“Salvate il soldato Casinò”: la lezione che politica (e valdostani) devono trarre dal concordato

L’omologazione, da parte del Tribunale di Aosta, del concordato preventivo proposto dal Casinò di Saint-Vincent costituisce indubbiamente la notizia del giorno. Su Aostasera.it trovate i pezzi che raccontano sia l’emergere del decreto di “semaforo verde” in mattinata (ed alcuni scenari ad esso collegati, come il fatto che “apra la porta” alla Procura rispetto all’inchiesta per bancarotta fraudolenta), sia i fattori di dettaglio che hanno propendere i giudici per il pronunciamento favorevole sul piano sviluppato dall’au Filippo Rolando e dai vertici societari.

Ad ognuno, come sempre, la possibilità di scegliere quanto approfondire e di formarsi un’opinione autonoma. In questa sede, spazio ad alcune riflessioni, relative soprattutto al piano culturale, troppo spesso sottovalutato in questa vicenda. In diverse occasioni, in passato, chi scrive non ha fatto mistero del fatto che la conclusione positiva di questa procedura fosse nell’interesse della collettività valdostana tutta, visto il ruolo del Casinò sullo scenario socio-economico locale.

Una valutazione che oggi viene rafforzata da un’annotazione del collegio giudicante nel decreto di omologazione. È quella per cui il piano appare idoneo a raggiungere l’obiettivo, essendo imperniato sulla possibilità di rimborsare i debiti “senza apporto di nuova finanza, traendo principalmente le risorse dai flussi di cassa derivanti dall’attività basata sul gioco d’azzardo”. In una realtà dall’economia massivamente dopata dall’intervento regionale, l’aver predisposto in questi termini (e vederla certificata da tre magistrati) la ristrutturazione aziendale della principale “partecipata” di piazza Deffeyes presenta un che di rivoluzionario.

Occorre tuttavia, affinché tale “moto” giunga efficacemente a compimento, che la politica (in particolare la Giunta regionale) comprenda che il risultato di oggi rappresenta un punto di partenza e non di arrivo. L’omologazione significa che da stamane, e per i prossimi cinque anni, la “Casinò de la Vallée” ha un’agenda definita dal piano. Non si possono saltare delle tappe, non se ne possono anticipare altre. Farlo significherebbe compromettere la riuscita della procedura.

Va detto perché, la sensazione, guardando alcuni “inquilini” di piazza Deffeyes, è che all’insofferenza iniziale nei confronti del concordato (mai ammessa pubblicamente, ma esistente e tutta legata ai possibili risvolti di alcuni dati concordatari, come la “postergazione” del credito Finaosta da 48 milioni, o la valutazione degli immobili aziendali) sia seguita la rassegnazione al suo progredire, ritenendo che – una volta arrivato il “semaforo verde” dei giudici – le mani di chi governa avrebbero finito con l’essere nuovamente libere, come negli anni recenti delle “iniezioni” di finanza pubblica.

Non è così. Anzitutto perché i magistrati hanno stabilito, nelle modalità di esecuzione concordatarie, obblighi precisi, rappresentati tra l’altro da una relazione semestrale e dall’informazione preventiva a Commissario e Tribunale per intraprendere una serie di operazioni che esulano da quelle pianificate. Dopodiché, perché è bene che, dal punto di vista culturale, e quindi per la Valle tutta (non solo per gli “addetti ai lavori”), l’omologazione assurga a spartiacque tra le due vite del Casinò.

E quella precedente, con la Casa da gioco a rappresentare la Disneyland a 30 chilometri da Palazzo regionale, per assunzioni e conseguente capitalizzazione del consenso elettorale, va consegnata ai ricordi al più presto. Perché? Perché quelli riversati, a più riprese, dalla Regione nella Casa da gioco erano soldi della collettività e non erano pochi. Andando a spanne, parliamo di 140 milioni di euro negli anni dal 2012 al 2015 e di 18 milioni (ma solo 12 effettivamente versati) previsti nel 2017.

Sulla legittimità di quelle spese, e sulle dinamiche aziendali ad esse relative, esistono ancora processi aperti. Di quello alla Corte dei conti è appena stata fissata la data dell’appello, con il credito Finaosta “postergato” segnalato dal Tribunale stesso alla Procura generale contabile, come ipotesi di danno erariale, mentre quello penale ha visto un ex amministratore unico di Saint-Vincent condannato in primo grado e sette tra politici e manager assolti da un altro giudice, con il grado d’appello che si presenta dirimente sulle due interpretazioni diverse dei fatti.

Inoltre, il fascicolo della Procura sull’ipotesi di bancarotta fraudolenta è – tecnicamente parlando, visto l’avverarsi delle condizioni poste dalla legge fallimentare – in grado di aprire un nuovo fronte penale, in qualsiasi momento a partire dall’omologa, cioè da oggi. Una serie di procedimenti destinati a dire se quei denari sono stati convogliati verso le sale da gioco indebitamente, sottraendoli ad investimenti che potevano essere maggiormente proficui per la comunità.

Per questo, è imprescindibile che la “nuova vita” del Casinò, quella post-concordato, di un’azienda in grado di sostentarsi, diventi il normale ordine di idee di piazza Deffeyes rispetto a Saint-Vincent, oltre a rappresentare lo sguardo che è bene i valdostani rivolgano d’ora innanzi alla Casa da gioco. Per evitare che il conto del salvataggio di un’azienda che era giusto salvare si trovi a pagarlo la comunità e per fare sì che, se responsabilità ci sono state nella situazione scongiurata dal concordato, non vengano dimenticate. Da oggi, insomma, “Rien ne va plus” per davvero.

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