Si scrive indagine sulla Cogne Acciai Speciali, si legge inesistenza di “zone franche”

Al di là del fatto che il suo esito sia tutto da scrivere e valutare, e che la presunzione d’innocenza resta l’assunto base quando si parla di qualsiasi questione giudiziaria, si può davvero dire che l’inchiesta nei confronti di cinque top manager della “Cogne Acciai Speciali”, per l’ipotesi di inquinamento ambientale, trapelata oggi con l’ispezione dello stabilimento da parte dei Carabinieri e della Forestale, sia giunta sulla Valle come un fulmine a ciel sereno?

Per rispondere è utile, anzitutto, mettere in fila le indagini più rilevanti susseguitesi negli ultimi anni. In ordine sparso, i pm di via Ollietti hanno “ficcato il naso” ai piani più alti della Regione e delle sue principali partecipate, nonché in comuni importanti come Valtournenche (in fatto di corruzione), nella Casa da gioco (con un procedimento per falso in bilancio e truffa, quello sulle “lettere di patronage” ed un altro pendente per bancarotta fraudolenta), in Finaosta (ipotizzando la turbativa della nomina del suo vertice), nella Bccv (con la condanna per induzione indebita a dare e promettere utilità, confermata in Appello, per due ex presidenti e un già Assessore alle finanze) e in vari appalti pubblici (il processo per frode alle società coinvolte nella gestione delle piscine regionali, con rito abbreviato, si avvicina alla discussione).

Aggiungendo a questo panorama fascicoli meno recenti, come quello sulla costruzione del parcheggio pluripiano a servizio dell’Ospedale “Parini”, quello di fresca apertura sulla discarica di Pompiod (per tornare sul tema ambientale) e l’operazione “Geenna” della Dda di Torino e dei Carabinieri del Gruppo Aosta sulle presunte infiltrazioni di ‘ndrangheta (che ha visto l’arresto di un consigliere regionale e di due eletti in enti locali, con l’udienza preliminare che prenderà il via domani), si ottiene una “cartolina della Valle” in cui l’acciaieria a sud del capoluogo era uno degli ultimi (se non l’ultimo in assoluto) gangli dello scacchiere politico-economico-amministrativo valdostano non ancora finito sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti.

Sia chiaro, sarebbe squalificante (e pure un po’ inquietante) sostenere che una Procura indaghi come se sfogliasse una margherita, decidendo quali petali mancano sulle scrivanie dei Sostituti. L’azione inquirente consegue alla ricezione di una notizia di reato e, per quanto non si sappia al momento da cosa sia germogliata l’indagine sfociata nell’ispezione odierna (ma si è appreso di un precedente fascicolo sulle emissioni acustiche della fabbrica, chiusosi con la richiesta del pm al Tribunale di emettere un decreto penale di condanna), a trasparire è l’intento dell’Ufficio diretto dal procuratore capo Paolo Fortuna di fare definitivamente luce su eventuali condotte illecite dei vertici dello stabilimento che da sempre si accompagna alla storia di Aosta (e storicamente è “coccolato” dalla Regione, per la sua rilevanza occupazionale), valutando nel contempo l’esistenza di rischi per la salute pubblica.

E’ la stessa attitudine alla base della richiesta di incidente probatorio su sette anni di bilanci del Casinò: accertamenti di magnitudo tale da esaurire ogni possibile dubbio su un lungo periodo di gestione. Un’attitudine che riporta alla mente le parole dello stesso Fortuna, pronunciate nel luglio 2018, quando era ad Aosta da un anno (ora sono oltre due): “Non spetta a me lanciare dei segnali. Il controllo di legalità sulle condotte non deve guardare in faccia nessuno. O meglio, deve guardare in faccia tutti”. Una visione che, comunque la si pensi sulla Giustizia, non può che far bene alla Valle e a chi ci vive e lavora.

Anzitutto perché afferma l’assenza di “zone franche”, sia sul territorio, sia nel contesto socio-politico, della regione. Non se ne dovrebbe nemmeno discutere, ma sarebbe ipocrita affermare che tale sensazione non fosse presente nella comunità. Sarebbe poi disonesto dire che non derivi dal favoreggiamento di una concezione distorta, attuato soprattutto dal potere politico, dell’Autonomia speciale di cui gode la regione. Una competenza primaria non fa di un ambito un “affare esclusivo” di piazza Deffeyes. Le prerogative di autogoverno non consegnano a chi è deputato ad esercitarle, per quanto investito dal consenso popolare, l’onnipotenza, o dei superpoteri tali da renderlo sovraordinato all’azione penale. Le regole esistono e da esse conseguono diritti (da tutelare) e doveri (da pretendere). Punto.

Anche perché il “fil rouge” di molte delle vicende giudiziarie menzionate è nella debolezza del sistema endogeno di controlli, derivante dalla sua costante riconducibilità all’amministrazione centrale sulla scena istituzionale valligiana. Il Collegio sindacale chiamato a fare le pulci ai bilanci del Casinò (così come delle partecipate e di Finaosta) è nominato dalla Giunta regionale, l’Agenzia cui sono demandati i controlli in materia ambientale (è il caso della Cogne, ma anche di Pompiod) è un ente strumentale della Regione, l’audit interno di piazza Deffeyes (cui competono “funzioni di verifica indipendente per esaminare e valutare i processi dell’Amministrazione regionale”) permane in attesa di un intervento legislativo che ne declini il funzionamento e il responsabile anticorruzione di un ente (per un Comune, quasi sempre il Segretario) è già organico allo stesso, spesso da molto tempo. Tutto ciò, senza scordare oltretutto che, in una realtà di 120mila persone, la doverosa distanza tra controllore e controllato è sovente teorica, più che reale.

Non è un caso che, guardando all’operazione nell’acciaieria, i prelievi d’acqua nei pozzi interni siano stati svolti dall’Arpa del Piemonte (in qualità di consulente tecnico-figura ausiliaria del Pubblico ministero) ed i controlli dai Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Torino e dai Forestali della Sezione di polizia giudiziaria presso la Procura (che rispondono al pm e non alle gerarchie del Corpo, il cui Comandante è scelto, tanto per cambiare, dall’Esecutivo regionale). Lo stesso è accaduto individuando, per l’incidente probatorio sul Casinò, professionisti capeggiati dall’esperto che ha svolto le funzioni di commissario straordinario per Ilva e le esercita ora per Alitalia, così come con le Commissioni di accesso antimafia che hanno cercato, per sei mesi, tracce di condizionamenti del crimine organizzato ad Aosta e Saint-Pierre, composte da ufficiali delle forze dell’ordine e funzionari di prefettura tutti in servizio fuori Valle.

Raggiungeranno, nei casi che sono stati loro sottoposti, conclusioni analoghe agli organismi locali di controllo, che ad oggi – anche dinanzi a precise sollecitazioni dell’opinione pubblica – quasi mai hanno restituito criticità evidenti? Parliamo di indagini ed iter ancora in corso, per cui sarà il tempo a dire di uno “stress test” tra i più robusti che le Istituzioni valdostane ricordino. Due scenari appaiono, comunque, nitidi. Se l’assenza di difformità risulterà confermata, i valdostani scopriranno che i soldi delle loro tasse (destinati a finanziare l’apparato pubblico) non sono stati sperperati, ma anche che intervenire per migliorare ancora la qualità delle verifiche interne (specie sul livello comunale) è sempre possibile e giusto. Se così non sarà, impareranno che far giudicare il vino dall’oste raramente è fonte di contraddittorio, ma il rischio tangibile è che il pronunciamento non sia esattamente disinteressato e, trovandosi a quel punto a fare i conti con qualche problema, potranno (anzi dovranno) pretendere dal decisore politico che riscriva alcune regole, inserendo una variabile ad oggi quasi sconosciuta in zona, rappresentata dalla parola “indipendente”.

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