In principio fu la “bustarella”: l’evoluzione della corruzione come varco all’infiltrazione mafiosa

Milano è la Procura che iscrive il maggior numero di reati in Italia. Nel 2018, il conto dei fascicoli aperti (tra noti e ignoti) ha raggiunto, al 31 dicembre, quota 119.626. Le definizioni, alla fine dello stesso anno, sono arrivate a 128.474. Le pendenze, alla medesima data, ammontavano a 93.547 fascicoli. Dati dai quali scaturiscono un indice di rotazione del 107,4% e di smaltimento del 57,87%.

Numeri che non raccontano solo di un ufficio inquirente sotto stress (in termini assoluti, l’organico meneghino è inferiore a quello di Napoli e Roma, per dire), ma anche di un “osservatorio” senza pari, nel Paese, per capire dove va il crimine, o comunque dove lo vede andare chi lo affronta ogni giorno dall’interno del Palazzo di giustizia che lanciò “Mani Pulite”.

E se Milano, per quanto non distante da Aosta, non ci sembra sovrapponibile alla Valle in termini di bacino e dinamiche criminali, alcune evoluzioni registrate da quelle parti devono farci riflettere, perché costituiscono comunque un modello assoluto, in grado poi di essere replicato adeguandolo alle dimensioni ed alle caratteristiche di altri contesti socio-economici.

Una lettura stimolante

Per questo, la lettura del Bilancio di Responsabilità Sociale 2018 della Procura diretta da Francesco Greco, presentato negli scorsi giorni, è esercizio stimolante, oltre ad offrire ciò che nel Regno Unito definirebbero “food for thoughts”, cioè combustibile per accendere le riflessioni. Il riferimento, in particolare, è alla sezione “In poche parole”, in cui viene raccontato “un anno a tutela della Giustizia”.

La parte è articolata, nel tentativo di allineare al mondo reale un pianeta troppo spesso distante nelle espressioni e in alcune ottiche, in “tags”. Sì, proprio quelle stringhe usate sui social network per raggruppare argomenti e renderli ricercabili. Tra questi, alcuni dei quali inattesi (ad esempio, quello sui furti in alloggio, a proposito dei quali il procuratore Greco ha detto cose che meritano di essere lette), significativo appare quello sulla “zona grigia” tra mafia e corruzione.

Corruzione 2.0.

Ricordata la definizione del fenomeno, al di là del senso strettamente giuridico (un abuso del pubblico ufficio per un guadagno privato), il documento ribadisce che alla base della corruttela “c’è sempre uno scambio di carattere economico o di utilità tra un agente pubblico e un soggetto terzo”. Tuttavia, il “patto corruttivo”, annota la Procura di Milano, “rappresenta un fenomeno sociale e, come tale, è oggetto di modificazioni nel tempo”.

Nelle forme più “moderne”, “il patto tende a perdere un carattere rigorosamente duale”. Sempre più spesso, “tra il pubblico agente corrotto e il privato corruttore si collocano soggetti che svolgono funzioni di intermediazione”. Soggetti che – si legge – “possono fungere esclusivamente da ‘filtro’ tra corrotto e corruttore (ad esempio, prestandosi a occultare una tangente attraverso consulenze fittizie), oppure essere i veri e propri terminali della dazione illecita”.

Se il caso è quest’ultimo, molto probabilmente siamo di fronte ad un “facilitatore”, cioè alla figura che “esercita un potere di influenza sul decisore pubblico in ragione dei legami politici da esso direttamente dipendenti”. Di conseguenza, la rete delle relazioni tra pubblico ufficiale e corruttore risulta “sempre più frazionata e articolata, costituendo un vero e proprio comitato di affari orientato alla ‘compravendita della funzione pubblica’ a vantaggio di terzi”. Avete capito bene, siamo di fronte ad una vera e propria logica di “brokeraggio” della corruzione: a seconda di ciò che serve al “committente” di turno, il “Comitato” di (mal)affaripuò aiutare a raggiungere lo scopo.

Il “sistema di favori”

Una “evoluzione” testimoniata anche dall’oggetto del patto corruttivo, che “sta assumendo caratteristiche e tratti nuovi”. La compravendita del pubblico ufficio “tende a non riguardare più grandi somme di denaro o appalti”. Anzi, “si assiste sempre più spesso a transazioni di modesto importo finanziario”. Perché? Per la Procura di Milano, “l’oggetto sostanziale della corruzione è da identificarsi nella costruzione di rapporti reticolari e interessi (illeciti) finalizzati ad attivare un sistema di ‘favori’ di varia natura tra politica, amministrazione e mondo dell’impresa”.

Insomma, ciò che è alla radice del “patto corruttivo”, diventa “sempre più impalpabile e pulviscolare, con un evidente aumento della complessità del lavoro di indagine”. E gli inquirenti non sono gli unici ad avere la vita resa più difficile da questa “tendenza” tutta recente. Se l’obiettivo non è più condizionare un appalto, o “forzare” una pratica, ma intessere un sistema relazionale a cavallo tra più mondi (diverso da quello legittimo, beninteso), la riconoscibilità, sia del fenomeno, sia dei suoi attori, diminuisce, lasciando i cittadini ancora meno provvisti di anticorpi al riguardo.

‘Ndrangheta SpA

Attenzione, perché il prendere forma di uno scenario del genere fa sì che il passo successivo sia nell’interazione tra la criminalità di tipo mafioso e quella da “colletti bianchi”. I rapporti tra i due mondi, stando all’esperienza inquirente milanese, “sono inevitabili”, perché “l’‘in sé’ delle mafie, quel che le rende ad oggi ‘vincenti’ e le distingue dalle altre forme di criminalità organizzata è quello che viene definito il ‘capitale sociale’, ovvero l’insieme di relazioni con il mondo esterno”.

Peraltro, a distinguere la criminalità comune da quella mafiosa, è “proprio la capacità di quest’ultima di fare sistema, di creare un medesimo blocco sociale con esponenti della classe dirigente locale, di creare rapporti tra le classi sociali e di costruire legami di reciproca convenienza”. Oltretutto – ed in questa annotazione si ritrovano in parte le parole del pm aostano Luca Ceccanti nella recente audizione in I Commissione consiliare – “è un reato a ‘cifra nera’ elevatissima, posto che nessuno dei partecipi al patto corruttivo ha interesse a denunziare”.

Il fenomeno, scrivono a Milano, “si è accentuato da quando le mafie hanno scoperto la propria vocazione imprenditoriale, reinvestendo i proventi del traffico di stupefacenti in vari settori dell’economia”. Oltretutto, nel corso delle attività investigative in materia, con sempre più frequenza emergono “operatori economici, in particolare nel settore dell’edilizia” e “della gestione rifiuti/ bonifiche, che creano rapporti stabili con imprese riferibili ad esponenti del crimine organizzato, agendo secondo logiche di mera ‘convenienza’”.

Classe dirigente selezionata dalla corruzione

Concludendo, in Lombardia (a meno di 200 km dalla Valle), le indagini hanno messo in luce, da un canto, “reti corruttive articolate, che non si limitano a ottenere decisioni di favore in cambio di denaro ma, finanziando singoli esponenti politici o soggetti che sono espressione di gruppi di potere, si mostrano in grado di selezionare la classe dirigente, specie negli enti locali”. Dall’altro, “si registrano sempre maggiori cointeressenze tra imprenditori border-line (già adusi a stingere accordi corruttivi con politici e pubblici amministratori ed in generale a violare la normativa di settore) ed esponenti della criminalità mafiosa”.

Interazioni, quelle tra mafia e corruzione, che, per quanto “sono e restano fenomeni diversi e non necessariamente collegati”, rappresentano relazioni “estremamente pericolose sia sotto il profilo strettamente economico, sia sotto quello sociale e istituzionale”.

E in Valle?

Ecco, il tessuto economico-imprenditoriale lombardo e quello valdostano non sono ovviamente comparabili (né per numero delle aziende, né per “volume d’affari”), ma è impossibile non ritenere – proprio considerata la capacità del crimine organizzato di ragionare sempre più su vasta scala – che, anche spostandosi, politica, amministrazione ed economia restino ambiti “sensibili” a determinati appetiti e tensioni criminali.

E, già solo sulla carta, un comparto pubblico fatto di una Regione, settantaquattro Comuni ed otto “Unités” – ai quali aggiungere la sanità e la scuola, per un totale di dipendenti che raggiunge quota 11.826, pari cioè al 9.3% dei residenti (elaborazione di dati Istat, Eurostat e Ministero delle Finanze) – nonché un sistema economico caratterizzato da quella che la Procura di Aosta ha individuato più volte “in un’anomalia che non ha eguali in questo Paese”, vale a dire il sistema delle “partecipate” regionali (a partire dal Casinò), presenta motivi d’interesse (e vulnerabilità oggettive, anche in ragione di una demarcazione non sempre solida tra controllati e controllori) rispetto a determinate “mire”.

Dopodiché, passando dalla teoria alla pratica, se si pensa che due comuni (tra i quali il capoluogo regionale) sono sotto accesso antimafia per possibili condizionamenti dell’attività amministrativa da parte di un sodalizio ‘ndranghetista e che, nell’indagine dei Carabinieri sulla “locale” di Aosta sono stati arrestati due ex assessori comunali (ritenuti aver appoggiato esternamente l’associazione) ed un consigliere comunale (valutato addirittura organico allo stesso), ecco che gli elementi su infiltrazioni e corruzione raccolti dal pool di pm del procuratore Greco non possono essere guardati dalla Valle come da un altro pianeta. Non possono.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...