La lezione di Borrelli e le amnesie valdostane

La morte di Francesco Saverio Borrelli, capo del pool di “Mani Pulite”, il nucleo di magistrati che a inizio anni Novanta mostrò all’Italia quale seltz ci fosse nella “Milano da bere”, rappresenta oggi il punto di partenza imprescindibile per questa colonna. E quando ad andarsene è, anzitutto, un esempio, perché l’uomo che capitanò l’azione penale condotta da inquirenti come Antonio Di Pietro e Gherardo Colombo lo è stato, per parlarne si possono imboccare due strade.

La prima è quella della retorica, evocando pagine come la cittadinanza onoraria conferita da Courmayeur al magistrato. Atto di indubbio profilo istituzionale e di sicuro orgoglio locale, ma la domanda è: cosa abbiamo capito del nostro illustre corregionale, di quale dei suoi insegnamenti abbiamo fatto tesoro? A guardare la Valle di oggi, dilaniata da indagini per corruzione, per illeciti contro la pubblica amministrazione e, nell’ultima settimana, nuovamente per crimine organizzato (oltre all’aggiungersi del fascicolo sull’operazione Gran Baita), converrete che qualche dubbio sorga spontaneo.

Se si ha la fortuna di essere vicini ad un esempio, il segreto è nel comprenderne, provando a farla propria anche nel piccolo della quotidianità, la statura. Su questo, però, i valdostani ricordano vagamente una classe di ripetenti. Rimanendo ad un altro esempio celebre per la Valdigne, si perde il conto degli anni in cui il sociologo Giuseppe De Rita, ai piedi del Bianco, ha pubblicamente ammonito sull’assistenzialismo regionale. Vi sembra essere stato ascoltato con attenzione? Magari sì, ma deve aver dilagato un’epidemia di amnesie.

Ecco, pertanto non ne vorrete all’errabondo cronista se sceglierà l’altra strada, quella che porta più lontano da omaggi destinati a dissolversi non appena i riflettori si saranno spenti sulla scomparsa del magistrato per undici anni al vertice della Procura di Milano. Un cammino fatto della rilettura delle parole maggiormente significative di colui che, per uno dei suoi allievi illustri, l’oggi Capo dell’ufficio inquirente, Francesco Greco, “ha fatto la storia d’Italia” e che, per il presidente Sergio Mattarella, “ha servito con fedeltà la Repubblica”.

Celebre è il suo “Resistere, resistere, resistere come su una irrinunciabile linea del Piave”. Una frase che arrivò deflagrante come una delle arie liriche che tanto amava, nel 2002. Attenzione, siamo un anno dopo le elezioni stravinte dal Polo delle Libertà, quelle del secondo governo Berlusconi (con An di Fini, la Lega di Bossi e i centristi di Casini). Guardasigilli era Roberto Castelli, pronto ad avviare le riforme che il premier gli aveva chiesto.

Due su tutte: la separazione delle carriere dei magistrati e la possibilità di sottoporre il pm al controllo del governo. Un’eresia per chiunque abbia un’idea, per quanto vaga, dell’architettura istituzionale Repubblicana (ma non per chi aveva più d’un procedimento pendente). Però, il giorno prima il procuratore generale della Cassazione Favara aveva manifestato delle aperture. Così, alla sua ultima inaugurazione di anno giudiziario, Borrelli scelse la sola strada che gli parse aver senso, quella della schiettezza.

Dopo aver denunciato le campagne di “rabbiosa informazione” e gli “imbonimenti” televisivi contro i giudici, spiegò quindi, nella relazione considerata il simbolo dei suoi quarantasette anni con la toga, che “dopo aver attraversato una stagione di incisivi cambiamenti ordinamentali e processuali, il sistema avrebbe bisogno semmai di una fase di assestamento ermeneutico e non del preannunzio di ulteriori scosse telluriche”.

Per aggiungere subito dopo che “le riforme annunciate, meglio minacciate con trasparenti intenti punitivi verso una magistratura certamente non al massimo dell’efficienza, ma altrettanto certamente indipendente, ben poco hanno a che fare con l’efficienza”. Concetti che scatenarono l’ira dei tre rappresentanti di Forza Italia presenti, Fabrizio Cicchitto, Alberto De Luca e Fabio Minoli, corali nel lasciare l’aula in segno di protesta. Un gesto tanto plateale, quanto rivelatore del nervo scoperto colpito da Borrelli.

Proseguendo, si fece ancora più chiaro, eliminando qualsiasi bisogno di sottotitoli: “Si parla di separazione delle carriere, più blandamente, ma ingannevolmente, delle funzioni. Come se le funzioni tra giudicante e requirente non fossero già divise”. Una scelta che, “se motivata dalla temuta arrendevolezza dei giudici ai pm dovrebbe almeno essere supportata da studi sul campo e da monitoraggi. Se motivata invece dall’intenzione di vincolare il pm all’esecutivo, come con ingenua imprudenza si è fatto capire in Parlamento, vulnererebbe indirettamente la stessa indipendenza del giudice penale e la signoria della legge”.

L’allora Procuratore generale, tuttavia, l’amministrazione giudiziaria l’aveva conosciuta a più livelli e sapeva che poteva aver bisogno di interventi all’apparato, “ma le vere cause delle modalità di funzionamento, o di disfunzionamento, della macchina risiedono spesso all’esterno e forse occorrerebbe chiedere a economisti e sociologi se la miastenia della giustizia, in quanto persistente, non sia per avventura funzionale a determinati interessi e a quali”.

Per cui, porte aperte alla modernizzazione, ma “purché, per le mani di chierici di recente ordinazione, non scivoli verso concezioni aziendalistiche e produttivistiche che con la giustizia, come con l’insegnamento, come con la sanità pubblica, ben poco hanno da spartire”. Quel giorno, Borrelli si spinse fino a toccare i tasti della polemica, asprissima, sul processo SME, che coinvolgeva Berlusconi e il senatore Cesare Previti. Lo fece però con la maestria di non nominare apertamente l’argomento.

“Si è tentato per fortuna con mezzi tecnicamente inidonei, – disse – di frapporre ostacoli, con la legge sulle rogatorie e con le riserve unilaterali all’estradizione esemplificata – alias mandato di arresto europeo – e l’orchestrazione di campagne di rabbiosa disinformazione”. Poi, un altro affondo (su un tema ancora oggi attuale): “Guarda caso le scorte sono state tolte proprio a quelli che per caso sono messi lì a sostenere l’accusa al Capo del governo”.

Non mancarono nel suo “addio” ideale, da uomo dotto (la toga era già stata indossata dal padre), le citazioni: “Qualcuno ha rievocato recentemente il ‘pretore rosso’ di fascistica memoria, del quale parlava il mio maestro Piero Calamandrei nell’Elogio dei giudici, ma già Adamo Smith, 150 anni prima, osservava che chi contrasta gli affaristi legati al potere politico si espone ad accuse infamanti, ingiurie e minacce”.

Eppoi, via un altro sassolino dalla scarpa, legato alla “reinvenzione” della storia giudiziaria, tema veramente caldo nell’Italia dell’epoca. Vi si assiste, per Borrelli, “quando pacchi interi di sentenze di condanna, spesso patteggiate a seguito di confessione, vengono attribuiti ad una guerra civile condotta da magistrati contro elites politiche della Prima Repubblica affossatesi in realtà da sole, tra l’esecrazione anche di molti odierni convertiti, nelle sabbie mobili della corruzione più sfacciata”.

Per concludere, “ai guasti di un pericoloso sgretolamento della volontà generale, al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo, estremo baluardo della questione morale, è dovere della collettività resistere, resistere, resistere, come su una irrinunciabile linea del Piave”. Insomma, un andarsene da Palazzo di giustizia senza rinunciare a denunciare i rischi di una fase storico-politica che, se oggi vive momenti di rivalutazione, è solo per la drammatica insipienza di quelle venute dopo.

In un mondo di celluloide, il rischio è che ci si convinca che la memoria di quegli anni vada bene affidata alle serie tv “1992” e “1993”. Non è così. Con l’azione incessante contro la corruzione, Borrelli dimostrò che la magistratura, quando fa il suo mestiere con intransigenza (anzitutto verso se stessa), arriva a raccogliere la fiducia della gente (rimbalza su quasi tutte le testate online, in queste ore, la gallery sulla “passeggiata” in Galleria a Milano, in cui una folla oceanica seguì il pool). Impensabile, in tempi di togati del Csm a cena con parlamentari, ma non per questo impossibile.

Parole, quelle dell’ex Procuratore di Milano (in realtà, nacque e crebbe a Napoli), che mi hanno ricordato nella loro nitidezza, in uno strano rapporto di causa ed effetto (dettato pure dall’attualità di alcune tentazioni riformiste di chi governa), quelle più recenti di un altro pm antimafia, Nino Di Matteo. “E’ necessaria una svolta della politica: non si possono aspettare le sentenze della magistratura, bisogna avere la capacità di intervenire prima, recidendo qualsiasi legame” con il crimine organizzato. Lo ha detto lo scorso aprile, parlando del “caso Siri” (l’ex sottosegretario leghista indagato per corruzione), ma sembrano cucite a pennello sulla situazione valdostana, rilanciata questa settimana dall’operazione Altanum della Dda di Reggio Calabria.

I processi per associazione a delinquere di stampo mafioso che verranno innescati da questa inchiesta, così come da “Geenna” (della Dda di Torino), dureranno anni ed inanelleranno verosimilmente centinaia di udienze. Peraltro, il loro perimetro sarà circoscritto agli imputati. Sta alla politica, sta alla comunità, sta alle associazioni sta ad ognuno capire che sedimentazioni di ‘ndrangheta in Valle non sono “trapianto” recente e che da certe “zone grigie” ci si deve solo tenere lontani. Ad ogni livello.

Rintanarsi dietro al rassicurante “non c’è colpevolezza finché non esiste una sentenza definitiva” vuol dire regalare lunghezze preziose ad un cancro sociale cui individualmente si è chiamati ad opporsi, combattendolo strenuamente, nella propria realtà professionale e personale. Il Procuratore capo della Dda reggina, Giovanni Bombardieri, nello spiegare l’operazione scaturita da due ‘ndrine che si sparavano per la supremazia in Valle (non nella Locride, in Valle), ha parlato chiaramente termini di “’Ndrangheta senza confini”.

Di nuovo, non occorrono sottotitoli. Vuol dire essere consci del problema ed attivare i relativi anticorpi, soprattutto nei periodi in cui ci si avvicina a momenti cruciali della vita politico-amministrativa locale, come la formazione delle liste elettorali. Penso, in particolare, al rinnovo del Consiglio Valle, ma “Geenna” c’insegna che nemmeno i Comuni sono al riparo dei tentativi d’infiltrazione, anzi.

Dimostrare di aver colto le parole di Di Matteo oggi (e l’insegnamento di Borrelli prima) vuol dire, per limitarsi ad un esempio, evitare di candidare “d’ufficio” – come accadde in casa Union Valdôtaine alle “regionali” 2013, dopo un suo “misterioso” ritiro dalle “primarie” tenute tra gli iscritti – un amministratore cittadino (oggi agli arresti in “Geenna”) dalle frequentazioni che atti giudiziari dal 2011 in avanti ritraggono come inopportune per il titolare di un pubblico ufficio.

Da evitare non solo per un’ovvia questione di merito, ma anche perché (ed, in effetti, in quella circostanza accadde) ogni imposizione crea naturalmente fratture e un movimento come quello unionista assolve al suo compito storico se si pone quale forza “di raccolta”, non divisiva. Frammentarne la base, con scelte verticistiche e mosse da interessi che, andando bene, rispondono alla ricerca smodata del consenso elettorale, ma andando male risultano illeggibili o peggio inspiegabili, lo condanna alla fase di fiato corto che, non a caso, sta vivendo oggi.

Ecco, potrà essere una visione che qualcuno sarà pronto a smentire (peraltro, Bobo Craxi ha definito l’ex pg milanese “una delle punte di diamante di quello che io considero un colpo di Stato, il sovvertimento di un organo dello Stato da parte di un altro”), ma la maturità rispetto al lascito di Borrelli (e all’ammonimento di Di Matteo) si dimostra anzitutto con la capacità di ricordare (dimenticare è molto più comodo) e dirsi apertamente cosa fare, o non fare. Tutto il resto è conseguente, ma fino ad allora continueranno a servire i farmaci per la memoria.

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