Immigrazione, se capire la differenza tra civiltà e buonismo è difficile…

Della presenza di due mediatori culturali alla Questura di Aosta, per assistere gli stranieri rispetto alle loro esigenze amministrative, GiustiziAndO aveva già detto negli scorsi giorni. Ora, la Polizia fornisce alcuni dettagli in più, su un’iniziativa che continuo a trovare di valore positivo e d’interesse, anche quale esempio per altre realtà. I due operatori sono stati inviati in Valle dal Dipartimento della Publica Sicurezza, nell’ambito di un progetto promosso dall’Unione Europea e che vede il diretto coinvolgimento dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.

Il loro ruolo di supporto, iniziato una decina di giorni fa, è legato soprattutto alle pratiche di ottenimento, o di rinnovo, del permesso di soggiorno. In termini più ampi, la presenza è mirata a facilitare la comunicazione tra i cittadini di origini e culture differenti e la Questura, in modo da promuovere l’inclusione sociale di extracomunitari che per, vari motivi, si trovano nella nostra regione, oltre che per sbrigare le pratiche amministrative previste dal testo unico dell’immigrazione.

L’aspettativa della Questura del capoluogo è che, conoscendo perfettamente inglese e francese, oltre all’arabo (e relative varianti dialettali, che rappresentano l’aspetto delicato, parlando di uno scibile geografico tanto vasto), i due mediatori/interpreti arrivino a fornire un importante supporto all’Ufficio Stranieri, aiutando questa struttura a relazionarsi al meglio con la sua utenza, migliorando così il servizio offerto.

In tal senso, è stata creata un’apposita postazione all’interno della sala d’aspetto della Questura di Aosta (cui si riferisce la foto, scattata dal Gabinetto di Polizia scientifica), presso la quale gli stranieri bisognosi di aiuto per le loro questioni burocratiche potranno rivolgersi al mediatore culturale di turno, ricevendo le indicazioni del caso ed un sicuro indirizzamento. Più in generale, i mediatori saranno a disposizione di chi dovesse averne bisogno durante i normali orari di apertura al pubblico dell’Ufficio Immigrazione.

Come ho già scritto quando l’iniziativa era emersa, analizzare il rapporto tra legislazione italiana e stranieri, e ridurlo ad un problema di barriera linguistica, sarebbe miope. La vera distanza da abbattere tra le due entità è quella culturale. Attenzione, lo sforzo deve avvenire “ambo i lati” (come dicevano i cartelli del divieto di sosta di un po’ di anni fa). Il migrante deve avvertire tangibile l’esistenza di procedure, norme e concetti di cui, nel suo Paese di provenienza, potrebbe anche non aver mai sentito parlare (e che, magari, riesce a malapena ad immaginare).

Di converso, lo Stato, o comunque il comparto pubblico (includendovi anche Regioni ed enti locali), deve arrivare a capire che per far valere il principio “legis ignoratio non est excusatio”, occorre che quelle norme siano note e chiare, anche a chi è arrivato da poco. Coniugare questo principio alle forze dell’ordine significa che l’ottica dell’azione non debba essere prioritariamente quella repressiva. Beninteso, vale in particolare per le situazioni amministrative (sui reati contro la persona e il patrimonio si può supporre che non debba esistere gran informazione, per far sapere che siano tali), e non significa diventare transigenti.

Significa capire che integrare non è un onere a carico esclusivamente di chi arriva, ma un processo che viene avviato da chi accoglie (e poi, certo, presuppone la volontà dell’altra parte, che non può però lanciarlo da sola). Difficile affrontare questa discussione nel Paese in cui il tema è storicamente nell’arsenale delle armi di strumentalizzazione di massa della politica, che ha fatto (e continua a fare) dell’immigrazione “un’emergenza” (soprattutto in chiave di catalizzazione del consenso elettorale), ma il ragionamento – per poter essere efficace – andrebbe sviluppato a “bocce ferme”.

Ed andrebbe sviluppato in una dimensione che non può essere quella dei singoli Stati, perché l’Italia sarà anche la porta sul Mediterraneo, ma le altre stanze restano i Paesi del vecchio continente. Però, nemmeno in un consesso europeo ove la logica sia esclusivamente quella di un pulsante acceso o spento. Il primo aspetto, per imbastire politiche di accoglienza degne di tal nome, sarebbe proprio la consapevolezza dei flussi che ogni Stato può sostenere annualmente (dopodiché, partendo da lì, si potrebbe parlare di redistribuzione e dei suoi criteri). Puoi far entrare sei persone, se hai una casa con una stanza degli ospiti da quattro? La risposta, tanto semplice quanto di buon senso, è “per qualche giorno sì, ma in pianta stabile no”.

Ecco, in Italia si continua a procrastinare la durata di quel “qualche giorno” (e sarebbe interessante che sempre più gente si chiedesse come mai, visto che le procedure in “emergenza”, andando in deroga a tante norme, specie sugli affidamenti, sono fonte di guadagno a minimo sforzo per molti attori del sistema), mentre l’Europa appare incapace di capire (ed ancora una volta gli appetiti elettorali dei leader pesano su questo) che il fenomeno è antropologico ed è tra quelli che segneranno questo secolo nei libri di storia, per cui “costruiremo un muro” o “noi ne abbiamo presi già tanti” è roba da operetta, non da sede istituzionale.

Aspettando un rinsavimento di politica e governi (eppure, esempi ai quali guardare ce ne sarebbero anche, penso al Canada o all’Australia, per citare i primi che vengono alla mente), gli stranieri in Italia ci sono e chiedono (se sono persone per bene, perché a queste è legato il ragionamento di queste righe, giacché i delinquenti non hanno nazionalità agli occhi di chi scrive) di condurre una vita normale, ché di difficile hanno già avuto quella nel luogo natìo. Iniziative come quella dei mediatori contribuiscono ed è per questo che uno Stato che rivede le sue strutture e procedure in questo senso dimostra civiltà. Si badi bene, civiltà, non buonismo. E’ diverso, ma la politica non lo ha ancora capito (o le fa comodo non capirlo).

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