Bancarotta fraudolenta, perché dovrebbe preoccuparci di più

Il ruolo di domani del Tribunale di Aosta in composizione collegiale vede iscritto, tra l’altro, un processo per bancarotta fraudolenta. Non è infrequente, negli ultimi tempi. Di un altro caso, che coinvolge tre imprenditori del settore alimentare, si è invece parlato da poco e arriverà in aula, con l’udienza preliminare, il prossimo 23 ottobre. Come sempre, saranno i procedimenti a dire se gli imputati siano colpevoli o meno. La circostanza è comunque propizia per alcune considerazioni, in astratto e di carattere più generale, sul fenomeno.

Alcuni reati destano meno scalpore di altri nell’opinione pubblica. È un dato di fatto e la bancarotta fraudolenta è, altrettanto oggettivamente, tra questi. Anche se l’ammontare del “crack” è elevato, la gente percepisce il titolare di un’azienda che ne depreda il patrimonio fino a farla fallire come una condotta che passa tanto sopra le teste di tutti. Vuoi perché raramente ci sono aspetti violenti (anche se è successo), vuoi perché la distrazione di fondi nell’ambito di un’azienda privata (dinamica attraverso cui, tradizionalmente, si consuma il reato) sembra non uscire da un perimetro abbastanza delimitato, spesso familiare.

In realtà lo fa. Eccome. In almeno due modi. Il primo è indiretto. Si riverbera sull’insieme della collettività, anche se è il meno palpabile. Usare come un “bancomat” le casse della propria ditta significa necessariamente alterarne la situazione contabile, sottraendo alle scritture ricchezza effettivamente creata dalla conduzione aziendale, ma che prende altre strade (le tasche di chi distrae). Quelle somme, sfuggendo al fisco, creeranno un ammanco nelle risorse che lo Stato o altri enti pubblici destinano al finanziamento di servizi. La conseguenza? La pressione fiscale finirà con l’inasprirsi (colpendo ed esasperando ulteriormente chi è ligio nel pagamento delle imposte).

L’altro rovescio della medaglia della bancarotta è invece decisamente più diretto, anche se meno collettivo. A forza di distrarre, prima o poi non si sarà più in grado di far fronte agli obblighi contrattuali. Significa che gli stipendi dei dipendenti smetteranno di essere pagati e lo stesso accadrà con i fornitori (che bloccheranno di conseguenza le consegne, aspetto destinato inevitabilmente a ricadere pure sulla clientela della società). Comunque la si guardi, delle famiglie andranno in crisi, con effetti collaterali come la difficoltà a pagare mutui, rette scolastiche, o l’affitto per i propri figli all’università. Ovviamente, nulla di tutto ciò toccherà i distrattori, che magari sosterranno quelle stesse spese con le carte di credito aziendali.

Le indagini non sporadicamente inchiodano i bancarottieri (e le pene reclusive sono pesanti), ma di solito prendono il via con la relazione del curatore, una volta che la società è dichiarata fallita. A quel punto, il “buco” è già bello che nero e recuperare le somme cannibalizzate diventa cammino in salita (perché spese o trasferite artatamente dagli indagati, fino a farne perdere le tracce). Raramente i sequestri per equivalente ordinati dalle Procure arrivano all’importo del “crack” contestato, vista la condizione formale di scarsa abbienza dei supposti distrattori (malgrado la movimentazione bancaria dica, magari, che hanno “succhiato” un totale di centinaia di migliaia di euro).

Altre volte, però, l’azione giudiziaria è maggiormente efficace, interrompendo le condotte distrattive e permettendo di “salvare il salvabile”. Succede, di norma, quando l’inchiesta parte da segnalazioni di chi ha notato repentini cambi di tenore nel corso aziendale (è il caso, per esempio, del dipendente che smette di essere pagato puntualmente, oppure dei clienti che hanno versato caparre per servizi/beni di cui l’erogazione/consegna si procrastina inspiegabilmente). Spesso, in tali circostanze, il pubblico ministero arriva, sulla base delle evidenze raccolte, a chiedere al Gip del Tribunale una misura cautelare (se la situazione è seria, anche l’arresto), che ferma l’indagato. Chi lavora nel campo, o ha parlato con chi vi lavora, sa bene che l’esecuzione di quell’ordinanza segna il vero momento in cui il supposto bancarottiere sarà confrontato alla reale entità dei suoi gesti.

Parliamo dell’intervallo che spazia dall’attimo in cui la forza dell’ordine gli suona alla porta, per notificargli la misura, al contatto con il suo legale. Da lì in avanti, ricevute anche le rassicurazioni che un avvocato normalmente infonde (è il suo lavoro e ci mancherebbe), cambierà tenore, diventando più combattivo, attitudine che spesso lo accompagnerà sino al processo (e pure oltre). Nella decina di minuti iniziale, tuttavia, resterà solo, con i suoi pensieri, le sue azioni, i torti commessi e le ingiustizie arrecate. Forse non cambierà molto per chi attende mesi di stipendio arretrati, ma il contenuto di queste righe rappresenta il motivo per cui sarebbe bene sentire la bancarotta tutt’altro che lontana. Incapparvi è molto più facile di quel che sembri.

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