L’Italia migliore

Il racconto della cronaca contribuisce a definire, giorno dopo giorno, la storia di un luogo, ma ci sono settimane in cui bisogna saper alzare gli occhi oltre Pont-Saint-Martin. E’ una di quelle. Un po’ perché il carniere dell’errabondo cronista, malgrado gli sforzi di ricerca, non si è riempito all’inverosimile (qualcuno obietterà che un cadavere, ad Aosta, non lo si trovi poi spesso, ma è sbagliato correlare agli accadimenti recenti del quartiere Cogne una storia che assume connotazione decisamente diversa); un po’ perché, al di là del nostro lembo di nord-ovest, l’Italia ha vissuto, tra lunedì e ieri, momenti cui sarebbe sprecato non riservare una lettura critica.

Quanto ad induzione di fiducia verso il futuro nei suoi abitanti, il nostro Paese non guida le classifiche mondiali. Classe politica distante anni luce dalle comunità di cui si dovrebbe occupare, servizi pubblici sfilacciati e ai confini del punto di rottura (specie in settori chiave, come la sanità), corruzione ed altro malaffare diffusi come l’influenza d’inverno e situazione occupazionale stantia, anche grazie ad un’innata tendenza dei Sindacati, negli ultimi vent’anni, a “difendere” lavoratori già garantiti, lasciando in balia di loro stesse le sacche di sommerso e precariato divenute ormai maggioritarie in alcune categorie.

Come se ne esce? Chi è fedele a questa colonna lo ha già letto svariate volte: a partire dai comportamenti individuali, che sono una questione di volontà. Non occorrono gesti eroici. Civismo e legalità iniziano non parcheggiando in divieto di sosta, chiedendo uno scontrino non emesso, o differenziando correttamente i rifiuti. Condotte che, per i più giovani, possono risultare maggiormente assimilabili se veicolate attraverso delle impersonificazioni, ma su questo si verifica un non indifferente cortocircuito sociale. Le famiglie si aspettano che a individuarle e proporle sia la scuola, ma questa sovente, assorbita com’è dal completamento dei programmi, “taglia” sulla complementarietà e confida nel contesto domiciliare degli alunni.

Questa settimana, però, si è registrata una mirabile eccezione, relativa peraltro al momento “clou” della formazione scolastica superiore: l’esame di maturità. Tra le tracce del tema d’Italiano (comune a Licei ed Istituti e dalla strutturazione innovata di recente), le due “di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità” chiamavano ragazze e ragazzi a motivare sui valori dell’antimafia, partendo dalla commemorazione del generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (ucciso nel 1982, proprio dal crimine organizzato), nonché a riflettere su sport, storia e società, partendo dal ciclista Gino Bartali, vincitore di tre Giri d’Italia e due Tour de France.

Temi dalle sconfinate opportunità di sviluppo, sicuramente preferiti da tanti esaminandi perché (ai loro occhi) meno insidiosi di quelli di analisi letteraria, ma il punto non è questo. Dopo anni in cui la traccia di “ordine generale” si è tenuta lontana dalle persone (nel 2018 verteva su “Il principio dell’eguaglianza formale e sostanziale nella Costituzione” e, nel 2017, sul complicato rapporto tra progresso e civiltà), quest’anno al Ministero hanno invertito il segno, virando peraltro su figure dal significato inequivocabile e unanimamente interpretato (su Dalla Chiesa sono superflui i commenti, mentre il modo in cui Bartali ha salvato centinaia di ebrei dal Nazismo, essendo oggi uno dei “Giusti tra le nazioni”, è solo una delle chiavi interpretative possibili).

E lo hanno fatto nell’anno scolastico in cui i due ambiti di riferimento sono in evidente, quanto profonda, défaillance. Lo sport ha vissuto una pagina scura, negli scorsi giorni, con il fermo di Michel “Le Roi” Platini, interrogato in Francia per presunta corruzione nell’assegnazione dei campionati mondiali 2022 di calcio al Qatar (anche se sull’episodio ho una visione tutta mia). Analogamente, l’erba nel giardino dei servitori dello Stato è, da qualche settimana, avvizzita per il geyser di nefandezze scoperchiato dall’inchiesta di Perugia sulle “aderenze” tra politica e ordine giudiziario per condizionare le nomine al vertice di alcune Procure chiave in Italia, come Roma.

Se lo scritto d’italiano alla maturità è destinato ad essere ricordato per tutta la vita (per chi scrive è così e sono passati 27 anni ormai), chiedere ai ragazzi, in un momento irripetibile del loro percorso formativo, di esprimersi su figure andate in direzione ostinatamente contraria allo “spettacolo” quotidiano di un Paese minato nei suoi gangli è più formativo di tante lezioni, oltre a rappresentare un modo per obbligarli ad esporsi, a prendere posizione. A fare qualcosa che non va più di moda e a tendere verso il meglio, che se non è così scontato sia meritato dalle nostre generazioni, è solo giusto possa essere visto dalle loro.

Quanto alla nettezza di una posizione e ad esempio personale, impossibile non registrare – venendo al secondo momento “forte” della settimana – l’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel presiedere il Plenum del Csm, che incrocia acque travagliate, per i motivi spiegati poche righe fa. Non ci ha girato attorno, il Capo dello Stato, parlando di “grande preoccupazione”, per il “quadro sconcertante e inaccettabile” emerso dall’inchiesta in corso. Fatti dalle “conseguenze gravemente negative per il prestigio e per l’autorevolezza” non solo dell’organo di autogoverno della magistratura, ma dell’intero Ordine Giudiziario, la “cui credibilità e la cui capacità di riscuotere fiducia sono indispensabili al sistema costituzionale e alla vita della Repubblica”.

Fatta la diagnosi, Mattarella non ha avuto remore nel mettere nero su bianco i sintomi, rappresentati dal “coacervo di manovre nascoste, di tentativi di screditare altri magistrati, di millantata influenza, di pretesa di orientare inchieste e condizionare gli eventi, di convinzione di poter manovrare il CSM, di indebita partecipazione di esponenti di un diverso potere dello Stato”, in “totale contrapposizione” sia con “i doveri basilari” della Magistratura, sia “con quel che i cittadini si attendono” da essa. A quel punto, il Presidente ha ricordato il punto fermo della vicenda: “non va dimenticato che è stata un’azione della Magistratura a portare allo scoperto le vicende che hanno così pesantemente e gravemente sconcertato la pubblica opinione”.

Da lì, la scommessa (intrapresa assieme al vicepresidente David Ermini), fattasi anche promessa alla collettività (e ordine a coloro che ascoltavano, a distanza di poche poltrone, quelle parole): “Oggi si volta pagina nella vita del CSM. La prima di un percorso di cui non ci si può nascondere difficoltà e fatica di impegno. Dimostrando la capacità di reagire con fermezza contro ogni forma di degenerazione”. Da oggi, “tutta l’attività del Consiglio, ogni sua decisione sarà guardata con grande attenzione critica e forse con qualche pregiudiziale diffidenza”, ma “la Magistratura italiana – e il suo organo di governo autonomo” – hanno “al proprio interno gli anticorpi necessari e sono in grado di assicurare, nelle proprie scelte, rigore e piena linearità”.

Già che c’era, il Presidente della Repubblica non ha perso l’occasione per un ricordo-appunto: “la Costituzione prevede che l’assunzione di qualunque carica pubblica – ivi comprese, ovviamente, quelle elettive – sia esercitata con disciplina e onore, con autentico disinteresse personale o di gruppo; e nel rispetto della deontologia professionale”. Se “indipendenza e totale autonomia dell’Ordine Giudiziario sono principi basilari della nostra Costituzione e rappresentano elementi irrinunziabili per la Repubblica” e “la loro affermazione è contenuta nelle norme della Costituzione”, va altresì annotato che “il suo presidio risiede nella coscienza dei nostri concittadini e questo va riconquistato”.

Per Mattarella, potrà avvenire “anzitutto sul piano, basilare e decisivo, dei comportamenti”, accanto al quale “vi è quello di modifiche normative, ritenute opportune e necessarie, in conformità alla Costituzione” (e “viene annunciata una stagione di riforme sui temi della giustizia e dell’ordinamento giudiziario in cui il Parlamento e il Governo saranno impegnati”). Il nocciolo della questione rimane tuttavia che “la giustizia è amministrata in nome del popolo italiano e in base alla Costituzione e alla legge: queste indicazioni riguardano anche il Consiglio Superiore della Magistratura”.

Parole tanto chiare e pregnanti, che era importante riscrivere anziché linkare (il discorso integrale è comunque qui), tali da rendere difficile affiancargli qualsiasi considerazione, se non una. Si può avere diritto a qualsiasi opinione, sull’inchiesta di Perugia, sul pm Luca Palamara (indagato da cui origina lo “scandalo” e già silenzioso destinatario, nel 2012, degli strali del presidente emerito Francesco Cossiga), sull’ordine giudiziario tutto, sul Governo in carica e la sua azione, ma il dato oggettivo è uno solo: esercitare le funzioni di garante della Costituzione come ha fatto il presidente Mattarella in questa circostanza dà più speranze al Paese di sei mesi di spread a 60. Non dirlo non solo sarebbe ipocrita, ma rinnegherebbe pure un Dna forgiato da chi non ha avuto dubbi su che parte stare, come Dalla Chiesa e Bartali. L’Italia migliore.

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