Commissioni antimafia, o dei possibili chiodi sulla bara dell’Autonomia valdostana

Valle d’Aosta, abbiamo un problema. Trascorsi sei mesi dall’insediamento del 9 aprile (i tre iniziali, poi prorogati di altrettanto), le Commissioni per l’accesso antimafia nei comuni di Aosta e Saint-Pierre – costituite a seguito delle prime risultanze dell’inchiesta “Geenna” della Dda di Torino su una “locale” di ‘Ndrangheta nella regione – hanno concluso il loro lavoro, sfruttando fino all’ultimo secondo utile (nei due Municipi le hanno viste, nei corridoi, ancora la settimana scorsa).

Fin qui niente di strano, anzi. Era doveroso accertare i condizionamenti dell’attività amministrativa che, secondo i pm Stefano Castellani e Valerio Longi, sarebbero stati attuati dai tre amministratori arrestati in gennaio, perché ritenuti appartenere organicamente al sodalizio criminale al centro dell’indagine (nel caso del consigliere sospeso aostano Nicola Prettico), od appoggiarlo esternamente (l’ex assessore del capoluogo Marco Sorbara e Monica Carcea, già in Giunta a Saint-Pierre). Avere chiarezza al riguardo è non solo interesse, ma diritto, della comunità valdostana.

Il punto è che, come da norme in materia, le Commissioni – composte, ognuna, da due funzionari di Prefettura, e da un ufficiale delle forze dell’ordine (dei Carabinieri, per Aosta, e della Guardia di finanza, per l’altro ente locale coinvolto), tutti in servizio fuori regione – hanno consegnato, nelle scorse ore, le loro relazioni conclusive alla locale autorità prefettizia. In Valle d’Aosta, per effetto dello Statuto speciale di Autonomia, non si tratta però di un tecnico dipendente dal Ministero dell’Interno (come nel resto d’Italia), ma del Presidente della Regione (il Governatore, per chi fosse oltre Pont-Saint-Martin).

Proprio così, a leggere per primo se deliberazioni, contratti od appalti dei due enti abbiano avuto corso diverso da quello della legittimità, per effetto dell’infiltrazione mafiosa, sarà un attore politico, eletto dalla popolazione. Una figura che, per sua stessa natura, vive dell’acquisizione di consenso elettorale e della sua immagine. Nulla che lo renda implicitamente aduso all’illegalità, sia chiaro, ma la sua prospettiva, per quanto supportata da funzionari efficaci e competenti, sarà necessariamente diversa, financo antipodale, da quella di un’autorità che misura qualsiasi questione esclusivamente con il metro di norme e leggi, qual è altrove il Prefetto.

Sarà il Presidente della Giunta regionale che, dopo l’analisi delle conclusioni cui giungono i due rapporti, dovrà relazionare in proposito al Ministro dell’Interno, per la proposta – qualora ne emergessero i presupposti – di sciogliere gli organi istituzionali degli enti giudicati penetrati dal crimine organizzato (e vi è chiamato, oltretutto, a meno di un anno dalle elezioni per il loro rinnovo naturale).

Per carità, il comunicato diffuso in merito dalla Regione si premura di sottolineare che vi sarà anche un’analisi da parte del Comitato per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, l’organismo che riunisce i vertici delle forze dell’ordine in Valle, “allargato” per l’occasione al Procuratore della Repubblica. Al di là del fatto che valutare collettivamente non significa relazionare (prerogativa che resta salda in capo al Presidente), sempre per dettato statutario il Capo del Governo regionale presiede anche il Cosp. Il problema di distanza tra prospettive rimane. Intonso. Enorme.

A scanso di equivoci, giova precisare che il ragionamento di queste righe è totalmente svincolato dalla persona che, oggi come oggi, siede nell’ufficio del secondo piano di piazza Deffeyes: riguarda l’architettura istituzionale. Quello che, per anni, è stato considerato come un punto di forza dell’Autonomia valdostana, in questa circostanza rischia di diventare un limite, che potrebbe pure trasformarsi nell’ultimo chiodo sulla bara dell’esperienza valdostana di autogoverno.

Perché? E’ semplice. Tratteggiare una rappresentazione di se stessi è difficile. Tratteggiarla rispetto a qualcosa che non ha precedenti nella storia della Valle, come la presenza della ‘ndrangheta (che per la Dda e i Carabinieri del Gruppo Aosta c’era eccome), di più ancora. L’idea che, per quanto l’alveo dell’azione e delle competenze prefettizie sia meramente tecnico, lo si faccia con la mente ingombrata dai condizionamenti della dinamica politica (a partire dal fatto che l’accesso antimafia ai comuni venne autorizzato al tempo dal ministro Matteo Salvini, di quella Lega vissuta dall’Esecutivo regionale come fumo negli occhi, perché in opposizione in Consiglio Valle) può solo spaventare e dà da pensare.

Così come altri aspetti. I “commis” di Stato che hanno depositato la relazione saranno stati indubbiamente inappuntabili nella forma, ma chissà se, per quanto di lungo corso, l’idea di presentare conclusioni del genere ad un amministratore emanazione di una coalizione politica abbia rappresentato per loro un passaggio sereno. “L’attività si sviluppa in un quadro di evidente riservatezza” scrive ancora la Regione, ed è brutto dubitare aprioristicamente o abbandonarsi a dietrologie, ma se i procedimenti amministrativi eventualmente condizionati – fatti di atti, ma scritti e votati da persone in carne ed ossa – rimandassero a forze politiche, o liste, presenti anche nell’Assemblea regionale (restiamo un “catino” da 120mila abitanti, con controllori e controllati talvolta parenti o affini)?

E se nelle relazioni, per quanto attinenti alla procedura di eventuale scioglimento dei Consigli comunali, comparissero elementi dalla ipotetica rilevanza penale, nell’indagine in corso a Torino o in fascicoli ancora da venire? E ancora, si può fare del tutto finta di niente rispetto al fatto che, per quanto sospeso ai sensi della legge Severino, Sorbara è consigliere regionale (ad oggi, non si è dimesso) e che i giudici del Tribunale del Riesame di Torino, nel concedergli i “domiciliari”, hanno individuato il risalire nel tempo e le caratteristiche del suo rapporto con “Tonino” Raso (altro arrestato a gennaio) quali ostativi al “rivedere il giudizio sulla persistente pericolosità sociale dell’indagato” (oltre ad altre valutazioni sulla sua elezione in Regione)?

Insomma, se il male degli ultimi venticinque anni di questo Paese (dal Berlusconismo in avanti) è nello spudorato tentativo della politica di sostituire, agli occhi dell’opinione pubblica, la legittimazione data dal consenso popolare (impalpabile, giacché autoreferenzialmente supposta) a quella derivante dal rispetto delle norme (tangibile, in quanto frutto del diritto), allora la Valle d’Aosta ora è nella fase più delicata della sua esistenza dal dopoguerra. Chissà in quanti se ne rendono conto?

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