Le Parole d’ordine

I tre giorni di astensione dalle udienze proclamati dall’Unione delle Camere Penali Italiane (pur condividendo le ragioni degli avvocati fatico un po’ a chiamare “sciopero” il loro, perché non vedo né il disagio arrecato all’utente finale, né la rinuncia economica per colui che aderisce) hanno decimato, causandone il rinvio, i processi in calendario per questa settimana. Ciò nonostante, anche se con meno racconti d’aula, all’errabondo cronista è rimasta una certa varietà di temi sul versante inquirente, che richiamano alla mente altrettante “parole d’ordine”, in un’inedita semantica dei sette giorni prossimi alla conclusione.

Amarezza

Per quanto la presunzione d’innocenza resti in vigore su questo profilo, come nella Repubblica, e quindi non esistono colpevoli finché un giudizio definitivo non li avrà affermati tali, lo scenario che emerge dall’inchiesta “Do Ut Des”, chiusa proprio ieri dalla Procura di Aosta, con un totale finale di diciotto indagati, è francamente desolante. Un funzionario comunale (rimasto peraltro quasi sei mesi in carcere) pronto a mercificare il suo ufficio a favore di imprenditori “amici” (tra virgolette, perché non nell’accezione del termine in vigore su Facebook) e, attorno, pattuglie di liberi professionisti che negoziano offerte a gare pubbliche senza un domani. Il tutto non senza effetti comici involontari (come il ricorso agli sms, perché “per telefono questi ragionamenti è meglio non farli troppo”).

Il meccanismo delle tangenti risultava talmente ben architettato da consentire di “portarle in trasparenza”, per usare le parole dei Carabinieri che hanno indagato. Venivano fatturate dal corrotto come prestazioni inesistenti di una società, tanto che i corruttori versavano con bonifico, come per un ordine qualsiasi su Amazon. Mi è tornato in mente il ragionamento di Alberto Vannucci sull’attuabilità in termini legali, visti gli spazi normativi, delle dinamiche corruttive. Intendiamoci, alla rappresentazione di Valle d’Aosta come “Isola Felice”, cliché promozionale degli anni ’80, assieme a quel “Joie de vivre” brand dell’epoca del Casinò, non crede più nessuno, ma che un’inchiesta metta a nudo l’elevazione a sistema quotidiano di parecchie badilate di miseria umana è lusinghiero per chi l’ha condotta, ma preoccupante per il corpo sociale interessato.

Ancor più perché lo stesso è protagonista di un contesto di Autonomia speciale, che presupporrebbe responsabilità accresciute da parte del comparto politico-amministrativo. Ed è questo l’aspetto che induce amarezza e deve spingere alla riflessione. Perché se le carte delineano anche anticorpi sani, in particolare tra i dipendenti del Municipio in cui operava l’indagato ritenuto “motore” della corruzione, chissà, in una realtà non certo grande come New York, se non esistano persone – non necessariamente a conoscenza di fatti, ma anche solo scosse da un semplice sospetto (magari per aver visto a cena funzionario e impresario due volte di fila) – che abbiano preferito tenersi tutto dentro, pensando che fosse meglio farsi i “fatti loro”?

In una regione da 120mila anime, con un’amministrazione regionale (e un’azienda sanitaria) da migliaia di dipendenti, con settantaquattro Municipi, con otto Unités des Communes (competenti per l’aggiudicazione di servizi aggregati) e con uno stuolo di società partecipate (molte al 100%) da enti pubblici, siamo certi che la nomina (prevista dalla legge) dei rispettivi responsabili anticorruzione sia sufficiente? Forse a lavarsi la coscienza sì, ma la verità è che – essendo quegli enti deputati alla gestione di soldi anche nostri (peraltro versati con tasse che servono a finanziare dei servizi, non a finire genericamente nel “calderone” di un bilancio) – il contrasto al mercimonio diventa un tema anzitutto culturale e non esclude nessuno. Nessuno.

Sciatteria, superficialità e spregiudicatezza

Le ho messe assieme, un po’ perché iniziano tutte con “s”, un po’ perché anche loro gravitano attorno all’uso di risorse economiche della collettività. La prima sensazione deriva dalla “spy story alla valdostana”, così l’ha definita il consigliere regionale Stefano Ferrero che l’ha sollevata con un esposto, dei mobili pregiati in carico al forte di Bard e usati, tra il 1999 e il 2009, per una sede di rappresentanza della Regione a Parigi. Lasciando stare il tema delle ricadute delle “ambasciate” regionali in giro per l’Italia e l’Europa (difficili da valutare concretamente, mentre lo sono assolutamente i costi), il punto è appunto nella sciatteria di cui la vicenda trasuda. Dal fascicolo aperto per peculato e ricettazione non sono emersi elementi di rilievo penale, quindi il pm Luca Ceccanti ne ha chiesto l’archiviazione, ma i mobili – a distanza di vent’anni da quando vennero commissionati ad un artigiano (e pagati con 153 milioni di vecchie lire, sborsati da Finaosta) – non sono stati ritrovati tutti.

Inoltre, a parte l’elenco contenuto nella commessa originaria (del valore di 153 milioni di vecchie lire), non risultano stati essere effettuati inventari successivi, né la polizia giudiziaria ha rinvenuto documenti di trasporto per il ritorno dalla Francia alla Valle, dove sono “spuntati” all’assurgere del caso alle luci della ribalta nel magazzino di una ditta legata al Forte da un contratto di logistica (che includeva lo stoccaggio degli arredi). La domanda è una sola: se aveste un azienda, sareste contenti che funzionasse così? Dando per scontato un “no” corale, ditevi che lo stipendio di dirigenti, funzionari e dipendenti pubblici (e dei responsabili delle “partecipate”) è pagato da ognuno di noi. Ecco, non pensate di meritare un servizio migliore?

La superficialità appare, invece, legata all’altro fascicolo di cui via Ollietti ha chiesto l’archiviazione. Ve li ricordate gli imprenditori turchi di “Cioccolato VdA”, arrivati in Valle per rilanciare la produzione nello stabilimento ex “Feletti” di Pont-Saint-Martin? Ecco, all’indomani del loro fallimento, alla Procura è venuto il dubbio che quel “crack” non fosse altro che un caso di “fuga con la cassa”. Ipotesi tutt’altro che balzana, visto che avevano fruito di un mutuo Finaosta da 4 milioni di euro. Invece, dagli accertamenti della Guardia di Finanza è emerso che i soldi ottenuti dalla finanziaria regionale sono effettivamente stati usati per comprare il capannone (restituendo anche le prime rate) e che, per provare a produrre, hanno investito altri 1,6 milioni di euro di fondi propri.

Non ci sono riusciti: si chiama rischio d’impresa e te lo accolli nel momento in cui provi a stare sul mercato. Anche su questa operazione, però, considerando come fosse stata condotta sotto l’egida dell’Amministrazione regionale, una perplessità sorge spontanea. Che i timori per il venir meno di uno sbocco occupazionale significativo in una zona sensibile come la bassa Valle inducessero un certo “interventismo” in piazza Deffeyes è pur comprensibile, ma questo non poteva bastare a far transigere su aspetti di verifica, valutazione e pianificazione. La compagine imprenditoriale propostasi, al di là dei proclami in Assessorato, appariva idonea a vincere la sfida intrapresa a Pont-Saint-Martin? La domanda non è da poco, perché ora sul mutuo indaga la Corte dei Conti e a Finaosta non resta che mettersi in coda con gli altri creditori, nella speranza di recuperare qualcosa dalla massa fallimentare. Si poteva evitare?

La spregiudicatezza, invece, ben si attaglia alla “mano di poker” in corso, tra Regione e “governance” dell’azienda, sul bilancio del Casinò. Non voglio dilungarmi, perché trovate tutto nell’approfondimento curato giovedì per Aostasera.it – Il quotidiano on line della Valle d’Aosta, spulciando sia la proposta di documento contabile adottato dall’au Filippo Rolando ai soci, sia il carteggio tra Aosta e Saint-Vincent. La sensazione è che l’idiosincrasia per il concordato mostrata da alcuni esponenti dell’attuale maggioranza regionale (accantonata, almeno pubblicamente, dopo essere valsa una convocazione dal pubblico ministero per spiegare la “riunione riservata” in cui erano state percorse ipotetiche alternative) vada rafforzandosi, somigliando sempre più ad ostatività bella e buona. Di sicuro il dossier della Casa da gioco, anche alla luce della recente condanna dell’ex au Luca Frigerio e del giudizio sulle “lettere di patronage” inviate nel 2014 (in cui la Regione ha fatto intanto sapere di essere pronta a costituirsi parte civile), toglie il sonno a vari “inquilini” di piazza Deffeyes ed è per questo che va seguito con ancora più attenzione.

Fermezza

Risalta da alcune scelte compiute, in settimana, dall’ufficio inquirente diretto dal procuratore capo Paolo Fortuna. Le più evidenti sono relative a due donne che hanno sottratto i Bancomat, in un caso agli anziani seguiti in qualità di collaboratrice domestica, nell’altro ad una paziente che aveva lasciato la borsa incustodita in una sala d’attesa del Beauregard, intaccando allegramente, con acquisti e prelievi, i rispettivi conti correnti (5.200 euro in un caso, circa 20mila nell’altro). Per entrambe, con precedenti specifici a carico, la Procura ha chiesto al Gip, ottenendola, una misura cautelare: le due indagate (di cui si sono occupate la Polizia postale e la Squadra Mobile della Questura) sono così finite ai “domiciliari”, con qualche difficoltà a commettere altri reati.

Di un’incarcerazione non bisogna mai gioire, anche perché è plausibile (viste le loro “storie”) che si tratti di persone vittime in primo luogo di loro stesse, ma la tutela delle fasce più deboli della popolazione non può essere demandata agli esiti dei processi a chi approfitta di anziani o persone sole. Si tratta infatti di un’impostazione burocratica, insufficiente ad offrire risultati positivi sul piano dell’effetto sociale. Lo dimostra il fatto che le donne arrestate fossero già incorse in procedimenti. Esistono casi in cui la coercizione, certo esercitata nel perimetro fissato dall’ordinamento, è uno strumento. Notare che la voglia di chi esercita l’azione penale (i sostituti Eugenia Menichetti e Francesco Pizzato) non è “di lasciar correre”, anche se non parliamo di ipotesi di reato da ergastolo, aiuta ad essere (più) fiduciosi nella giustizia, generando un effetto motivazionale “a cascata” (anche sulle forze dell’ordine).

Lo stesso vale per i crimini emersi da quella che potrebbe essere definita “crossinvestigazione” sui fatti in un alloggio nel centro storico di Aosta (a maggior ragione perché hanno coinvolto soprattutto giovanissimi) e per l’inchiesta, appena chiusa, sul cancello con simboli nazisti a Saint-Vincent. In quest’ultima, il pm Pizzato contesta anche alcune condotte a mezzo Facebook e WhatsApp, rilevate dalla Digos (come link negazionisti e messaggi che dipingevano le camere a gas dei lager quali “bufale”, concepite per screditare “il grande Adolf”). Al riguardo, bisogna dirsi anzitutto che c’è ancora troppa gente che considera i social e gli strumenti informatici come “terre di nessuno” in cui “vale tutto”, per la loro natura intangibile. Non è così, sono propaggini delle nostre vite a tutti gli effetti e se non gridereste una cosa per strada, fate meglio a non dedicargli un post, perché è esattamente la stessa cosa.

Dopodiché, non ci si può nascondere che le norme (come riproposto appunto dal caso di Saint-Vincent) parlino chiaro. Un’idea non si può processare, mai, e l’espressione del pensiero è tutelata dalla Costituzione. Tuttavia, propagandare odio e discriminazione razziale è reato (non lo dicono i partigiani o la sinistra, ma un bancale di giurisprudenza, Cassazione inclusa). Quindi, per esemplificare, se pensate che Hitler e Mussolini fossero degli statisti benefattori, verosimilmente avete già dei problemi con la lettura della storia, ma se andate a spiegare in giro (social inclusi) che la shoah è “un’invenzione sionista”, che i lager in fondo fossero un luogo di aggregazione, o ancora che la vostra dinamica relazionale con una donna di etnia rom è lo stupro, allora siete destinati ad averne anche con la legge.

Non sono concetti trattabili e, se siete uomini delle istituzioni, segnano binari dai quali la vostra azione non può deragliare, indipendentemente dal contesto politico di appartenenza. Avere giurato fedeltà alle leggi dello Stato non consente di “obiettare” sul 25 aprile, né di rispondere “e allora Lenin?” con l’avvicinarsi del Giorno della Memoria e nemmeno di unirsi ai sentimentalismi di Predappio ogni 28 luglio. Non è ammissibile il “panachage” di un ordinamento, facendo propri i diritti (come l’opportunità di essere eletti in un’assemblea cittadina o regionale) e considerando orpelli da lasciare ad altri i doveri (vedi il non essere apologetici del regime fascista). E sarebbe bene che anche su questo prendesse piede, come parola d’ordine, proprio la fermezza. A partire dagli elettori.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...