‘ndrangheta, se l’approccio a Geenna ed Egomnia denota quanto poco se ne sappia in Valle

Alcuni degli imputati del procedimento nato dall’operazione Geenna, non è un segreto, sono persone note in Valle. Dall’indomani dei loro arresti, lo scorso gennaio, più di una persona, sapendo che stavo seguendo professionalmente l’inchiesta, mi ha chiesto, riferendosi al conoscente/amico finito in manette: “ma ha sbagliato così tanto?”. Un interrogativo che, per quanto spiegabile sul piano umano, dimostra in realtà quanto poco si sappia di ‘ndrangheta e, più in generale, di crimine organizzato in Valle.

Quello di stampo mafioso non è un reato cui, come in un furto (per fare un esempio), si possa arrivare commettendo un errore, magari per motivi di necessità (che non giustificano mai, ma spiegano). Ha una natura che parte dalla sostituzione, nella prassi quotidiana, a quella dettata dalle norme e dalla legalità, di una scala di valori alternativa, basata su intimidazione ed assoggettamento ai voleri dell’associazione. Un’azione di sostituzione che il malaffare attua in modo graduale ed erosivo: quando l’infiltrazione è completata, l’ambito in cui è avvenuta è ormai sottratto al Diritto.

Consolidato tale presupposto, ne discendono due aspetti, entrambi capitali. Il primo è la capacità di riconoscere i “segnali” del fenomeno, perché – proprio per la sua natura pervasiva e sotterranea – l’intervento ‘ndranghetista è come il cancro: prima lo si sospetta, e si passa all’azione, migliori sono i risultati che si possono ottenere nella sua lotta. L’altro, che può aiutare anche rispetto al precedente, è che essere attrezzati (e reagire) culturalmente sul tema può fare la differenza.

La debolezza su questo fronte è proprio quella di cui la Valle d’Aosta paga lo scotto, elemento macroscopico guardando ad alcune reazioni (pubbliche e non) allo scenario tratteggiato dall’evoluzione di Geenna, cioè quell’Egomnia checon ipotesi di scambio politico-mafioso sta facendo tremare le stanze del potere regionale. Sul punto sono stati estremamente chiari, ancora poche settimane fa, il pm Luca Ceccanti e i rappresentanti di Libera Valle d’Aosta, nelle rispettive audizioni alla prima Commissione del Consiglio Valle (in merito alla Costituzione di un Osservatorio sul crimine organizzato nella regione).

Il principale errore è ritenere che, in assenza di violenza eclatante, la situazione non possa essere grave. Quello immediatamente successivo è sottovalutare la portata dei riscontri inquirenti. Il lavoro dei Carabinieri del Reparto Operativo, coordinato dalla Dda di Torino, è stato capillare, durato mesi, indifferentemente notte e giorno, e ha visto il ricorso a tecniche tradizionali e a strumenti tecnologici moderni (chi ha letto le carte se n’è reso conto). Facilmente ne scaturirà un processo e sarà questo a dirci se i coinvolti siano colpevoli, o no, ma proprio il risultato di queste investigazioni ne rappresenterà il punto di partenza.

Considerato poi che, una volta scesi nell’agone processuale, non è così escluso che una verità dibattimentale possa formarsi, diversa da quella dei fatti, l’informativa di Egomnia è comunque un compendio info-investigativo destinato a restare (in particolare, al di là degli aspetti di rilevanza penale, per la “disinvoltura” di alcune condotte di quelli che, eletti in un’Amministrazione, sono ad ogni effetto dei pubblici ufficiali). Non si può, quindi, fare finta di niente al riguardo ed è per questo che – citando Ceccanti – “quando un magistrato dice che in Valle d’Aosta c’è una ‘locale’, prendiamone atto e indigniamoci”.

Stiamo assistendo a questo, negli ultimi giorni? Non in modo così nitido. Un dato che ci riporta, ancora una volta, allo scotto culturale, che va sanato considerando cosa rappresenta, vale a dire attraverso un’opera informativa. Oltre ai magistrati (che talvolta hanno un approccio esageratamente tecnico al tema), esistono sociologi e figure simili che hanno dedicato pagine ed opere significative al tema. Partire da lì sarebbe l’ideale. In alternativa, se tempo e attitudine personale fossero poco compatibili, la cinematografia offre, a sua volta, alcune risorse.

Nello specifico, il consiglio di chi scrive riguarda un film in particolare, che gode di credito tra chi si è occupato della materia. Parliamo di “Anime Nere” (2014), diretto da Francesco Munzio ed aggiudicatosi, nell’anno successivo alla sua uscita, il David di Donatello. Parliamo delle sventure di una famiglia collusa con la ‘Ndrangheta e, in particolare, delle vicende che occorrono a tre fratelli. Non serve impazzire, o spendere soldi, per cercarlo: essendo una produzione italiana, lo trovate su RaiPlay.

Non dirò di più, perché è giusto che ognuno lo guardi e giunga alle sue conclusioni, ma l’aspetto interessante sta in una narrazione che restituisce, da un canto, l’incapacità di leggere il fenomeno da parte di chi è fuori contesto (per quanto culturalmente attrezzato) e, dall’altro, il modo in cui l’azione sostitutiva, per quanto sotterranea, è dirompente, nutrendosi pure di logiche parentali e tangenti la sfera degli affetti e finendo, pertanto, con l’essere tanto più grande dei singoli.

Per carità, guardarlo non consegna una patente di specialisti di mafie e dintorni, ma aiuta a leggere il codice genetico di un’entità verso cui, fino ad oggi, politica e Istituzioni della Valle hanno avuto, troppo spesso, un atteggiamento di rimozione a priori. Fa capire che non stiamo parlando di abusi d’ufficio, o altre fattispecie di reato classiche del pianeta della pubblica amministrazione, quantomeno non episodici e fine a loro stessi (come spesso li abbiamo conosciuti in Valle d’Aosta, vedi processo #corruzioneVdA), ma convogliati verso un unico obiettivo d’infiltrazione, definito da un sodalizio criminale.

Fa capire che gli errori c’entrano poco e niente e che pure reazioni tipo “se ha sbagliato pagherà, ma l’amicizia è un’altra cosa” (anch’esse sentite nei bar del centro) denotano una minimizzazione del problema pericolosa, perché lo riconducono ad una dimensione “umana”. Una dimensione in cui votare seguendo un “consiglio”, in fondo, finisce con l’apparire perfino accettabile, anziché rappresentare mercimonio della propria coscienza. Capirlo ci coinvolge tutti e, proprio come l’indagine svolta dai Carabinieri, è un punto di partenza.

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