Agnese Moro e l’ex Br Franco Bonisoli ad Aosta: l’incontro impossibile, la riparazione e le domande indifferibili

E’ trascorsa un’abbondante giornata da quando venerdì sera ho assistito, assieme ad altre centinaia di persone, all’“incontro impossibile” promosso ad Aosta dall’associazione “L’Albero di Zaccheo” tra Agnese Moro, figlia di Aldo, e Franco Bonisoli, nel 1978 brigatista rosso che partecipò al sequestro dello statista democristiano, culminato nella sua tragica uccisione.

E’ trascorsa un’abbondante giornata e, davanti alla pagina bianca, non ho ancora le idee chiare. Ho soprattutto voglia che non resti bianca, perché la serata alla parrocchia di Saint-Martin-de-Corléans è stata di quelle che non possono lasciare indifferenti, avendo parlato alle coscienze, ancor prima che alle menti (chi non c’era può leggere qui il racconto per Aostasersa di Elena Del Col, che nel non essere stata generazionalmente esposta all’“onda d’urto” degli anni di piombo ha trovato l’atout per una cronaca onesta).

Partiamo da un presupposto oggettivo: la giustizia riparativa è qualcosa in cui credere fortemente. Perché? Per il suo rappresentare concetto coerente con le finalità rieducative, o di reinserimento sociale, enunciate dalla Costituzione riguardo alla pene previste per chi commette dei reati. La detenzione, malgrado sia sfuggito in epoca recente anche a Ministri della Repubblica, non è fine a se stessa, non può esserlo.

Non si può rinchiudere in cella un individuo e pensare che il gesto che ha commesso evapori, durante gli anni in carcere, come l’acqua di una pozzanghera esposta quotidianamente al sole. Un reato presenta strascichi, anche di tipo sociale, che vanno affrontati e ritenere che il conto sia chiuso nascondendo il responsabile agli occhi del mondo (perché privato della libertà) è pia illusione, che purtroppo alberga talvolta nella stessa magistratura inquirente.

Spiegando che “la giustizia penale a me ha offerto il massimo che poteva”, senza che ciò abbia però voluto dire soddisfazione, perché “si pensa che il tempo curi le ferite, ma non è assolutamente vero”, Agnese Moro ha sia messo a nudo i limiti dell’illusione di cui sopra, sia ribadito quanto l’Italia non abbia nemmeno provato a metabolizzare la stagione della “rivoluzione armata”, preferendo una mera presa d’atto del suo finire per estinzione del fenomeno.

Tentare un cammino diverso, però, non è affatto banale. La figlia del politico ritrovato ucciso in via Caetani ha premesso che “se vai ad incontrare un’altra persona, ti devi disarmare: dei tuoi pregiudizi, della tua rabbia, di ciò che pensi di sapere, la devi ascoltare”. Non è poco, non è per tutti e lei stessa – quando afferma che “sentir dire che mio padre stato ucciso per amore fa girare le scatole, ma c’è una verità anche in questo, per quanto sbagliata” – ne diviene testimonianza vivente.

Parole che rimbombano in testa come tuoni, ascoltando Bonisoli raccontare la sua iperbole di ragazzo che, trovatosi di fronte ad un bivio (“o cercare un posto nella società”, oppure “fare qualcosa per quelle che venivano considerate grandi ingiustizie”, vedi il Cile di Pinochet, il Vietnam e le dittature che circondavano il Mediterraneo, come Grecia, Spagna e Portogallo, assieme a tutto ciò che in Italia faceva temere che “si disperdesse ciò per cui ha combattuto la Resistenza”), sceglie di diventare “un rivoluzionario a tempo pieno”.

Entra in clandestinità, si arma e si sposta a Torino (dove Fiat Mirafiori allora contava 60mila operai) a “costruire il tessuto” delle Brigate Rosse. L’obiettivo? Creare un “Eden terreno”. Pertanto, “abbattere lo stato di cose presenti era la condizione necessaria”, propugnata dalla “visione manichea di dividere il mondo tra i buoni, cioè chi veniva sfruttato, quindi noi, e i cattivi”. Nel 1974, “l’omicidio politico non era ancora stato commesso”, ma era “insito nella teoria, giustificato” e “sapevo che sarei morto sul campo, o andato in carcere”. “Pensavo – sospira – che qualcuno si dovesse sacrificare”.

Nel giro di quattro anni, con il blitz nel covo di via Montenevoso a Milano, la sua previsione si avvera: gli toccano manette e cella, in regime di massima sicurezza. Colleziona, nei vari processi affrontati rinunciando alla difesa (come tutti gli imputati Br, perché “combattevamo contro i giudici”) quattro ergastoli e 105 anni di condanne per reati minori. Perché una condanna complessiva tanto alta? Lo spiega lui stesso: avendo fatto parte della direzione dell’organizzazione “mi vennero attribuite le azioni armate in ogni città”.

Durante la detenzione, “sono andato in crisi, non ho più creduto alla giustezza di ciò che ho fatto”. Non un fenomeno repentino, ma passato per più tappe (tra le quali l’incontro con un cappellano, con il leader radicale Marco Pannella e uno sciopero della fame), sospinte dal fatto che “quando inizi a sentire il peso della sconfitta, e cominci a vedere dall’altra parte l’umanità”, rimossa a monte dell’abbraccio con “una logica di guerra”, il “peso era diventato insostenibile”.

Sta di fatto che se “Luigi” (il suo nome “di battaglia”, che ad Aosta non ha ricordato, così come non è emerso che fu tra i tre brigatisti che ferirono Indro Montanelli nel 1977), di fronte ai primi ragionamenti pubblici del Governo sull’amnistia come soluzione per porre fine alla lotta armata nel Paese, non pensava che avrebbe mai potuto accettarla, perché “non credevo che avrei potuto rientrare in quella società”, nel 1983 compie il passo di dissociarsi.

La sua pena, per effetto di due interventi legislativi succedutisi nel frattempo, si riduce a 30 anni, che diventano poco più di 22 per la buona condotta in carcere. Oggi può quindi dire di aver “pagato interamente, secondo le leggi in vigore, il mio debito con lo Stato”. Guardando al passato constata che “non siamo stati sconfitti solo militarmente” e si dice “molto spaventato dal fatto che, se la nostra rivoluzione fosse andata avanti, avrei usato solo gli stessi mezzi di chi combattevamo”, giacché “violenza crea violenza”.

Bonisoli – e su questo non devono esistere fraintendimenti – ha diritto ad essere ritenuto in buona fede (anche se ci si sarebbe aspettati toni maggiormente critici, o severi, in alcuni tratti del suo racconto), così come le due leggi di cui ha fruito (assieme a numerosi altri Br, a partire dal “compagno” di pena e di “dramma interiore” Alberto Franceschini, fondatore del nucleo che si firmava con la stella a cinque punte) vanno considerate legittime, perché votate da un Parlamento regolarmente in carica.

Il primo punto però è proprio qui. Non tanto nell’interrogativo su quanto la trasformazione della pena comminatagli abbia condizionato la sua scelta di dissociazione (porlo rappresenterebbe un giudizio implicito di malafede, per quanto non estraneo alla società italiana), ma su quanto sia accettabile che la giustizia riparativa scaturisca da una compressione/revisione a posteriori del corso (rappresentato da processi regolarmente svolti) di quella penale. Un’operazione mossa, peraltro, da logica politica e non dall’intento di favorire l’avvio di percorsi riparatori, come fu, ad esempio, in Sud Africa dopo l’Apartheid.

Dopodiché, c’è un altro aspetto, che attiene all’intensità dell’esperienza di mani che stringono quelle che non ti aspetti. Venerdì sera, nel pubblico in sala, c’era anche la vittima di un’azione violenta di “Prima Linea”. Uno dei pochi valdostani (se non l’unico) ad essere ferito nei fatti di sangue di quella stagione: Renzo Poser. L’11 dicembre 1979 insegnava alla Scuola di amministrazione industriale di Torino, quando il commando di terroristi entrò e “fece giustizia” spargendo sangue in quella che vedeva come una maleodorante fucina di “futuri dirigenti imperialisti” (episodio spesso dimenticato, ma raccontato da Stampa e Repubblica).

Ha chiesto e preso pacatamente la parola alla fine dell’incontro, per esprimere quanto la serata gli avesse fatto bene, dopo aver aspettato per anni un’occasione del genere. E’ stato uno dei pochi momenti in cui Bonisoli è apparso evidentemente commosso, in difficoltà, dicendosi addolorato per il male causato (per quanto non direttamente, vista la diversa organizzazione, ma “la condivisione degli obiettivi era quella”) e offrendogli di continuare a parlare a quattr’occhi, dopo l’incontro.

La stessa vibrazione di commozione che ha attraversato la sala quando Agnese Moro ha chiuso il suo intervento con le parole: “possiamo prenderci cura reciprocamente, senza dimenticare ciò che è stato. Le ferite rimangono, ma se qualcuno le cura, le ferite fioriscono. E questa è tutta la giustizia che mi serve per vivere”. E questa è anche – oltre ad un’ulteriore testimonianza dell’incredibile profondità di questa donna – l’essenza stessa della riparazione.

Tuttavia, il dubbio che lo Stato, introducendo lo sconto di pena sulla dissociazione, abbia incollato d’ufficio sugli ex brigatisti un pregiudizio ai confini dell’impossibile da scacciare per l’opinione pubblica (l’aver compiuto una scelta non totalmente disinteressata), togliendo loro da sotto i piedi buona parte della terra necessaria per apparire totalmente credibili in serate come venerdì, e minando la riuscita stessa della metabolizzazione tanto rimandata con gli “anni di piombo”, resta. Intonso. Forte. E pericoloso.

Tanto pericoloso. Davvero tanto. Perché come ha detto Agnese, “anche oggi assistiamo a costruzioni della realtà che potrebbero portare qualcuno a gesti disperati”. Con la differenza che oggi, al di là del non esserci (ancora) seduti al tavolo delle conseguenze, sappiamo cos’è accaduto negli anni Settanta e quindi l’inazione rispetto a tale pericolo diverrebbe complicità, non l’indifferenza, o la sottovalutazione, che accolse allora i primi vagiti della rivoluzione a raffiche di Kalashnikov e colpi di P38.

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