Le parole sono importanti

Lo so, qualcuno storcerà il naso. Il titolo di questa nota non è inedito. Era il concetto chiave di un post di ieri su Facebook, in cui esprimevo come – un po’ a seguito di eventi personali, un po’ per accadimenti lavorativi – le parole rappresentino, nel mio mondo, sempre più una lente attraverso cui valutare fatti, persone ed eventi.

Non che me ne sia dovuto convincere negli ultimi giorni, da estremista del vocabolo quale mi ritengo (e quale mi additano coloro che circondano la mia scrivania), ma ultimamente esco dal loop linguistico ancora meno facilmente del solito. Perché? Da un canto resto convinto che nella professione giornalistica ci sia anche un presidio dei bastioni della lingua italiana e, dall’altro, senza scomodare Nanni Moretti, le parole definiscono la nostra epoca meglio di tanto altro.

Volete qualche esempio, per chiarire l’idea? In una settimana di lavoro intenso, ma non caotico, sul taccuino dell’errabondo cronista ne sono finiti almeno tre. Eccoli, in ordine cronologico a ritroso.

L’eccitazione per l’arresto

Lampedusa, prime ore di stamane. La Guardia di finanza arresta Carola Rackete, capitano della “Seawatch 3”, con a bordo una quarantina di migranti. L’accusa è di aver violato il codice della navigazione, entrando senza autorizzazione nel porto dell’isola e rischiando di colpire, nella manovra, una motovedetta delle stesse Fiamme gialle. Quando i finanzieri accompagnano verso la loro auto la 25enne tedesca, sulla banchina non mancano i militanti di forze politiche. Alcuni di questi urlano, con enfasi: “Vogliamo vedere le manette!”.

Si sarebbero potuti annotare anche altri improperi levatisi dalla folla, alcuni dei quali a sfondo schifosamente sessuale, ma questa colonna tratta di giustizia e, quindi, a quest’espressione ci fermeremo. La privazione della libertà è sempre un fatto serio, peraltro disciplinato da norme puntuali, a garanzia di chi la esegue e la subisce. L’arresto presuppone la violazione di una regola e, di conseguenza, la perpetrata violazione di un diritto altrui. In parole povere, quando si arresta, esiste già uno sconfitto.

Acclamare a ciò è, oggettivamente, triste (anche perché la fermata non aveva dato nessun segno di resistenza, quindi gli strumenti costrittivi erano del tutto inutili). Farne, poi, un argomento di revanscismo politico (le urla sono state attribuite a “supporters” della Lega) è pure peggio. Anzitutto, perché l’iniziativa giudiziaria è rimessa dalla Costituzione a un potere indipendente da quello politico e le pagine della storia d’Italia in cui non era così presentano colori non esattamente vivaci.

Eppoi, perché la politica è proposta, è progetto, è sogno e visione. Non è repressione, o coercizione. Non lo è, perché l’ordinamento dello Stato prevede sia le regole, sia le punizioni per chi le viola (e chi le può/deve applicare). Applaudire l’attuazione di leggi esistenti è come stupirsi per il bagnato dopo la pioggia, o per l’afa estiva. Se la politica vira su questo registro abiura il suo compito (oltre ad esacerbare un tema, la migrazione, enormemente più complesso e bisognoso di acque tutt’altro che agitate).

Peraltro, se avessi la responsabilità di un partito, mi preoccuperei di attivisti del genere. Va bene che il consenso (come i soldi) per molti non ha odore, ma così alla prima difficoltà (e la storia insegna che ne arrivano, prima o poi) una base sprovvista di enzimi progettuali è destinata a sola reazione: il crollo, seguito a ruota dalla sparizione dall’agone. Se l’obiettivo è lasciare un segno di qualità, è un rischio dal quale guardarsi attentamente. Se è lasciarlo e basta, la missione (ahimé) è già abbondantemente compiuta.

La franchezza dell’avvocato

A processo, un legale si gioca il tutto per tutto nel difendere il suo cliente. Il principio è noto a chiunque abbia scelto la professione forense. L’interpretazione, però, cambia di caso in caso. C’è chi punta sul sensazionalismo e chi sulla teatralità. Altri ancora optano per un tono franco, bandendo formalismi e ipocrisie. Nell’aula del Tribunale di Aosta, ieri, venerdì 28, si è visto un esempio di quest’ultima strada.

L’udienza era quella a sei persone, tra (ex) amministratori pubblici e tecnici, per il masso caduto il 16 marzo 2011, a Villeneuve, sull’auto dell’ingegnere Michel Chabod, deviando definitivamente il corso della sua vita (è irreversibilmente invalido). Arringando per difendere l’allora Sindaco, l’avvocato Corrado Bellora, ad un certo punto, ha affermato: “Oggi a Genova hanno demolito il ponte Morandi. Stamattina alle 9, in una coincidenza temporale incredibile, abbiamo visto cos’è un disastro colposo. Non questo ”.

Per chiarire e comprendere occorre fare un passo indietro, perché siamo di fronte a fatti scatenanti semplici, ma dalle dinamiche successive che meritano di essere raccontate, in quanto emblematiche di un sistema (purtroppo) allergico alla linearità. La vicenda giudiziaria ha avuto sviluppo assolutamente tortuoso (la ricordo nel pezzo per Aostasera.it) e ha visto la vittima risarcita solo la scorsa estate, ben sette anni dopo i fatti. Ce ne sarebbe già per definirlo ai confini della decenza, ma qui entra in campo l’aspetto cui ha fatto riferimento il legale aostano.

Il risarcimento è scattato perché Regione e Comune, chiamati in causa in quanto enti civilmente responsabili dell’accaduto, hanno raggiunto un accordo con la famiglia della vittima. In cambio della somma proposta (1,2 milioni di euro) hanno ritirato la querela presentata, revocato la costituzione di parte civile nel procedimento e rinunciato a qualsiasi altra richiesta. L’imputazione relativa alle lesioni personali colpose è così caduta, facendo anche uscire dalla scena processuale le due amministrazioni (serene sul versante Corte dei conti, visto che il versamento è avvenuto da parte delle rispettive compagnie assicurative).

La domanda diventa: senza l’imputazione penale, si sarebbe mai arrivati a tale sblocco? Col senno di poi è facile parlare, ma la verità è che la sede naturale di rifusione dei danni – cioè il giudizio civile intentato da Chabod e i suoi parenti – dopo una sentenza di primo grado a loro molto favorevole, si avviava al secondo (con, ovvia, sospensione dell’esecuzione del verdetto), visto l’appello presentato dalla Regione. Avrebbero dovuto, cioè, aspettare ancora e chissà se l’entità del riconoscimento, cambiando Corte (passando a Torino), non sarebbe mutata.

Dopo tre richieste di archiviazione, da parte dei pm che se ne erano occupati, il processo penale sembrava tutt’altro che destinato ad avviarsi. Lo ha fatto perché l’ultima istanza è stata revocata dall’allora procuratore capo “reggente” Giancarlo Avenati Bassi, con l’aggiunta per gli indagati della contestazione di disastro colposo in relazione ai reati di frana e di attentato alla sicurezza dei trasporti.

Cadute le lesioni cammin facendo, il procedimento è proseguito e giunto al termine ieri solo per quest’accusa, ritenuta unanimemente dai difensori come qualificazione spropositata dei fatti (sotto questa luce vanno lette le parole dell’avvocato Bellora, che ha dato voce a un pensiero comune, fatto sempre liberatorio). Tutti gli imputati sono stati assolti dal giudice monocratico “perché il fatto non costituisce reato”. Pur nella soddisfazione che gli accusati siano riusciti a chiarire la loro posizione, la sentenza non rappresenta però il nocciolo della questione.

A fronte di tale vicenda, diventa infatti difficile trovare equo che un risarcimento arrivi perché alcune parti ci si sentano “costrette” da un quadro accusatorio grave. Diventa anche pesante dover concepire un sistema in cui far valere un diritto pesantemente leso richieda così tante energie. Vale però la pena tenere a mente che, a monte di tutto, c’è una persona che non avrà più indietro la sua vita per com’era stata fino a quel mattino, fatto che nessuna sentenza avrebbe potuto risolvere e che i risarcimenti riescono giusto a lenire. Noi “spettatori” ci appassioniamo a vari aspetti dei procedimenti, ma ognuno di essi ha sempre un’origine. Non va dimenticato.

Il pm e la Costituente

Lo scenario cambia ancora. Passiamo al salone di Palazzo regionale e siamo – l’altro ieri, giovedì 28 – ad un seminario promosso dal Tar della Valle d’Aosta. Il sostituto procuratore Luca Ceccanti, chiamato ad intervenire sul non semplice tema (tanto che fa menar schiaffoni ai rappresentanti delle forze politiche nazionali) della possibile riforma del reato d’abuso d’ufficio, ricorda al pubblico che: “ La Costituzione è stata scritta da Calamandrei e Dossetti, non da un manipolo di trogloditi”.

Al di là di come la si pensi nel merito della questione (lo sviluppo della visione del rappresentante della Procura, il pm attualmente di più “lungo corso” di via Ollietti, lo trovate qui), questo assunto da solo valeva il prezzo del biglietto. Troppo spesso ci scordiamo di quanto l’equilibrio tra poteri e i meccanismi che lo garantiscono siano stati il frutto di menti in grado di mettere a fuoco scenari ed idee che, a distanza di oltre settant’anni, non tradiscono, se non in minima parte, segni del tempo.

Troppo spesso ci scordiamo che l’impianto istituzionale alla base della Repubblica sia un delicato quanto fenomenale sistema di “contrappesi” e di cerchi concentrici di garanzie reciproche, al quale non è semplicemente possibile pensare di mettere mano in modo chirurgico. E’ come un tema lungo quattro pagine: se si cancella e riscrive una sola frase, non succede molto. Il voto non cambia. Se, davvero, si vuole variare il suo impatto lo si deve riscrivere interamente, o almeno per buona parte. Troppo spesso, ultimamente, a dimenticarlo sembrano essere proprio coloro che, con questi concetti, dovrebbero avere certa familiarità, cioè gli esponenti della classe politica, titolari della funzione legislativa.

Dire se lo dimentichino per convenienza, o per ignoranza, non è semplice, ma è anche vero che – a fronte ad un dibattito politico sempre più caratterizzato da toni da stadio, anziché da aula di Parlamento – il giungere di un “richiamo” del genere da parte di qualcuno che i principi di quella Costituzione li difende ogni giorno, per effetto dell’esercizio di quell’azione penale obbligatoria per previsione specifica della stessa Carta fondamentale, ne amplifica esponenzialmente la forza. Le parole sono importanti. Le parole definiscono la nostra cifra. Dicono chi siamo. E dove stiamo. Oggi più che mai.

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