Quel cadavere che attraversò il tunnel del Monte Bianco

Per la giustizia italiana, con il patteggiamento di stamane dell’unica imputata (a due anni di carcere, pena sospesa), sul caso del cadavere di Fénis è calato il sipario giudiziario. Fu una delle vicende che tenne banco nell’estate del 2017. Il corpo semi-carbonizzato di un uomo, con una mano quasi staccata, in un luogo ove la gente va a correre o porta a spasso gli animali domestici, non è affatto routine in Valle d’Aosta. Non stupisce, ripensandoci, che gli inquirenti, nelle prime ore dal ritrovamento, quelle normalmente cruciali per trovare il bandolo di una matassa, centellinarono i dettagli con il contagocce.

Ricordo come fosse ieri, nel pomeriggio di quel sabato 19 agosto 2017, per arrivare alla radura ove la salma era stata notata da un uomo a passeggio con il suo cane, una camminata di oltre un’ora con il collega de “La Stampa” Daniele Mammoliti, scandita dall’accattonaggio molesto di indicazioni a ogni passante e telefonate a conoscenze residenti in zona. Un “Tom Tom” empirico, che ci portò a Le Ferreun, all’estremità est del comune della media Valle, ove riuscimmo a fotografare la chiazza di bruciato sull’erba rada, non distante dalla confluenza tra il torrente Clavalitè e il canale Saint-Clair..

I tratti del mistero c’erano tutti, amplificati dall’esito di esami autoptici che confermavano, con fratture e segni, una salma trascinata di peso. C’erano poi delle ferite all’altezza tra spalla e collo, compatibili con un coltello. E c’erano anche dei funghi nello stomaco: da ovunque venisse, il morto, nelle sue ultime ore, aveva cenato senza troppi pensieri. Un quadro caratteristico che non faceva prevalere nessuna ipotesi in particolare, lasciandone aperta ben più d’una. Una maledizione per i Carabinieri del Reparto Operativo, impegnati nelle indagini (inizialmente, per omicidio), che diffusero anche la foto dell’orologio portato dall’individuo senza nome. Un modello popolare negli anni ’90, per quanto non prodotto in tiratura dilagante, celebrativo del rally estremo “Camel Trophy”, che non scaturì però reazioni utili.

Dall’esame di alcune immagini di videosorveglianza, i militari riuscirono ad arrivare al fatto che il cadavere era stato trasportato là in auto e l’esame delle targhe acquisite conduceva a guardare all’estero. La situazione si chiarì definitivamente in ottobre, quando in Francia una 22enne originaria di Gex (nel dipartimento dell’Ain, non lontano dal confine con la Svizzera) venne arrestata. La Police Nationale arrivò ad Anaëlle Prunier dalla segnalazione di utilizzo di un bancomat. Apparteneva ad un informatico 52enne di Lione, Jean-Luc Durand. Dell’uomo mancavano notizie da metà agosto (non rientrò sul lavoro dopo le ferie e ne venne denunciata l’assenza), ma un prelievo fu effettuato in data successiva.

Il controllo, attraverso la telecamera dello sportello, restituì tuttavia il volto di una donna, pesantemente truccata. L’avevano già vista accompagnarsi con lo scomparso e le testimonianze di alcune persone vicine a lei (inclusa una che la sentì affermare al telefono di aver commesso “una grossa fesseria”) chiusero il cerchio. Prunier, interrogata dalla polizia giudiziaria, raccontò la sua storia: l’uomo era morto, ferito con due colpi di coltello, durante un incontro sessuale dedicato a pratiche sado-maso, cui lei si era prestata in veste di “escort”, attività che esercitava occasionalmente in parallelo a quella di cameriera a Ginevra. La ragazza sosteneva di essersi difesa dai soprusi di un partner aggressivo ed umiliante, spintosi ben oltre la soglia del concordato e del consensuale.

L’ammissione della donna – che collocò il decesso nel giorno dopo ferragosto – incluse il tentativo di disfarsi dal cadavere, spostato in Italia a bordo della Peugeot della vittima, poi abbandonato a Fénis e dato alle fiamme con la benzina portata con sé in una tanica (dopo aver scartato il progetto originario di buttarlo nella Dora). Alcuni lavori di imbiancamento e ripulitura nella casa della ragazza, considerati dagli inquirenti come volontà di cancellare tracce della sua responsabilità, nonché l’essere ancora in possesso del bancomat della vittima, completarono il quadro indiziario a suo carico.

Da allora, Prunier è detenuta in Francia e il procedimento penale che l’ha vista imputata al Tribunale di Aosta ha riguardato esclusivamente l’accusa di distruzione del cadavere, perché sull’uccisione, avvenuta oltreconfine, la magistratura italiana non ha giurisdizione. Spuntarono le conferme del passaggio della Peugeot 306 (ritrovata ad Oyonnax, sempre nell’Ain) nel tunnel del Monte Bianco e immagini di videosorveglianza (del traforo, ma anche in una stazione di servizio valdostana) in cui la donna appariva da sola alla guida della vettura. Se in Francia esiste ancora più di un dubbio che qualcuno possa averla aiutata a caricare il cadavere in auto (non ci è riuscita in una simulazione organizzata dagli inquirenti lo scorso maggio), Carabinieri e Procura sono certi che, in Valle, non fosse accompagnata.

A difenderla nel processo chiusosi oggi, l’avvocato aostano Claudio Maione, assieme alla collega francese Marika Devaux che segue il procedimento oltralpe (legale a Lione e Torino). I professionisti sono riusciti a trovare il consenso del pm Eugenia Menichetti sull’applicazione di una pena di misura tale da far scattare la sospensione condizionale. Il team legale ha puntato, anche con produzioni documentali, sul profilo dell’imputata, tale da avvalorare la sua reazione difensiva ad una situazione estemporanea e da non delineare un’attitudine delinquenziale consolidata. Stamane, il Gip Giuseppe Colazingari ha preso atto dell’accordo tra le parti e dato corso al patteggiamento, rendendolo sentenza definitiva.

Il processo francese, sulla morte di Durand, è ancora in corso e si vedrà se la tesi della donna verrà creduta, o meno, dai giudici. Nel mentre, ha un pensiero in meno (e, per qualcuno che deve difendersi da un’imputazione grave non è indifferente): la “condizionale” fa sì che Prunier non debba scontare in carcere la pena patteggiata oggi ad Aosta (a meno di future condanne in Italia, che portino alla revoca della sospensione, ma è un rischio minimo non trascorrendo del tempo nel nostro Paese, oppure evitando di delinquere, qualora ci si trovasse di nuovo). Un risultato ottenuto dai suoi legali, che affonda tuttavia le radici nell’“intuizione” di una notte che – sia considerandola una scaltra assassina in fuga, sia una donna terrorizzata dalle conseguenze letali della difesa da un sopruso – deve essere stata tutt’altro che facile per lei: portare quel cadavere fuori dalla Francia.

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