Absolutions et anniversaires

Tirate le somme, fatta mente locale e raccolti i pensieri, all’errabondo cronista appare palpabile un filo invisibile che lega le due estremità di questa settimana. In particolare, lunedì con sabato. Il primo è il giorno in cui è andato a sentenza, al Tribunale di Aosta, il processo sulla nomina del vertice di Finaosta. L’altro, oggi, cioè il 18 maggio, segna il settantacinquesimo anniversario della morte di Emile Chanoux, l’anima autonomista della Resistenza valdostana, tra i firmatari della Dichiarazione di Chivasso.

Sono, per inclinazione e formazione, poco sensibile ai miti in quanto tali. Un po’ perché l’elevazione a cotanto rango avviene ad opera di chi rimane (e quindi non è scontato che sia scevra da strumentalizzazioni), un po’ perché mi chiedo costantemente cosa direbbero i diretti interessati di come il loro lascito è stato valorizzato e tramandato. Che Guevara inseguiva il progresso per “fare belle persone”: sicuro che troverebbe tali tutte quelle che oggi indossano la sua maglietta? J.F. Kennedy, teorico della guerra come minaccia definitiva per l’umanità, cosa direbbe di quel militante rimasto nel suo partito dal 1964 al 1987, di nome Donald Trump?

Adieu, neiges d’antan

E dalla bocca di Chanoux, se guardasse alla Valle d’Aosta del 2019, che parole uscirebbero? Come commenterebbe una terra squassata da inchieste su ipotesi di reato additate per decenni a sinonimi di quelle “terre del fuoco” da cui l’Autonomia avrebbe -nei comizi di chi la gestiva di giorno, tradendola di notte – tenuto lontana “l’isola felice”? Un fazzoletto di terra ferito nell’unicità naturale da abusi di varie ere ed entità (leggi Pila o Cervinia, per limitarsi a due esempi) e governato da una classe dirigente che, perlomeno nella sua leva storica, ha sostituito la salvaguardia dei destini individuali degli eletti al significato della parola “sistema”?

Chissà se approverebbe un Consiglio Valle di trentacinque membri (tra i quali vari condannati in via definitiva), ma con la comunità costretta a pagarne trentasette, per effetto delle sospensioni scattate ai sensi della legge Severino? Chissà se guarderebbe con indolente rassegnazione ai molteplici episodi di sciatteria nella spesa pubblica? Chissà se resterebbe (silenziosamente) fatalista, come paiono essere molti valdostani, dinanzi alla sottoposizione di due comuni, tra i quali il capoluogo, ad ispezioni di accesso antimafia (e chi l’ha letto sul serio sa quanto il notaio di Rovenaud considerasse gli enti locali)?

Cosa penserebbe, poi, di una comunità che, quantomeno nella sua componente più tradizionale e radicata, innalza a drappo (al bar) la passione politica, ma poi (nelle sedi competenti, come le assemblee dei movimenti) la esprime con profilo da campionato mondiale di “gioco del silenzio”, specie su temi che esigerebbero lo schierarsi, come quello morale? O, ancora, di una società civile, quella dei sindacati e delle associazioni, in prima fila nell’organizzare fiaccolate e lanciare petizioni online, un po’ meno nel decidere, per esempio, di costituirsi parte civile nei processi in cui è lampante la natura di parte offesa della cittadinanza, vedi alcuni di quelli contro gli amministratori pubblici?

Ego (et al.) te absolvo

Ecco, sull’onda dell’argomento processuale, riavvolgiamo il nastro sino all’inizio della settimana. Augusto Rollandin ed Ego Perron, nelle vesti rispettive di ex Presidente della Regione ed Assessore alle finanze, erano accusati di aver turbato la nomina del presidente di Finaosta, posto andato dal 2015 al 2018 all’economista Massimo Lévêque, terzo co-imputato del procedimento. Va detto senza equivoci: il Gup Luca Fadda li ha assolti, perché il fatto non sussiste. Sono quindi innocenti, in questo caso.

Se la vicenda non presenta rilevanza penale, dal suo esame emergono però profili sui quali è ineludibile ragionare. Quella sulla finanziaria regionale – che costituisce la “cassaforte” della Regione, non va dimenticato – è stata la seconda inchiesta di rilievo della Procura di Aosta a innteressare il palazzo di piazza Deffeyes. A precederla, aprendo la stagione da brivido per il mondo politico, fu quella sul trasferimento della BCCV di Fénis (chiusasi con tre condanne nel novembre 2016). Proprio intercettando l’allora assessore Perron, durante quelle investigazioni, i Carabinieri del Reparto Operativo s’imbatterono nelle conversazioni che condussero all’apertura del fascicolo su Finaosta.

Il telefono, la tua voce

Telefonate che non sono entrate nel processo chiusosi questa settimana. Come ho spiegato in un pezzo su Aostasera.it le intercettazioni effettuate in altro procedimento sono utilizzabili solo se per i presunti crimini che palesano è previsto l’arresto in flagranza (restano, in sostanza, quelli violenti, contro il patrimonio, o legati alla malavita). E’ la legge ed è giusto che la possa far valere anche chi siede (o è stato seduto) in Consiglio regionale. Ad onor del vero, con tutta probabilità, anche se così non fosse stato, l’esito dell’udienza difficilmente sarebbe mutato.

Da quanto emerso nella discussione del rito abbreviato è infatti verosimile che il giudice abbia riconosciuto il carattere fiduciario della nomina (definito tale dalla legislazione regionale, che la rimette alla totale discrezionalità della Giunta), escludendone quindi una natura di procedura amministrativa assimilata ad un appalto e valutando, pertanto, l’assenza del presupposto del reato di “Turbata libertà del procedimento di scelta del contraente”.

Non è però l’aspetto centrale della questione, che risiede piuttosto nell’affresco politico-antropologico tratteggiato da quelle telefonate. Chi le ha ascoltate e lette lo sa: nella calda estate 2015, per l’allora assessore Perron e per l’ex consigliere regionale Leonardo La Torre (al tempo, prima di essere sospeso per “Rimborsopoli” e poi dimettersi, nelle fila del gruppo consiliare dell’Union Valdôtaine), la nomina di Lévêque a Finaosta era questione di “fare Bingo”, assicurandosi che il “cavallo” su cui puntavano prevalesse su quello degli amici-nemici di sempre della Stella Alpina. Una battaglia di merito? Di innovazione? No. Di potere.

In altre conversazioni, i due discettano dell’entità del compenso destinato al futuro presidente, apparendo consapevoli dei rischi di innalzare l’emolumento rispetto a quanto indicato dall’avviso di nomina in scadenza. Oltre alla surrealtà di decine di migliaia di euro considerate alla stregua di arachidi agli aperitivi, l’effetto grottesco è che finiscono con il fornire alla Procura loro stessi la stesura perfetta del capo d’imputazione. Al pm è bastato togliere le virgolette da quelle frasi e “girarle” in terza persona. Come già detto, nulla di criminale: giuridicamente, due eletti dal popolo intenti a discutere dell’esercizio di una loro competenza.

L’assordante silenzio

Tuttavia, a guardarla sul piano etico, nemmeno nulla di commendevole, men che meno giustificabile con il fatto che si tratti delle stesse “inflessioni” sentite nel resto d’Italia per faccende del genere. Sarà forse anche per questo che, in un momento in cui pure la tensione tra politica e magistratura esiste in Valle (dopo Bccv e Finaosta sono venute le inchieste su #CorruzioneVdA e sul Casinò), le tre assoluzioni non hanno suscitato praticamente reazioni, al di fuori di due dei tre coinvolti (il terzo, assente, ha lasciato fare al suo avvocato).

Né l’Union Valdôtaine (che, se vede l’“Imperatore” momentaneamente auto-sospeso per la condanna per corruzione, ha in Perron un esponente storico, per quanto anch’egli nell’occhio del ciclone giudiziario), né altre forze che componevano quella Giunta si sono sentite di riaffermare, alla luce del verdetto, la legittimità dell’azione condotta al tempo dall’Esecutivo. Perché non lo abbiano fatto, a differenza di altre occasioni pregresse, anche se non è difficile da immaginare, è domanda da girare a loro, ma l’interrogativo – considerando oltretutto che al governo è stato per buona parte degli ultimi decenni l’arcipelago, già monolite, autonomista che si riconosce in Chanoux – riporta a ciò che direbbe oggi colui che fondò il Comité de libération.

Questione di dignità

E – per quanto le circostanze della sua morte, avvenuta tra l’altro a pochi passi dal Palazzo di giustizia, ancor oggi dividano – la reazione all’attuale scenario sarebbe, con tutta probabilità, poco afferente all’“Esprit de victoire” (in fondo, anche la retorica dei miti è imbastita da chi rimane), cui preferirebbe una sola parola, appena sussurrata: “dignità”. Quella che, ben prima di declinare opinioni e progetti, costituisce conditio sinequanon per chiunque ambisca ad autogovernarsi, perché riguarda uno stato d’animo, non un’ideale.

Quella fatta del rispetto della natura pattizia dello Statuto speciale, in entrambi i sensi (non solo in quello delle rivendicazioni). Quella che andrebbe ricordata nei comunicati stampa della Regione sul’anniversario della morte di Chanoux (da citare, in generale, meno, ma applicare di più), anziché preferirle la sottolineatura del suo “credere nell’ottimismo” (come in un vecchio spot di una catena di grandi magazzini!). Quella che occorre porre come nord della bussola da mettere in mano alla Valle, dopodiché iniziare a camminare, tutti. Perché – e stavolta la citazione è di Aristotele, quindi attinge alla culla della civiltà – “la dignità non consiste nel possedere onori, ma nella consapevolezza di meritarli”.

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