Bancarotta e operazioni infragruppo, quando le banche non fanno troppo le schizzinose

Il procedimento per bancarotta fraudolenta continuata andato oggi a sentenza al Trbunale di Aosta rilancia una riflessione di carattere extraprocessuale e svincolata dal caso specifico, se non per un dato fattuale. Nell’imputazione odierna, su un “crack” di 2,7 milioni di euro, legato a cinque società immobiliari, 1,7 milioni erano contestati riguardo ad operazioni infragruppo. Sono, com’è noto, vietate dalla legge. I principi contabili sono chiari: ogni società deve avere rendicontazione e vita autonome. Se ci sono debiti vanno onorati con fondi propri, derivanti dall’attività, non provenienti da altre aziende riconducibili agli stessi amministratori.

Fin qui tutto chiaro, al punto che è scontato concludere che chi si lancia in “manovre” del genere si infila in un crinale pericoloso, vista la loro portata penale. C’è però una variabile che rende meno automatico il ragionamento: l’accesso al credito. Spesso, infatti, la società in situazione più florida, di solito l’ultima nata in ordine di tempo, trova una soluzione veloce e percorribile nel ricorre a prestiti bancari, che normalmente le vengono concessi perché la sua storia la mostra solvibile. Quel capitale, però, altrettanto di frequente finisce con il prendere la strada del colmare la voragine dell’azienda in crisi.

Già l’attuazione della “manovra” non è semplice sul piano formale, perché quei denari entrano ufficialmente nella contabilità della società che li ottiene, ma la loro uscita non può essere altrettanto palese, vista la destinazione (leggi occultare le scritture). L’effetto, però, è anche peggiore. Se la situazione complessiva della prima ditta, a seguito dell’“iniezione di liquidi” pare risollevarsi, alla seconda vengono a mancare risorse economiche per il suo funzionamento. Non solo, perché quest’ultima si troverà confrontata anche ad un’altra emicrania collaterale, vale a dire gli interessi passivi sul credito praticatole.

Son botte da orbi, giacché la compravendita del denaro è ciò su cui le banche costruiscono i loro utili. Per capirsi, se l’esposizione è di un milione di euro, e il tasso è “appena” il 6%, significa che in un anno ballano 60mila euro. E se la seconda società perde sia buona parte del capitale, sia si ritrova l’acqua alla gola per gli interessi dovuti, allora non potrà che andare in apnea. In tutto questo, la prima, verosimilmente, non sarà ancora del tutto uscita dalle secche (perché se ha debiti verso le banche, allora avrà, anche lei, un tasso passivo su quelli). A quel punto, all’imprenditore che ha scelto il cammino sdrucciolevole dell’infragruppo (e che comunque già sta compiendo irregolarità) non resta che aggrapparsi ad una speranza: che da nuove operazioni commerciali arrivi l’ossigeno utile a ridare tono al paziente, facendolo rialzare e ricominciare a correre.

Può accadere, come no. L’epoca recente ci insegna che la crisi è capace di addentare ambiti storicamente considerati al riparo da contrazioni e congiunture. Se capita, il risultato quasi scontato è che, non potendo più lanciarsi in nuove iniziative di “business” (perché non ce n’è domanda), tutte le società del gruppo andranno a picco (è sembrato il caso del processo di oggi). Dopodiché, per effetto della mancanza di parte della contabilità, è molto probabile che emerga l’infragruppo, unito magari a pratiche distrattive più classiche (se si arriva a considerare un’azienda come un Bancomat per tappare “buchi” di altre ditte, non è difficile che, prima o poi, si arrivi a farlo anche per le esigenze personali), con i grattacapi conseguenti per legale rappresentante e tutti coloro che hanno toccato in modo inopportuno il gruzzolo.

Arrivati alla fine del ragionamento, la domanda qual è? Soprattutto una e riguarda le banche. Quando erogano il prestito all’“ultima nata” non è detto che abbiano la certezza matematica dell’uso improprio che verrà fatto di quel capitale, ma non si mostrano certamente troppo schizzinose. Un po’ perché il rientro di debiti pregressi non le schifa (e spesso le società di un gruppo si appoggiano tutte allo stesso istituto di credito), un po’ perché – in ambiti tradizionalmente redditizi – confidano nella capacità del cliente di un accrescimento del volume d’affari, in grado d’invertire la spirale d’indebitamento.

Tuttavia, dispongono di strumenti di analisi economico-patrimoniale preventivi tali da rendere la situazione molto chiara ai loro occhi. Eppure erogano e, così facendo, finiscono con il mettere ancora più pressione sul cliente, in ragione dei tassi d’interesse. Dovrebbero evitare di farlo? Rispondere “no”, o quantomeno “non sempre”, risentirebbe di una valutazione morale, che non è sicuramente l’alveo della finanza. Peraltro, se un imprenditore abbraccia la scelta di un reato, e la responsabilità è individuale, questo diverrà l’argomento principe che la banca ripeterà come un mantra.

E’ vero, ma casi di istituti di credito portati alla sbarra con imputazioni di correità in bancarotta se ne sono verificati. Al di là dell’esito processuale, ci dicono soprattutto una cosa: il problema esiste. Come se ne esce? Abbassando l’asticella della spregiudicatezza nel consentire l’accesso al credito. Iniziando, anche in un mercato che non conosce la parola “no”, a pronunciarne qualcuno, dopo istruttorie fatte senza tema di approfondire. In fondo, per quanto una banca sia più garantita di un altro fornitore, passare attraverso una procedura fallimentare per recuperare i suoi soldi dovrebbe esserle tutto fuorché fonte di sorrisi tra il management.

Eppoi, chissà che a qualche Procura dall’occhio clinico su questo genere di reato, non venga prima o poi in mente di frugare nel tasso di interesse complessivamente risultante, per un gruppo, dall’indebitamento “a catena” delle sue diverse società (che talvolta ricorrono anche a soluzioni come fidi), per capire se possa avvicinarsi alla soglia di legge dell’usura. Che le banche non siano accolite di filantropi, lo sappiamo. Però, se esistono linee tracciate sulla sabbia da non oltrepassare, su questa spiaggia sarebbe salubre che iniziassero a fermarsi qualche metro prima, smettendo di far finta di non sapere. Per diversi motivi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...