Per il Tribunale, l’evasione Iva del Forte di Bard non è ipotizzabile

Non ci sono volute più di ventiquattr’ore, ai giudici del Tribunale di Aosta, per decidere sulla richiesta di riesame relativa alla presunta evasione Iva del Forte di Bard, discussa ieri mattina. Nel primo pomeriggio di oggi è stata notificata l’ordinanza che, al termine di un ragionamento lungo quattro pagine, annulla il provvedimento con cui, lo scorso 16 agosto, il Gip aveva disposto il sequestro di poco meno di 1,2 milioni di euro, ammontare dell’imposta non versata secondo la Procura, che aveva richiesto la misura cautelare.

I legali dell’associazione che gestisce il Forte (avvocato Roberto Calleri) e e dell’ex consigliere delegato Gabriele Accornero (avvocato Corrado Bellora) hanno di che essere soddisfatti. Non solo il collegio composto dai magistrati Giuseppe Colazingari, Marco Tornatore e Maurizio D’Abrusco ha accolto le loro istanze, ritenendole fondate, ma lo ha fatto “non apparendo neppure ipotizzabile in astratto la commissione del reato prospettato dal Pubblico Ministero”. Vediamo, più approfonditamente di quanto abbia fatto oggi su Aostasera.it, perché.

La genesi del provvedimento

L’indagine, partita da una contestazione dell’Agenzia delle Entrate, è aperta per dichiarazione Iva infedele. Secondo gli inquirenti, Accornero, all’epoca legale rappresentante del Forte, “indicava nella dichiarazione dei redditi per l’anno di imposta 2015 e 2016, elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo dell’importo complessivo” di 5 milioni 380mila euro. Così facendo, “evadeva l’imposta sul valore aggiunto” per oltre 423mila euro per il 2015 e per più di 760mila l’anno dopo.

Come passo successivo, tracciato dalla legge sui reati tributari, il pm Luca Ceccanti chiede al Gip del Tribunale il sequestro preventivo del totale delle imposte evase “di beni immobili e mobili fino al raggiungimento della somma” di 1.183.814 euro, pari al totale delle imposte supposte evase, “in vista della sua confisca come profitto del reato” contestato. Il giudice Paolo De Paola sostanzialmente condivide la tesi accusatoria e sotto sigillo finiscono la cifra disponibile sui conti del Forte (che non arriva però al totale richiesto) e (per il valore residuale) un immobile di proprietà del già manager.

L’accusa

L’ipotesi di evasione ruota attorno al “mancato assoggettamento al regime fiscale Iva dei contributi straordinari” erogati dalla Regione al Forte. Gli inquirenti ne sono convinti, in ragione “del prevalente esercizio da parte dell’associazione di attività di natura commerciale” e della “non applicabilità, per carenza di almeno uno dei presupposti normativi”, dello “speciale regime agevolato” stabilito dall’ordinamento sui redditi “in favore degli enti non commerciali” (tra i quali si annovera la “partecipata” che gestisce la fortezza, oggi presieduta da Ornella Badéry).

Le osservazioni dei giudici

Relatore del caso, nell’udienza di ieri, è stato il giudice Tornatore, che compare anche quale estensore dell’ordinanza. I cronisti lo conoscono, soprattutto, per il dibattimento monocratico, ma è anche il magistrato fallimentare che si occupa del concordato del Casinò. L’annotazione preliminare è il presupposto stesso dell’applicazione Iva, “costituito dalla compresenza di prestazioni corrispettive” e, dunque, “da un prezzo corrisposto da una parte (la Regione, nel caso in esame) che rappresenti il controvalore effettivo di una prestazione erogata dall’associazione”.

Applicato tale principio al caso specifico, il Tribunale ricava che “l’assoggettamento al regime Iva (e dunque all’applicazione dell’aliquota al tempo vigente) delle citate contribuzioni straordinarie” riconosciute da piazza Deffeyes può avvenire qualora le stesse “rappresentino il controvalore effettivo dei servizi erogati” dall’associazione. Alla luce di questo assunto, il collegio giudicante esamina i rapporti tra Regione e partecipata, disciplinati da una convenzione approvata dalla Giunta regionale nel 2016.

I flussi finanziari tra Forte e Regione

L’obiettivo dell’analisi è capire se “la contribuzione straordinaria regionale venga erogata a fronte di un rapporto sinallagmatico contrattuale avente fondamento nella citata convenzione”. L’intesa prevede che la Regione assicuri “all’Associazione le risorse finanziarie per l’esercizio dell’attività” cui è chiamata (vale a dire, la valorizzazione del complesso monumentale del Forte di Bard attraverso “funzioni espositivo-museali, informative e promozionali, formative, ricettive e di servizi ai visitatori”).

Le risorse sono individuate, dallo Statuto dell’associazione, “nelle quote di ammissione” (una sorta di iscrizione), in quelle annuali e in quelle “straordinarie versate dai soci”, tra cui figura anche la Regione. Le contribuzioni liquidate dall’amministrazione regionale si compongono di una quota annua di ammissione di 150mila euro e di “una quota di ammissione straordinaria” di importo variabile, che nel periodo 2013-2017 ha raggiunto importo complessivo appena inferiore a 13 milioni e 100mila euro.

I contributi? Non sono corrispettivi

Messi a fuoco questi elementi, il Collegio conclude “che le contribuzioni regionali non possono ritenersi corrispettivi per le prestazioni erogate dall’associazione”. Lo fa per tre motivi: “gli importi delle contribuzioni regionali annue non sono predeterminati e non sono in qualche modo desumibili in base alla convenzione o alle previsioni dello statuto”, giacché “vengono stabiliti unilateralmente dalla Regione (in funzione di proprie ed autonome valutazioni”; “non sono stabilite forme o scadenze di pagamento dei contributi annui”; “pur variando l’ammontare delle singole contribuzioni annue, le funzioni dell’Associazione” sono rimaste “immutate nel corso degli anni”.

Per questo compendio di fattori, le erogazioni in esame risultano “in definitiva dei contributi a fondo perduto non assoggettabili ad Iva e non il prezzo di prestazioni erogate in favore della Regione”. Considerazione che porta il Tribunale anche a ritenere “improprio” il riferimento della Procura allo speciale regime agevolato in favore degli enti non commerciali, giacché questo “esclude l’assoggettamento ad Iva” di “’corrispettivi specifici’ che gli associati versano in favore dell’associazione per i servizi svolti da quest’ultima”.

Di contro, “nel caso in esame non è configurabile alcun corrispettivo versato dall’associato Regione a fronte di servizi resi dal Forte di Bard, bensì un contributo annuo a fondo perduto di importo variabile e non predeterminato”. Si giunge così alla conclusione che “la richiesta di riesame è fondata e il sequestro va annullato”. Depositi e beni bloccati saranno pertanto resi al Forte e a Gabriele Accornero.

Il futuro

La decisione, e le relative valutazioni, attengono, in questa fase, esclusivamente al provvedimento cautelare (cioè il sequestro). L’inchiesta non si estingue con questo pronunciamento. Tuttavia, non è infrequente che i difensori citino a sostegno delle loro tesi, nel prosieguo dei procedimenti, quando l’attenzione si sposta sugli aspetti di merito, alcuni principi sanciti in sede di riesame. Non c’è da dubitare, visto il tenore dell’ordinanza, che in questo caso sia destinato ad accadere.

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