Discarica di Pompiod, quelle risposte ai cittadini che toccavano alla politica

Come è chiaro a chi l’ha seguita anche distrattamente, la vicenda della discarica di Pompiod, esplosa oggi con il trapelare dell’inchiesta in cui il sito è finito sotto sequestro, ha origini lontane. Il Comitato di residenti a Jovençan ed Aymavilles “Discarica Sicura” è nato tre anni fa, ed ha intensificato la sua lotta attorno alla riapertura dell’impianto (giugno 2018), ma la storia affonda le radici negli anni novanta, per la precisione nel 1998, quando la discarica venne realizzata in una vecchia area di cava utilizzata a suo tempo dalla “Cogne”, società di gestione dello stabilimento aostano.

A quell’anno risale infatti la deliberazione della Giunta regionale che ne autorizza esecuzione e gestione, autorizzata inizialmente – attraverso un provvedimento dell’anno successivo, il 1999 – all’allora titolare della “Monte Bianco Spurghi” Silvio Cuneaz, oggi indagato assieme ad altre tre persone per inquinamento ambientale e discarica abusiva. Da lì in avanti, intercalati (quando non scatenati) da aggiornamenti legislativi in materia a vari livelli, gli atti si sono succeduti, solcando praticamente tutta l’era contemporanea.

Del 2005 è la riclassificazione del sito, del 2010 il rinnovo della sua autorizzazione per dieci anni, del 2016 il progetto di potenziamento dell’adeguamento tecnico della discarica, del marzo 2017 il trasferimento alla “Ulisse 2007 Srl” di Umberto Cucchetti (anch’egli tra gli “avvisati” di stamane) della titolarità dell’autorizzazione rilasciata da piazza Deffeyes (il sito è, appunto, privato) e del 2018, tra febbraio e giugno, sono, infine, l’accettazione della garanzia finanziaria presentata dal gestore e alcune modificazioni alla lista dei rifiuti ammessi allo smaltimento in deroga.

Ora, una stratificazione temporale tanto estesa – e gli inquirenti appaiono decisi ad andare a fondo di ogni singolo anello della catena – fa sì che la questione Pompiod abbia rappresentato dossier toccato da praticamente tutte le Giunte avvicendatesi negli ultimi dieci/quindici anni, deliberando in materia. Peraltro, laddove si è trattato di provvedimenti dirigenziali (che non sono mancati), era comunque competenza dell’Esecutivo procedere all’attribuzione del relativo incarico manageriale. E la scelta è caduta, anche da parte di governi a colorazione contrapposta, con ricorrente frequenza sulla stessa Dirigente (Ines Mancuso, oggi sotto inchiesta), motivandola con l’elevato profilo tecnico della materia, tale da restringere il nucleo di soggetti titolari delle necessarie competenze in seno all’Amministrazione.

Tutto ciò apre la porta a due considerazioni. La prima è che, con le comprensibili eccezioni di pochi gruppi rimasti in opposizione in Regione sin dalla loro nascita in questa legislatura (e sono le sparute voci levatesi oggi, dopo la notizia del sequestro), non esiste forza politica che possa dirsi “vergine” rispetto a Pompiod e al suo lungo iter, sia per esposizione diretta alla questione, sia per proprietà transitiva rispetto agli alleati. Ne consegue che, se emergerà che i valdostani si trovano di fronte ad un tema scritto male, meritevole di un voto insufficiente (e sarà l’inchiesta della Procura a dirlo), non suoneranno particolarmente adeguati, né opportuni (e non lo sono, per la verità, già in questa fase), eventuali distinguo di chi ha vergato le ultime frasi rispetto agli autori del testo pregresso, o viceversa.

La seconda questione – in cui è insito un nodo con cui la Valle non ha ancora fatto i conti a dovere – è nell’abdicazione della politica alle sue responsabilità di merito, quando il terreno su cui le stesse devono essere assunte prende spessore burocratico. In questo caso, i tecnici diventano, sulle labbra degli amministratori pubblici, a seconda dell’occasione e del pubblico, sia l’alibi per giustificare lo stallo di progetti o iniziative (di fronte alla popolazione), sia il confortevole rifugio verso cui spingere decisioni che non si ha coraggio o convenienza elettorale di addossarsi (tra le pareti degli uffici). Tuttavia, quando la politica rifiuta di riempire responsabilmente gli spazi che le competono, gli stessi diventano macroscopicamente visibili e rischiano di diventare appetibili a mille interessi, non tutti sempre trasparenti.

E i rifiuti, e il loro smaltimento, rappresentano un interesse economico di proporzioni immense, in cui anche le cifre dopo la virgola possono fare la differenza. Così, se nessuno ha mai riflettuto sull’ecotassa in Valle e sul suo importo rispetto alle altre regioni, capito che a Pompiod arrivavano rifiuti da oltre Pont-Saint-Martin (e il trasporto è attività costosa per un gestore, che di norma preferisce siti vicini al luogo da cui proviene il materiale da smaltire), ecco che il recente emendamento al bilancio destinato ad aumentare di quattro volte la tassazione sulle discariche fa assumere luce diversa alla faccenda. E se, per le 1.150 tonnellate di materiale non conferibile di cui ai primi riscontri inquirenti, la Valle fosse stata scelta perché costava talmente poco da rendere sostenibile economicamente lo spostamento?

Domanda, assieme ad altre, che dovrà trovare una risposta. Senza arrivare a scomodare i rifiuti come “business” recente scoperto dalle organizzazioni criminali, impossibile negare il riverbero che la questione presenta sulla salute pubblica e su altri ambiti. La Guardia di finanza e il Corpo Forestale della Valle d’Aosta (chiamato ad operare in situazione tutt’altro che semplice, visto che parliamo della stessa amministrazione di cui è parte, con la Giunta che ne decide i vertici) stanno lavorando, oltre che su natura e quantità di rifiuti depositati, su correlazioni e partecipazioni societarie, che rilancerebbero lo scenario di un settore caratterizzato, a livello europeo, dalla concatenazione di soggetti in numero relativo.

Impossibile negare anche che la popolazione dei luoghi interessati, in cui una discarica sorge vicino alle case ed a vigneti tra i più blasonati di questa terra, chiede (invano) alcune di quelle risposte almeno da tre anni e, con piglio tutt’altro che forcaiolo decisamente poco comune negli ultimi tempi, ha salutato l’inchiesta della Procura come l’opportunità per finalmente averle (ringraziando oltretutto le forze dell’ordine, altro riguardo tutt’altro che “di moda”). Tre anni trascorsi a chiedere di dare evidenza ad analisi ed accertamenti tecnici che anche la politica aveva interesse fossero regolarie pubblicizzati e che ora, con l’avvio dell’indagine (originata proprio da un esposto dei cittadini), sarà un pubblico ministero a disporre ed assegnare.

È agli amministratori, attraverso il voto, che la gente ha delegato il compimento di scelte in suo nome. A nessun altro. I dirigenti rappresentano il supporto per la traduzione in percorsi amministrativi di indirizzi di natura politica. Non sono dei decisori. Si tratta di un principio apparentemente semplice, che indagini come quella su Pompiod mostrano però come non particolarmente vissuto dalla classe politica regionale. A meno di considerare consapevole (perché non disinteressata) la sua abdicazione in favore della burocrazia, ma se così fosse si entrerebbe nel campo minato del pensiero malevolo. Meglio fermarsi prima e lasciar lavorare gli inquirenti.

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