinto che sia un bene.

* * *

Ci sono libri che lasciano un gran dolore addosso. Sono i primi da leggere, perché un organismo non può sviluppare anticorpi in assenza di esposizione al male. Attentato imminente è tra questi. Le vicende che rivivono attraverso le penne appassionate e precise di Antonella Beccaria (Uno Bianca, Trame Nere) e Simona Mammano (Assalto alla Diaz) sono poco note ai più, ma costituiscono i semi dai quali germoglieranno alcune delle pagine più macabre degli “anni di piombo” italici. Siamo infatti nel nord-est di fine anni sessanta, quando una bomba ai danni del rettore Opocher apre una stagione i cui protagonisti principali assurgeranno, mesi dopo, alla ribalta della cronaca per l’attentato che “fece perdere l’innocenza” al Paese: piazza Fontana. Un poliziotto, alla Questura di Padova, era arrivato a un passo dal Sancta Sanctorum del neofascismo di quella zona. Messo dai superiori, quasi per caso, ad indagare su alcuni atti violenti, senza una vera preparazione “politica”, sfiorò il successo che a funzionari con molta più esperienza (vuoi per imperizia, vuoi per una serie di coincidenze inquietanti) non apparve nemmeno lontanamente raggiungibile.

Pasquale Juliano, giovane Commissario della Polizia di Stato, era a pochi giorni dalle manette a Franco Freda e Giovanni Ventura (anche perché aveva intuito e messo nero su bianco il rischio di attentati di vaste proporzioni a breve termine), quando il meccanismo che gli aveva consentito di arrivare sin lì (una rete di informatori) gli si ritorce contro. Da inseguitore, il poliziotto si ritrova braccato. Dalle accuse tra le più infamanti per un uomo in divisa, lanciate da chi, fino al giorno prima, gli aveva riferito movimenti di armi e progetti di quanti fungevano da braccio armato delle “spinte centrifughe” che avrebbero tenuto tristemente compagnia all’Italia per lunghi anni ancora. Il procedimento penale a carico di Juliano durerà una decade. Al termine, verrà completamente scagionato. Un eroe borghese? Indubbiamente. Un superuomo? No. Un martire? Nemmeno. Soprattutto, però, un entusiasta, come racconta Antonella Beccaria, in quest’intervista in cui “Attentato Imminente” ha fatto da punto di partenza per ragionamenti ad ampio raggio sull’Italia e su come non sia mai riuscita ad affrancarsi da determinate ever-distorsioni.

La storia di Pasquale Juliano, ancor prima che costituire uno sfregio al Diritto e un’aberrazione sul piano umano, fa riflettere profondamente sull’organizzazione delle Forze dell’ordine, realtà costituzionalmente deputate al rispetto delle leggi. Come può, l’appartenente a una struttura gerarchica, che per mesi ha costantemente tenuto informati delle sue attività pari grado e superiori, trovarsi isolato da un giorno all’altro, a fronteggiare accuse infamanti, di viltà e tradimento allo Stato che aveva scelto di servire? Il sospetto non avrebbe dovuto tangere, verosimilmente, anche coloro che assieme a lui operavano all’epoca?

Di fatto, erano in diversi che seguivano le indagini di Pasquale Juliano e tra loro c’erano i funzionari dell’Ufficio politico (Juliano comandava la Squadra mobile) e il Questore a cui il Commissario faceva riferimento. Ma, leggendo gli atti, si ha come l’impressione che tutte queste persone si siano tenute a distanza dall’indagine, l’abbiano osservata, ma non abbiano voluto avere un ruolo attivo in essa. Sì, ci si coordinava per perquisizioni, pedinamenti o colloqui con gli informatori, ma gli input venivano sempre da Juliano. In questo modo, suoi pari grado e superiori forse hanno avuto gioco più facile nello sgusciare via a terremoto avvenuto. Anche dal punto di vista umano, il commissario ha avuto solidarietà e attestazioni di stima solo dai suoi sottoposti.

Attentato imminente racconta in modo molto puntuale l’escalation dei neofascisti del nord-est nel composito e maledetto mosaico che, a posteriori, siamo in grado di definire “eversione nera”. Quasi sempre, nelle loro vicende, si parte da pseudo-circoli culturali, affiliati a librerie, o comunque luoghi di riflessione e d’incontro. E’ ragionevole che questi assembramenti siano potuti, almeno inizialmente, passare inosservati alle autorità. Però, il libro ci insegna anche che buona parte dei loro arsenali era composto, ad esempio, da armi della RSI custodite clandestinamente, nella fase iniziale, nelle sedi dell’Msi. Penso si possa essere d’accordo sul fatto che ciò avrebbe dovuto destare qualche attenzione in più. Gli occhi di chi doveva vigilare sulla democrazia, dove guardavano quando quegli armamenti finivano nelle mani dei militanti del Movimento Sociale?

No, non è ragionevole e di fatto determinati movimenti non erano poi neanche così nascosti. Basti pensare alle intercettazioni telefoniche a carico di Franco Freda mesi prima di piazza Fontana: per quasi tutti i neofascisti citati nel libro c’erano informazioni raccolte dell’ufficio politico. Sta di fatto poi che determinati documenti, come i brogliacci o le trascrizioni delle intercettazioni a Freda, non verranno passati alla magistratura, ma all’ufficio Affari Riservati e agli inquirenti arriveranno solo nel 1972, per cui con un ritardo di tre anni.

Juliano si trova nei guai dopo che gli ordinovisti su cui stava indagando – che lo avevano condotto ad un passo da Freda e Ventura – al termine di un’incredibile notte assieme in cella iniziano a raccontare all’unisono la stessa versione dei fatti, mai sentita fino al giorno prima. Il lavoro di ricerca alla base di “Attentato Imminente” è consistente. Avete provato, tu e Simona Mammano, a scoprire chi consentì, o diciamo chi si “distrasse” e non notò che un gruppo di neo-arrestati stava finendo nella stessa camera di detenzione?

Gli atti giudiziari raccolti forniscono una ricostruzione in merito a questo episodio. La forniscono sulle parole di uno degli accusati, Massimiliano Fachini, personaggio noto del neofascismo padovano, che parlerà di un brigadiere che li raduna tutti nella stessa cella perché facciano dire la verità agli informatori del commissario. Il che si traduce nelle accuse che piovono addosso a Juliano e che gli provocheranno strascichi giudiziari per dieci anni. Se i fatti stiano proprio come li ha raccontati Fachini, alla luce delle risultanze processuali, non si sa. Ciò che è chiaro è che prima abbiamo due persone che danno una versione che accusa i neofascisti degli attentati a Padova e poi un’altra, che li scagiona e incastra Juliano. Ma le versioni non si fermeranno qui, seguiranno altre ritrattazioni.

Se le indagini condotte da Juliano fossero andate a buon fine, gli eversori storicamente associati alla strage di Piazza Fontana sarebbero stati assicurati alla giustizia. Pensi che la strategia della tensione sarebbe stata così stroncata sul nascere, eliminando esponenti di rilievo della sua manodopera, o il cancro era ormai a livelli di metastasi?

Forse no, difficile dirlo adesso. Forse, se Juliano avesse terminato il suo lavoro, determinate dinamiche sarebbero state rallentate perché occorreva trovare nuove persone con specifiche convinzioni e condotte. Sta di fatto che la vicenda del Commissario dimostra che, comunque sia, qualcosa a contrasto del terrorismo nero si poteva fare. Ma non è accaduto nulla.

Già in passato, con “Uno bianca, trame nere”, ti sei occupata di episodi in cui pezzi, o uomini, di Stato “impazziscono” e vanno nella direzione opposta a quella tracciata dall’ordinamento. Episodi gravi, che rappresentano ferite lancinanti, ancora aperte in molti casi. Eppure, lo stesso ordinamento prevede anche gli “anticorpi”. Quanto è fragile, la nostra democrazia, se vicende del genere possono verificarsi e, nonostante tutto, ripetersi?

La democrazia in questo Paese è sempre stata fragile e soprattutto incompleta. Ingerenze politiche e di intelligence straniere, realtà come quella della loggia P2, apparati dello Stato che fiancheggiavano entità terroristiche, depistaggi hanno fatto in modo che non si arrivasse mai a un’entità nazionale compiuta. Tutto ciò è accaduto dagli accordi del 1943, ancora in piena guerra, fino alla caduta del muro di Berlino. E continuano ad accadere, a mio avviso. Altrimenti non si spiegherebbero vicende come quelle di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, della Moby Prince, di Vincenzo Li Causi o del motopeschereccio pugliese “Francesco Padre”. Tutti questi fatti sono successivi al 1989 e andando ad analizzarli hanno poco da invidiare, in termini di inquinamenti, rispetto ad altre storie risalenti al periodo della guerra fredda.

Juliano riottiene il suo onore, con la sentenza di assoluzione. Viene promosso Vicequestore, ma abbandona la Polizia all’indomani del pronunciamento della corte, dedicandosi alla professione di legale. Così, sosteneva, avrebbe offerto un miglior contributo alla giustizia. Però, è l’esatto contrario della sensazione che si prova leggendo le ultime pagine del libro, a proposito del ruolo dell’avvocato Taormina nel procedimento su piazza Fontana…

Parlando con ex colleghi di Juliano, con i familiari, con inquirenti e con giornalisti che ebbero modo di incontrarlo fino all’aprile 1998, quando il Commissario morì, sono concordi nel descriverlo come un uomo con un forte senso della giustizia. Probabilmente Juliano ha creduto nella giustizia ogni volta che ha cercato di portare il suo contributo: a Catanzaro nei processi per piazza Fontana, a Bologna per le indagini sulla strage alla stazione e a Milano di nuovo per i fatti del dicembre 1969. Ogni volta però deve aver ingoiato qualche boccone indigesto perché negli ultimi anni viene descritto da quelle stesse persone come un uomo amareggiato. Quando occorreva ricominciare, però, sull’amarezza vinceva in Juliano una sorta di entusiasmo. Forse è proprio quel tipo di entusiasmo che può salvare almeno una parte dei cittadini di questo Paese di fronte a una serie di comportamenti “contrastanti” dello Stato.

I neofascisti del ventunesimo secolo sono indubbiamente diversi, in fatto ideale e di formazione, da quelli raccontati nel tuo libro. Devono farci più, o meno paura?

Vanno tenuti in considerazione, vanno studiati. Senza tutto ciò non è possibile comprenderli come realtà politica e ancor meno è possibile comprenderne la portata. Non so se siano più o meno minacciosi rispetto agli anni di piombo, forse meno, almeno dal punto di vista terroristico e almeno dalle notizie di cui si dispone ora. Ma ci sono altri ambiti in cui possono creare inquietudine e mi riferisco a minacce di natura diversa come quelle legate alla xenofobia, all’omofobia e alla violenza contro qualunque tipo di diversità. Va tuttavia sottolineato che le demarcazioni si sono fatte più sfumate e la stessa inquietudine la suscitano persone che non si definiscono né fasciste né antisemite e nemmeno razziste, per quanto paradossale possa sembrare. Oggi la situazione è molto diversa e le paure collettive non sono più le bombe: sono ad arte indirizzate verso gli immigrati, non importa se comunitari o meno, verso le malattie importate dall’estero (che generano fatturati imbarazzanti per le lobby del farmaco, ma in pochi ci pensano), verso la criminalità da strada. Ecco, questi sono falsi obiettivi, sono gonfiati, sono le dita che indicano una luna ben più oscura: quella della criminalità organizzata bipartisan che lotta per preservare il proprio ruolo e la propria impunità.

Marc Lazar, professore alla facoltà di Parigi di Scienze politiche e autore del volume “L’Italia sul filo del rasoio”, pur essendo tutt’altro che tenero nei confronti di Silvio Berlusconi sostiene che in Italia, attualmente, non esista un rischio di deriva autoritaria, di ritorno al fascismo, ma che la criticità attenga la libertà di stampa. Sei d’accordo? Ti senti di escludere categoricamente una potenziale implosione delle nostre istituzioni?

Personalmente non credo a una dittatura militare in questo paese, non oggi. Questo Paese è a rischio di dittatura “morbida”: un potere politico coeso intorno alla propria impunità, come dicevo prima, che non si preoccupa di manifestazioni fasciste e/o razziste nel Paese. Attenzione, questo non è discorso contro Berlusconi, ma è più ampio e più trasversale (le recenti cronache giudiziarie lo dimostrano). Il controllo della stampa è funzionale a questa impostazione e, sempre dal mio punto di vista, la stampa ha il dovere non solo di denunciare questi tentativi (questo lo ritengo un automatismo), ma impedire che l’”agenda setting” della politica la distolga da questioni ben più importanti e più “distraenti” di un legaccio esplicito.

La destra che fa capo a Gianranco Fini, intuendo forse i rischi di un appiattimento sulle posizioni berlusconiane, ha recentemente ripreso ad innalzare i drappi dei suoi temi storici, quali la legalità e il senso dello Stato e il servizio ad esso. Tratti che in Pasquale Juliano ritornano tutti. Eppure, di lui non si parla mai. Perché?

Bella domanda. La vicenda Juliano la conoscono solo coloro che si sono occupati o hanno approfondito i fatti legati a piazza Fontana. Non è una vicenda nota eppure è la storia di un eroe borghese, per quanto Juliano non venga assassinato, come altri più avanti accadrà a Giorgio Ambrosoli e ad altri nel periodo della strategia della tensione. In tutti questi anni nessuno ha mai cercato gli atti giudiziari che lo riguardano e per lo più è stato dimenticato. Di certo, fu un uomo dello Stato che più che capire a pieno (questo sarebbe venuto dopo) ha intuito. Ma nessuno gli ha mai neanche chiesto scusa. Questo è stato il suo grande rimpianto: almeno le scuse per ciò che aveva subito. Non era alla ricerca di encomi e premi.

Perché, nel nostro Paese, la destra fatica a superare una connotazione “da stadio”, fatta di urla, violenza e di tutta l’estetica scalmanata che le curve ci hanno insegnato, senza riuscire ad arrivare a livelli differenti, quali, ad esempio, il Gaullismo francese? Dobbiamo rassegnarci all’idea di rappresentare una landa a zero chance evolutive?

Le chance, vedendo la situazione attuale, al momento possono essere solo involutive. E prima di altri per la sinistra, che dal punto di vista parlamentare non esiste più. Oltre al Partito Democratico, il resto è parcellizzato in mille rivoli mentre la destra, dallo stadio, è entrata nelle fabbriche, si è diffusa ancora di più nei quartiere popolari e per certi versi ha presentato istanze più sociali di molti esponenti della sinistra. È ora che si ripensi prima di tutto al proprio ruolo. E intanto si conduce un’analisi del nemico, troppo cristallizzato nella figura di Silvio Berlusconi. Che è deleteria per questo Paese, ma è solo l’aspetto più grossolano e arrogante del potere.

Un dato sul quale si riflette sempre troppo poco è quello relativo al risultato ottenuto dall’Msi alle prime elezioni democratiche. Il numero di consensi ottenuto è straordinariamente superiore alle aspettative. Parliamo, oltretutto, di una forza che, ai sensi della Costituzione, nemmeno avrebbe dovuto essere sulla scheda. Però, quei voti arrivano e sono ben più di quelli che potessero provenire dai gerarchi del disciolto regime e dalle persone a loro prossime. Non sarà che tutto quanto di “nero” è venuto negli anni a seguire rispondesse comunque a spinte, più o meno malcelate, che aleggiavano nel Paese?

Di certo sì. Giustamente parli di un partito che nemmeno doveva stare sulla scheda eppure la XII disposizione transitoria della Costituzione è sempre stata quasi un’opinione. Si contano sulle dita i casi di scioglimento di una formazione politica per apologia del fascismo. Questo vorrà pur dire qualcosa, per un Paese che ha pagato un prezzo altissimo per la dittatura che l’ha governato per un ventennio. Come in ogni nazione che passa da un regime dispotico a uno democratico – o sedicente tale – si indulge sul ricambio nella pubblica amministrazione, nell’assetto industriale privato e nei partiti. L’anomalia diventa esplicita proprio con le elezioni del 1948.

A volte ho l’impressione che la sinistra, specie quella maggiormente radicale, non maturi e non capisca che, innalzando i muri che non manca di erigere contro la destra meno ortodossa, si faccia in realtà – complice anche il perverso funzionamento del tritacarne giornalistico cui assistiamo ogni giorno – il gioco dei neofascisti, che trovano in quelle prese di posizione la miglior auto-legittimazione a definirsi “martiri”, seguita da altrettanta visibilità mediatica. Sembra lo stesso anche a te?

Sì. L’”essere diversi”, espressione molto cara alla sinistra, è già stato sfatato ed è diventato quasi un leitmotif per rimanere all’interno della propria trincea. Pensa alle eterogenee reazioni della sinistra “istituzionale” dopo il G8 di Genova, quando – al di là delle violenze consumatesi in quell’occasione, ma questo è un altro discorso – c’era un fermento culturale e politico che lasciava presagire un ricambio, un rinnovamento delle istanze della sinistra. I vertici DS ne sembravano infastiditi, chi si dichiarava disponibile a un dialogo, e parlo di Sergio Cofferati, è diventato sindaco di una città importante come Bologna affossando la propria esperienza politica. Una parte dei movimenti non ha saputo trasformare in proposta la propria vivacità, i partiti non hanno saputo dialogare con loro. Risultato? Nemmeno il nulla, ma l’involuzione di cui sopra.

Concludiamo con una domanda che guarda al futuro. I giovani non hanno memoria e ciò, unito a quanto il neofascismo sia oggi più subdolo (vedere “Nazi Rock” per credere), è pericolosissimo. A che livello sarebbe opportuno agire per coinvolgerli e fornirgli, nei termini corretti, ciò che è realtà storica oggettiva?

L’estate scorsa i ragazzi intervistati sui fatti del 2 agosto 1980, quando esplose la bomba alla stazione di Bologna, hanno dato risposte desolanti: per loro erano state le Brigate Rosse. Credo che sia necessario andare oltre la retorica: finché ci si limiterà a osservare minuti di silenzio in memoria, larga parte dei cittadini non verrà raggiunta. La cultura deve essere la chiave: la letteratura, il cinema, il teatro, il fumetto, l’utilizzo delle nuove tecnologie possono essere una chiave per avvicinare le generazioni che gli anni di piombo non le hanno vissute. Occorre far leva sulla curiosità, sulla voglia di partecipazione, sul normale passa parola che ha decretato il successo di fenomeni editoriali che senza questo sistema spontaneo e giovanile mai avrebbero potuto aspirare a tanto. Insomma, basta con i doppio petti, con il marketing, con gli slogan: diamo spazio alla creatività. La storia e la memoria si trasmettono anche così.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...