Arresti e polveriere urbane

“Da valdostano di adozione, è quello che non vorrei nel giardino di casa”. L’ha detto ieri, illustrando ai giornalisti i dettagli dell’operazione “malAosta”, il comandante del Gruppo Aosta della Guardia di Finanza, il tenente colonnello Francesco Caracciolo. Sul panorama delinquenziale tratteggiato dall’indagine, a base di spaccio, estorsioni ed altri scimmiottamenti del metodo camorristico (tanto da sorprendere gli stessi investigatori e da far “mettere la quarta” alla Procura nell’intervenire), non tornerò. Chi non lo avesse ancora fatto può leggerne la ricostruzione su Aostasera.it. Le parole dell’ufficiale che ha condotto il “blitz” (di cui qui trovate anche alcune immagini), però, toccano un tasto centrale.

Tenendo a mente l’assunto per cui quelle inquirenti sono prospettazioni che un processo s’incaricherà di verificare, cos’ha da dire sulla vicenda il resto dei valdostani (adottivi o meno, non importa)? La domanda non è capziosa: con un patrimonio immobiliare di proprietà pubblica per una percentuale arrivata fino al 95%, è come se il quartiere Cogne, teatro degli episodi indagati dalle Fiamme gialle, appartenesse alla collettività. Eppure, mai come negli ultimi anni, eccezion fatta per chi vi abita e per alcune realtà associative (invero pochine), il parere degli aostani sul “rettangolo” tra il centro e Saint-Martin è stato scritto con l’inchiostro del silenzio.

Non stupisce, per due principi squisitamente italiani, decisamente contemporanei e tristemente ipocriti. Anzitutto, quel Nimby acronimo di “Not in My Backyard” (letteralmente, “non nel mio cortile”), secondo il quale ci si deve lamentare di un problema, ma se è lontano dalla propria abitazione lo si può fare urlando con già meno veemenza, o anche solo parlando. Dopodiché, l’inclinazione preferenziale, una volta notata della polvere, a scoparla sotto il tappeto, anziché aspirarla, o raccoglierla per buttarla in un bidone. Per carità, si risparmia fatica, ma la differenza è che nel primo caso sembra pulito, nel secondo lo è.

Tuttavia, siccome nel silenzio (alla meglio) germogliano solo incomprensioni (se non letale indifferenza), qualcosa va detto. E non può che riguardare il contesto urbanistico, perché si tratta della chiave di lettura autentica per il quartiere Cogne. Le origini, che risalgono all’era in cui l’omonima acciaieria occupava 10.000 persone (con tanto di teleferica per portare a valle il materiale minerario estratto a Cogne), sono note: un esempio di agglomerazione cittadina modellata dalla fabbrica, sin dalla sua fisionomia. Gli alloggi in casoni per gli operai, le villette con giardino per quadri e dirigenti. Era il tempo in cui i siderurgici avevano anche dei sogni, ma la sirena d’inizio turno suonava ogni otto ore, obbligandoli a tornare nell’incubo del reparto.

Man mano che ci si è avvicinati alla perdita dell’ultimo 0 nella cifra degli occupati, quel “serbatoio” si è ritrovato abbondantemente sovradimensionato per la forza lavoro che fondeva e plasmava acciaio. Il quartiere, non più polmone abitativo per l’industria, è così passato di mano, dalla Cogne al Comune. Da quel giorno, gli operai in pensione si sono trasformati negli inquilini della più grande schiera di case popolari (oggi di “Edilizia Residenziale Pubblica”) sulla faccia di Aosta. Verosimilmente allora, come in altri luoghi d’Italia (le stesse “Vele” di Scampia rappresentavano, sulla carta, un progetto avveniristico), mancavano gli strumenti (o magari l’acume, chissà) per avvedersene, ma fu il primo errore strategico.

Troppe abitazioni, molti meno servizi (intesi non come acqua o luce, ma quali spazi di aggregazione, negozi, attività, ecc…). Può funzionare in un formicaio, meno in una città, dove il risultato diventa un “ghetto” o, detto elegantemente, un “quartiere dormitorio”. Ad ognuno la sua preferenza linguistica, resta il fatto che tale assetto, carente di visione a lungo termine (che significava almeno 30 anni), iniziò ad impattare severamente sulla qualità della vita nell’area, aumentandone la marginalizzazione, per quanto a pochi passi dal centro. Ma non è tutto. Quando dovettero trovare una soluzione al bilancio appesantito dai costi di manutenzione, in Comune la individuarono nei “Piani di dismissione”.

Formalmente, un’idea encomiabile, persino etica, ma ancora una volta nell’attuazione non vennero intravisti (o furono ignorati) i nodi destinati a venire al pettine. Chi aveva vissuto per anni in quelle case in affitto, poteva diventarne proprietario, ad un prezzo per lui abbordabile, perché agevolato. In cambio? L’accettazione di una clausola che impediva di rivendere l’alloggio per quindici anni. Non tutti accettarono, rimanendo così affittuari. Molti erano anziani soli e, alla loro morte, le unità si liberarono. Le riassegnazioni, però, non poterono che avvenire secondo criteri Erp: se la logica è sociale, la criticità fa salire in graduatoria.

E’ il welfare, ma nei fatti ha significato un “rinnovamento” della popolazione del quartiere ricco in casi complessi (in una società che aveva iniziato ad essere confrontata anche alle prime ondate migratorie), tutti accolti in abitazioni vicinanti. Non solo. Spesso, sullo stesso pianerottolo di chi, testimone della “vita precedente” della zona, era diventato proprietario (o dei parenti che gli erano subentrati, magari giovani e con figli piccoli) e doveva rimanere lì per ottemperare all’impegno con l’amministrazione comunale. Una convivenza (forzata), per cui il vocabolo “idilliaco” non è il primo a venire in mente.

Insomma, per spegnere l’errore iniziale gli si è versata sopra una tanica di accelerante di tensioni sociali. E dove il degrado sale come un rampicante, criminalità spicciola e stupefacenti sono i fiori che sbocciano floridi e rigogliosi. Non che gli “inquilini” dell’Hôtel de Ville non si fossero fatti, nel frattempo, consapevoli della situazione, ma offrire delle soluzioni concrete era, a quel punto, oggettivamente difficile.

Un po’ perché una massa di affittuari obbligati a rapportarsi con il Municipio (e di richiedenti delle assegnazioni future, visto che gli ultimi lotti risalgono ad inizio anni duemila appena) è sempre stata vista come un “tesoretto” dal quale amministratori spesso cintura nera di promesse elettorali hanno sviluppato una certa renitenza a separarsi (e le “ronde” viste di recente sono solo il rovescio di questa medaglia, ma da un punto di vista non governativo); un po’ perché i cinque anni di una legislatura sembrano tanti, ma quando li vivi ti accorgi che scorrono rapidi come un time-lapse e non bastano ad intervenire strutturalmente.

Si arriva così alle pagine pressoché contemporanee. L’Erp viene identificato dalla politica quale dossier oggettivamente sensibile (non solo ad Aosta) e la volontà sembra (finalmente?) diventare il cercare, ad un livello più ampio di quello comunale, una via d’uscita alle sacche di disagio derivate dall’impostazione seguita sino ad oggi. Il quartiere vive così un ulteriore passaggio, con la competenza sull’edilizia residenziale che “transita” verso la Regione. Ad essere sinceri – anche alla luce dell’instabilità politica di piazza Deffeyes (quando cambia un Presidente della Regione, cambia pure colui che presiede il Comitato Ordine e Sicurezza Pubblica, visto il ruolo prefettizio) – non stupisce che, nel traghettamento quasi continuo (con riferimenti istituzionali incostanti), da un canto, e nella deriva globale del mondo, dall’altro, il contesto sociale sia potuto precipitare, sfociando negli scenari inquietanti rivelati da malAosta.

Non stupisce, in particolare pensando a quanto il terreno fosse già scivoloso, dopo tutti i passi (falsi) raccontati sin qui. C’è sicuramente, nell’iperbole di quel quadrilatero aostano, anche un aspetto attinente alle politiche della sicurezza adottate sinora e da intraprendere in futuro, che però sono affare per addetti ai lavori e in quell’alveo è bene che restino. Molti, troppi aspetti sono di carattere eminentemente giuridico, semplicemente incomprensibili ai più, e la banalizzazione (come nel dibattito social sulla questione “legittima difesa”) è danno che non ci si può (più) permettere nel 2019. Oltretutto, visto lo stratificarsi delle cause che hanno reso il quartiere ciò che è ora, intervenire sul suo dna urbanistico sarebbe rimedio di portata infinitamente superiore.

Insomma, il futuro di quella zona è tutto da (ri)scrivere. Come si possa fare non è semplice dirlo, ma – pensando al celebre dialogo di Marco Giallini con la moglie, in “Perfetti sconosciuti” – il segreto per il successo passa per il “disinnescare”, in questo caso una polveriera urbana in piena regola (e pensare che fino agli anni ottanta ce n’era una vera nell’area Ducler, che ha creato molti meno problemi!).

Fondamentalmente significa “sparpagliare” nella regione gli insediamenti Erp, per alleviare l’impatto sociale locale, e infrastrutturare meglio i luoghi che ne ospitano. Parallelo a quest’ultimo aspetto deve marciare l’impulso ai momenti e alle attività di formazione, di spettacolo, di crescita, perché la repulsione al malaffare si matura anzitutto culturalmente. Infine, sul piano amministrativo, è indifferibile serrare le maglie della morosità, mettendo fine una volta per tutte alla stagione dell’irrevocabilità delle assegnazioni.

Certo, non risulterà immediato (sarò anche poco sintetico, ma il racconto di queste righe parte dagli anni ’50 e non si può pensare di tornare indietro in quindici giorni), né semplice (occorre un’assunzione di responsabilità al riguardo, che altre realtà comunali esterne ad Aosta non hanno ancora manifestato così nitidamente), ma se altre voci si aggiungessero a quella del tenente colonnello Caracciolo sarebbe cosa buona e giusta.

Manifesterebbero infatti un interesse da parte del resto della città, che rappresenta proprio una delle cose mancate alla parte “sana” di quel quartiere (cui dalle zone residenziali hanno guardato, anzi, con certa idiosincrasia, perché destinatario di corposi investimenti comunali). Per quanto poco sia, da errabondo cronista che non ha mai dimenticato gli anni trascorsi alle scuole elementari di via Cavagnet, il mio “no” a quella gramigna nel giardino è d’ufficio. Però non basta, ne servono tanti altri.

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