Il pm in Commissione e quell’invisibile “partita a scacchi”

Politica e Giustizia (soprattutto quella inquirente) sono mondi non distanti, ma che l’ordinamento della Repubblica ha disegnato separati. Così è bene restino, ma nelle (rare) occasioni in cui accade che vengano a contatto per motivi istituzionali, come è avvenuto ieri, giovedì 17 ottobre, con l’audizione alla prima Commissione del Consiglio regionale Valle d’Aosta del sostituto procuratore Luca Ceccanti (nella foto con i cronisti, dopo l’incontro), l’effetto è curioso.

Nessuno lo ammetterà pubblicamente, ma – per quanto in un clima di serenità e correttezza – va in scena una sorta di partita a scacchi, in cui alcuni amministratori (non tutti, per carità) cercano di cogliere dettagli su possibili “colpi di scena” giudiziari futuri, arrivando anche a “stimolarli” con domande più o meno pertinenti, e il magistrato a capotavola (com’è normale per chi maneggia quotidianamente il segreto istruttorio) si guarda bene dall’uscire dall’astrazione o da vicende già note.

È successo anche ieri pomeriggio e non c’era da dubitarne, visto l’abbattersi come un terremoto dell’operazione Geenna sul milieu politico, che si trova confrontato alla prima contestazione di sempre d’infiltrazione ‘ndranghetista. Non una quisquilia, peraltro: un eletto nel Consiglio comunale del capoluogo regionale sarebbe stato, per la Dda di Torino, addirittura organico alla “locale” di Aosta, mentre altri due amministratori pubblici le avrebbero offerto appoggio esterno.

Se il pm che più volte ha accusato politici regionali di reati come la corruzione o la turbativa d’asta si è tenuto naturalmente distante dagli “affari correnti” del suo lavoro, è bene che alcuni concetti emersi (che trovate nel pezzo scritto stamane per Aostasera, a partire dalla necessità di un approccio culturale più cosciente rispetto all’attività della magistratura) diventino patrimonio comune alla cittadinanza.

Può solo giovare alle nostre coscienze e alle nostre azioni. Dopodiché, come ha sottolineato lo stesso Ceccanti, i processi accerteranno i fatti, ma non bastano. Se un giudice, nel compiere il suo lavoro, conclude che in Valle d’Aosta c’è la ‘ndrangheta occorre indignarsi e prendere posizione. Tuttavia qui, al momento, si registra ancora un discreto silenzio, rotto solo da sporadici “se ha sbagliato pagherà”, travestiti da giustizialismo ma sotto sotto assolutori. Il cambiamento culturale, decisamente, ha un altro lessico.

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