I cavalieri del cielo e altre storie

Nei periodi di alta stagione sia invernale, sia estiva, quando arriva la domenica l’errabondo cronista sa che, al 90%, si troverà a scrivere la sigla Sav in un articolo su fatti della giornata. L’acronimo indica il Soccorso Alpino Valdostano, cioè l’insieme di operatori, tecnici e sanitari che, a bordo dell’elicottero di base all’aeroporto “Gex”, intervengono in aiuto delle persone in difficoltà in montagna.

Se parto da qui non è perché, proprio in queste ore, quelle donne e uomini sono impegnati a recuperare un uomo smarritosi in un sentiero nella zona di Cogne (e, anche se non siamo ancora nel “top” della stagione alpinistica, verosimilmente altre missioni li attendono). No, l’obiettivo di questa colonna è come sempre riflettere, cercare di guardare dentro ciò che diamo per scontato nelle nostre giornate.

Così, se sentir volare un elicottero non fa notizia in Valle d’Aosta (a meno che sia già calata l’oscurità, aprendo la porta a quel punto, su Facebook, alla fiumana di interrogativi sul cataclisma in corso, mentre di norma si tratta dei “Cavalieri delle tenebre” dell’Esercito Italiano che si addestrano), l’attività di questi lavoratori dell’emergenza-urgenza è pianeta non solo affascinante, com’è immancabile quando si parla di aiuto al prossimo, ma anche eccellenza tecnica con pochi eguali nell’arco alpino.

Hanno potuto toccarlo con mano i giornalisti che, mercoledì scorso, erano presenti all’esercitazione periodica del personale del Sav e dell’Usl, alla falesia di Vollein (Quart). Non solo è stato possibile vedere le manovre, ma anche parlare con i protagonisti delle missioni di Sierra-Alfa 1, a partire dal direttore Paolo Comune e da operatori di lungo corso come Lucio Trucco, o il chirurgo Alessandro Bosco (che non ha mancato un giusto riconoscimento al pioniere Carlo Vettorato). Se volete leggere il resoconto dell’abbondante mattinata, uscito su Aostasera.it, lo trovate qui (mentre in questo articolo c’è invece un video), ma ciò che mi ha lasciato l’esperienza è (anche e soprattutto) altro.

Quando un mezzo di soccorso si mette in moto – e chi scrive lo sa, per aver fatto parte della “grande famiglia” dei volontari d’ambulanza (spesso mi mancate, ragazzi!) – non è mai uno scherzo e l’impegno è massimo da parte di tutti. Intervenendo dal cielo, tuttavia, la difficoltà si amplifica all’ennesima potenza, per i fattori che l’articolo sull’esercitazione spiega. Respingo, a maggior ragione dopo aver passato del tempo con loro, la visione di soccorritore come eroe, perché si tratta anzitutto di una scelta personale, ma il lavoro del Sav (spesso congiunto a quello degli omologhi del Sagf della Guardia di finanza) è di quelli che fanno la differenza.

La Valle d’Aosta sta attraversando una fase critica della sua storia. Le Istituzioni un tempo considerate come gangli vitali di questa comunità sono alle prese con problemi – giudiziari e non solo – che ne marcano una distanza inaccettabile dalla popolazione, ovviamente sfiduciata dal triste spettacolo. Tuttavia, se le tasse che ogni contribuente versa servono a finanziare dei servizi, conforta pensare che – oltre ad alimentare gli sprechi sviscerati da tante vicende di cui la cronaca si è nutrita ultimamente – finiscano anche nel Sav e nel suo funzionamento.

C’è, oltre piazza Deffeyes, una Valle d’Aosta che ha voglia di fare bene. Di assumersi consapevolmente dei rischi. Di decidere, anche se è sospesa a un cavo metallico nel vuoto. Di portare a termine ciò che gli viene chiesto, malgrado significhi calarsi in un crepaccio per trenta metri, per recuperare un cadavere da restituire a una famiglia, affinché possa piangere su una bara e non su un impalpabile ricordo. E’ silenziosa (e in questo rientrano tutti i lavoratori del pronto intervento) e sarebbe bene vi si guardasse più spesso, perché può insegnare molto sulla ricostruzione di uno spirito di solidarietà e di comunità. Peraltro, senza tema di smentita, merita la definizione di “modello” molto più di quanto non faccia il “club” di piazza Deffeyes in questa stramba stagione.

Restando in tema di mali dell’oggi valdostano, e passando alla cronaca giudiziaria, la settimana pronta ad andare in archivio ha visto la conclusione di un processo eloquente in materia. Si tratta di quello in cui il dipendente del Casinò Domenico “Mimmo” Avati era imputato di corruzione elettorale, per episodi relativi alla campagna delle ultime elezioni regionali, in cui era candidato. Le motivazioni del Gup Davide Paladino al verdetto assolutorio disvelano l’origine dell’inchiesta: la telefonata tra un libero professionista della media Valle e un candidato (oggi in Consiglio Valle) di un’altra lista.

In quella conversazione, il primo racconta al secondo di aver saputo, da un dipendente della Casa da gioco, delle presunte “malefatte elettorali” di Avati (pressioni su colleghi per ottenere voti, a fronte di promesse di avanzamenti di carriera, o assunzioni a tempo indeterminato). All’ascolto di quella chiamata, per un’altra inchiesta, ci sono i Carabinieri. La Procura convoca quindi il libero professionista, che conferma sostanzialmente il dialogo, ma farcisce il suo racconto di “non ricordo”, “non posso escludere che” e di verbi al condizionale (lo annoterà persino il giudice in sentenza). Il pm non si sente comunque di soprassedere a quell’evidenza probatoria e – unendole altri elementi raccolti – chiede di processare Avati. L’idea inquirente è tuttavia di riconvocare quel testimone, affinché deponendo in dibattimento esca da alcune ambiguità rese nelle dichiarazioni iniziali.

Ipotesi vanificata dalla scelta, da parte dell’imputato, del rito abbreviato, che non ammette testimoni, ma solo le prove nel fascicolo processuale. A quel punto, la stessa accusa, dinanzi al Gup, chiede l’assoluzione di Avati, che il giudice pronuncia in sentenza poco dopo. Al di là dell’esito, la domanda diventa: nella telefonata (che non immaginava essere ascoltata) il libero professionista ha fatto come quei pescatori che, di bar in bar, aumentano a parole il peso delle trote finite nel carniere, in una performance olimpica di millantato credito? Non sta a queste righe dirlo. Lui lo sa. Sa anche se lo ha fatto, sapendo di parlare con un candidato avversario di Avati, per condizionare ulteriormente un clima elettorale già sufficientemente avvelenato e rovente.

Sa pure se ha “annacquato” la testimonianza resa negli uffici di via Ollietti, in un equilibrismo di dimenticanze e mezze ammissioni mirato ad evitare di incorrere nelle ipotesi di reato di diffamazione (di Avati), o di false informazioni al pm. Scordiamoci di sentire una risposta (si spera – e sarebbe già molto – che la fornisca alla sua coscienza), ma la verità è un’altra. Come insegna l’inchiesta sulla corruzione in Valtournenche (per la quale proprio negli scorsi giorni, in cui peraltro ricorrevano i due anni di responsabilità dell’ufficio aostano del procuratore capo Paolo Fortuna, il pm Ceccanti ha chiesto diciotto rinvii a giudizio), e come raccontano migliaia di altri fascicoli nelle Procure di tutt’Italia, quella “zona grigia” in cui libera professione e politica/pubblica amministrazione entrano in contatto “informale” è il vero campo minato.

Bisognerebbe essere più cauti a spingercisi, in entrambi i ruoli. Peraltro, da parte della politica, sarebbe apprezzabile anche, se non del pudore (che è oggettivamente difficile pretendere da quell’agone), una maggior lungimiranza di giudizio. Nel comunicato stampa con cui l’Union Valdôtaine, forza per cui Avati era candidato, “prende atto con soddisfazione dell’assoluzione” (commento legittimo, quanto usuale, in circostanze del genere), compariva anche un meno abituale “contrattacco”, perché “il nostro Movimento è finito nel tritacarne mediatico per presunti fatti di cronaca, rivelatisi ancora una volta infondati”, che “una volta di più, hanno contribuito ad arrecare un pregiudizio all’immagine del nostro movimento e di un suo iscritto”.

Ora, non c’è da aggiungere nulla alla risposta data dal Consiglio della Valle d’Aosta dell’Ordine dei giornalisti (“la vicenda è stata trattata con equilibrio e correttezza” e i fatti di cronaca erano, in verità, ipotesi di reato), ma la briga di percorrere l’archivio a ritroso me la son presa. Un “confidiamo che il nostro iscritto possa chiarire la sua posizione, dimostrando l’estraneità ai fatti contestati”, all’indomani delle perquisizioni o nel corso delle indagini, non l’ho proprio trovato (pensiero che la politica raramente ha negato in casi analoghi, perché fa fine e non impegna). E gridare al pregiudizio ad un aderente (e al resto del Movimento), soltanto dopo l’esito assolutorio di una vicenda nella quale lo si è lasciato (a parole pubbliche, almeno) solo, è da troppo furbi. O da ipocriti. Ai posteri l’ardua sentenza.

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