Stalking, minacce, danneggiamenti: dove stiamo andando?

Un 34enne, secondo la Procura, aveva fatto a brandelli mutandine e reggiseni della sua ex compagna, oltre ad averle bucato le gomme dell’auto e, per questo, è stato condannato dal Giudice ad un anno di carcere (e la pena non sospesa significa che nel suo “curriculum” c’è del pregresso). In un’altra udienza, con un 45enne alla sbarra per minacce e danneggiamenti, si sentono testimonianze tali da configurare lo stalking, ben più grave dei reati contestati all’imputato, per il quale si profila ora la nuova accusa.

Pagine da una mattinata in Tribunale. Dibattimento monocratico, quello cui accede chi non sceglie riti alternativi e che riguarda i delitti più comuni (che spesso non lo sono nel comune sentire, ma per l’ordinamento sì). Non restituiscono tanto il colore delle giornate dell’errabondo cronista (che l’ha scelto e sa a cosa va incontro quando imbocca via Ollietti), ma la cifra di un’epoca in cui il contraddittorio è non solo all’ordine del giorno, ma in ascesa verticale, e la dialettica tra persone registra un imbarbarimento che non sporadicamente sfocia nel reato.

Dire qualcosa, dinanzi a un panorama del genere, popolato di sentimenti che si trasformano nel loro opposto e di incomprensioni che evolvono in violenza, anche se alcune cause si chiudono con assoluzioni, diventa difficile. Di sicuro, anche in Valle, la nostra era pare attraversata dalla difficoltà di lettura delle sue criticità. Ci convinciamo che il vero problema sia in colui che ha il “physique du rôle” per rappresentarlo, come l’immigrato, o l’ultimo arrivato. A volte accettiamo volentieri suggerimenti sul tema. Altre, citiamo perfino statistiche più o meno empiriche per sostenere una tesi del genere, ma non ci accorgiamo che, attorno a noi, sono tutt’altri i contesti che stanno ribollendo, a temperature ben peggiori.

Vorrà dire qualcosa se le forze dell’ordine sono sempre più impegnate su liti familiari, condominiali, tra ex conviventi e via così, con denunce che spaziano ricorsivamente tra i crimini contro la persona e il patrimonio. La prima osservazione, la più semplice, apparentemente la più logica, sarebbe che ognuno dovrebbe imparare a gestire le sue pulsioni. Peraltro, le condanne quando arrivano fanno male. Al di là della reclusione, per esempio, ai 5mila euro di risarcimento, il 34enne condannato oggi per danneggiamenti ne dovrà aggiungere altri 6mila per spese legali e di procedimento. Una cifra che, se avesse concluso una conciliazione stragiudiziale, non avrebbe mai dovuto sborsare.

Eppure, se malgrado la valenza repressiva dei verdetti sempre meno gente riesce a tenersi, ad accettare senza muovere le mani una relazione finita, a considerare la ripicca come l’unica moneta da dare in cambio a un vicino di casa, un’amante o un congiunto, allora la prospettiva va cambiata (cominciando magari a mandare in archivio “stress”, “rabbia” e “nervoso” quali letture che si associano a notizie come quelle di stamattina, tali da ricordare da vicino alcune reazioni ai femminicidi su cui la discussione imperversa a livello nazionale).

Ed una necessità di cambiamento del genere investe la collettività, perché l’esigenza è, anzitutto, di iniziare a leggere correttamente entità e natura del problema. Dopodiché, come sempre quando va iniziato un percorso terapeutico, a smettere di negarselo. Non avremo già superato il punto di non ritorno per riuscirci? Chissà. Non è comunque un motivo sufficiente a non dirselo.

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