La fiducia è una cosa seria

Dal silenzio davanti al Gip dell’ispettore forestale arrestato con accuse di assenteismo (si sarebbe potuto scommettere su una linea difensiva del genere) alla “spedizione punitiva” che ha decretato Cervinia la novella Las Vegas valdostana (una terra nel mezzo del far west statunitense, dove gira parecchio denaro e i modi sono spicci), passando per il medico condannato per il rifiuto di una visita (episodio che rilancia il tema più ampio del profilo di chi esercita un servizio pubblico), la settimana ha offerto parecchio al palato del lettore onnivoro. Un panorama che, nel prendere forma, aveva quasi convinto l’errabondo cronista a non tornare, per l’appuntamento di oggi con queste colonne, sui danni ed affanni dell’amministrazione regionale. In fondo, c’è un mondo oltre piazza Deffeyes, perché non guardarci?

Poi, sono arrivate le motivazioni della prima sentenza di rilievo pronunciata dal giudice Luca Fadda dal suo arrivo al Tribunale di Aosta, all’inizio di quest’anno. E’ quella che ha visto assolvere due “teste di serie” di piazza Deffeyes, Augusto Rollandin ed Ego Perron, nonché l’economista Massimo Lévêque, dall’accusa di concorso nella turbata libertà di scelta del procedimento del contraente, per la nomina del presidente di Finaosta, nel 2015. Dopo averle lette, il convincimento di prendere il cammino che si allontanava da Palazzo regionale, e dalla sua scena politica in fibrillazione, si è miseramente sbriciolato.

Non è accaduto, tuttavia, per il ragionamento di merito sull’accaduto (leggendo il pezzo scritto per Aostasera.it lo capirete), tra l’altro non condiviso dalla Procura che vi ha già opposto appello, ma per la “radiografia” cui il giudice sottopone la norma da cui dipende il grosso delle designazioni nello sterminato sottobosco di società partecipate o controllate da piazza Deffeyes, la legge regionale 11 del 1997: la “Disciplina delle nomine e delle designazioni di competenza regionale”. Merita di essere ripresa, perché, quando ti guardi allo specchio, sei naturalmente indulgente con le eventuali imperfezioni notate. Lo stesso accade quando guardi ai tuoi pari: magari li conosci, magari concludi “siamo fatti così”, e riponi nell’armadio l’intransigenza riservata di norma agli sconosciuti.

Quando a guardare a te, però, è uno spettatore, terzo per definizione e mestiere, diventa saggio ascoltarlo attentamente. Il Gup Fadda procede nel ragionamento esaminando blocchi di articoli. Il primo a venire “analizzato” stabilisce l’istituzione di un albo, “in cui vengono inseriti i soggetti che hanno presentato la propria candidatura ad una nomina”. E’ “l’organo regionale competente” (quasi sempre la Giunta, contrariamente alla precedente legge, del 1991, che lasciava spazi al Consiglio Valle) a scegliere.

Attenzione, annota il giudice, qualora “l’organo regionale ritenga che le candidature presentate non siano ‘valide’ (non si comprende bene in base a quali considerazioni), può provvedere a nominare o designare persone che, pur non essendo iscritte all’albo, possiedano i requisiti richiesti in relazione all’incarico da conferire”. La conclusione è che “la legge regionale, sotto la parvenza di un procedimento amministrativo, abbia inteso confermare la più assoluta discrezionalità (ai limiti dell’arbitrio) degli organi deputati alle nomine”. Morale: se la Giunta non fa ciò che vuole, poco ci manca. Infatti, “se la sussistenza dei ‘requisiti’ è un presupposto necessario, ma non sufficiente, per la nomina, l’iscrizione all’albo non è neppure condizione necessaria, per cui non è dato ben comprendere l’utilità pratica dell’istituzione di questo albo”.

“Ulteriore riprova della natura totalmente fiduciaria si rinviene”, va avanti il magistrato Fadda, dagli articoli che “prevedono l’obbligo degli incaricati di ‘conformarsi all’indirizzo politico-amministrativo della Regione’, trasmettendo addirittura al ‘Presidente della Giunta l’ordine del giorno delle sedute, in tempo utile affinché la Giunta medesima possa fornire indicazioni sulla linea programmatica da seguire nel corso delle stesse’, pena la possibilità di ‘revoca della nomina o designazione’”. Concludendo, la normativa regionale “pare privilegiare non la meritocrazia (l’unico requisito indicato dall’art. 4 per il presidente, il vicepresidente, l’amministratore delegato di società è il ‘possesso di diploma di laurea, ovvero una esperienza almeno quinquennale maturata nel settore’!), bensì la ‘fedeltà alla linea’, se così ci è consentito di dire”.

Fin qui, la sentenza. Per andare avanti nella riflessione, giova ricordare che dicendo di società partecipate non parliamo esattamente di Consorzi di miglioramento fondiario. Per fare quattro esempi, il bilancio 2017 di Finaosta pareggiava su 1 miliardo 372mila euro, quello dello stesso anno della Sitrasb (la concessionaria del traforo del Gran San Bernardo) su 47 milioni 889 mila euro, mentre passando al 2018 e al fronte autostradale, quello di Rav (A5/Aosta-Courmayeur) su 387 milioni 914 mila euro e di Sav (A5/Aosta-Quincinetto) su 365 milioni 060mila euro. Cifre che restituiscono le entità delle società e, di conseguenza, delle sfide cui i rappresentanti nominati da piazza Deffeyes (non sempre presidenti, spesso anche “semplici” consiglieri di amministrazione) sono confrontati (e quindi delle capacità loro richieste).

Ecco, tenendo a mente questi dati, torniamo alla “radiografia” del Gup Fadda. Abbiamo, per essere nominati, requisiti minimi (davvero tali), un albo che non si sa esattamente perché esista (visto che può essere bypassato dal decisore), ed una Giunta che non esita a riservarsi la “detronizzazione” in caso di “infedeltà alla linea”. A sorgere spontanea è una domanda: non sarà che, continuando indefessamente ad utilizzarlo semestre dopo semestre, non ci siamo resi conto che, ventidue anni dopo la sua definizione, sia “debole” come meccanismo di regolazione e disciplina di un aspetto cruciale dello scacchiere economico regionale?

Sul piano dei requisiti, un dato salta all’occhio: il sistema formativo di allora non è comparabile a quello di oggi. Al tempo, una laurea non era per tutti coloro che si diplomavano, mentre oggi – considerata anche l’esistenza di un ateneo nella Regione – quasi rappresenta una “conditio sinequanon” del corso di studi di una persona. I cinque anni di esperienza, inoltre, sono indicati senza alcuna caratterizzazione specifica, rappresentando quindi un filtro trascurabile. Quanto all’albo, è soluzione ampiamente adottata nella pubblica amministrazione, ma in forma rigida: le porte non possono aprirsi a chi non ne fa parte e tra i suoi iscritti, al momento di una designazione, viene attuata una reale valutazione comparativa, non un “ambarabàciccicocò” lasciato ad un organo esecutivo.

La prescrizione di “fedeltà alla linea”, infine, riporta al centro dell’immagine un punto annoso: è ovvio che un manager debba godere della fiducia di chi lo esprime (in fondo è così anche in realtà totalmente private), ma il suo ruolo sarà di “fare impresa”, che in italiano moderno significa portare bilanci in positivo e far impennare gli utili. Siamo certi che questa “mission” sia assoggettabile ad una linea politica, od al farsi dettare l’agenda (a fronte dell’inoltro, in tempo reale, degli ordini del giorno di CdA od assemblee) da una figura, il Presidente della Regione, che tra l’altro ha anche competenze prefettizie e siede a sua volta in partecipate come il Forte di Bard? L’interesse del socio è che il suo rappresentante faccia, giorno dopo giorno, quanto gli si chiede, o – considerato che partecipazione vuol dire investimento dei soldi della comunità – individuare la miglior figura su piazza, affinché contribuisca al buon funzionamento dell’azienda di cui si occupa?

Un bouquet di riflessioni tale da indurre a pensare, ben guardando, che se la legge 11 voleva rappresentare un setaccio attraverso il quale filtrare la classe dirigente delle partecipate regionali, le sue maglie, oggi come oggi, sono troppo larghe per bloccare tutte le “impurità” che si potrebbero riversare in esso, o comunque per essere sicuri che passi solo la sabbia più fina. Pur comprendendo che il momento sia catalizzato da ben altre priorità (il dossier Casinò, su tutto), una riforma della norma sulle nomine sarebbe opportuna, con impatto assolutamente salutare su comunità valdostana in cui il contesto delle controllate (spesso al 100%, in un’anomalia già sottolineata dalla stessa Procura, non senza preoccupazione) è diventato troppo spesso leva elettorale.

La ricetta? Non sta all’errabondo cronista suggerirla, ma su due criteri ci si può sbilanciare. Il primo è che la fiducia è una cosa seria: non serve porla a presupposto passepartout di una norma, ma va riconosciuta a chi la conquista presentando qualità e titoli adeguati ad un compito manageriale complesso. L’altro è che la politica, se vuole dirsi davvero tale, deve rinunciare a pesanti ingerenze in procedure in cui le sue logiche a base di potere e strumentalizzazione (ed alcune evidenze inquirenti dell’“affaire Finaosta” le mettono a nudo) non possono scaturire altro effetto, nel 2019, che divenire deleterie. In caso contrario, diviene gestione surrettizia, o comunque qualcosa di molto lontano dal suo compito, e non c’è troppo da stupirsi che le circostanze sottese a nomine significative finiscano in procedimenti penali.

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