Tritolo, guerre e Servizi

Il ponte di Konjic.

Nonostante la festività, che ha chiuso il “ponte dorato” del periodo pasquale, non sono poche le vicende di cui l’errabondo cronista si è occupato questa settimana. Dalla scelta processuale di Rollandin (rito abbreviato per le “lettere di patronage” alle banche creditrici del Casinò) alle evoluzioni di un episodio che ha scosso la comunità di Charvensod, passando per un lutto sul Monte Rosa (con il Soccorso Alpino entrato per trenta metri dentro un crepaccio) e per l’inizio del giudizio d’Appello sulla sede di Fénis della Bccv (prima della recente serie di inchieste a “terremotare” il mondo della politica valdostana), non si può certo dire che i lettori siano rimasti digiuni.

Malgrado l’abbondanza (non sono mancati nemmeno l’epilogo della tentata estorsione al Sindaco di Valtournenche e il Tar, che ha “salvato” sette alberi dalla scure), ad offrire generose quantità di ciò che in Inghilterra chiamano “food for thoughts” (permetterete il tributo alle puntate londinesi della quarta stagione di “Gomorra”, finita ieri) è la storia con meno connessioni alla Valle. Parliamo del processo e della condanna dell’uomo arrestato un anno fa al traforo del Monte Bianco, dopo essere stato trovato alla guida di un furgone su cui erano nascosti 2 chili e 4 etti di tritolo.

L’analisi del traffico web parla chiaro: il racconto dei reati commessi in frontiera è quello che meno “cattura” il pubblico. Non è inspiegabile: dove c’è un confine ci sono uffici delle forze dell’ordine e controlli ed è più probabile che emergano delitti. Sono però incardinati su un luogo amministrativo, più che su uno reale, e la gente ne legge con un occhio solo, non percependoli sotto casa e non “riconoscendone” i responsabili, spesso stranieri.

Il viaggio finito presto

Sui fatti con protagonista Agan Ramic – così si chiama l’uomo rinchiuso dal 13 aprile 2018 nel carcere di Brissogne (dove il giudice Davide Paladino ha deciso di tenerlo anche dopo avergli inflitto 3 anni e 4 mesi di reclusione) – è però il caso di soffermarsi. Come racconta il pezzo scritto per Aostasera.it, il 56enne, ufficialmente presidente di un’associazione impegnata nel trasporto di ex profughi dalla Francia alla Bosnia, sin dal momento in cui è finito nella rete tesa dalla Polizia ad Entrèves (poco lontano da Annecy, dove il mezzo era partito) ha sostenuto di essere una “vittima” delle circostanze. A suo dire, l’esplosivo è stato “collocato da terzi sul veicolo già in Bosnia, durante il viaggio di andata, per creargli delle difficoltà”, da persone legate a situazioni “da lui ben più volte denunciate e che riguardano la criminalità dell’est”.

Tesi riportata ai cronisti dal suo avvocato difensore, Laura Marozzo, che dopo la sentenza di martedì scorso ha aggiunto come alcune evidenze processuali – in particolare le rogatorie internazionali richieste nelle indagini condotte dal pm Luca Ceccanti – la corroborino, confermando che Ramic “fino al giorno dell’arresto ha collaborato con le autorità bosniache e francesi per debellare il traffico internazionale di armi”. La condanna per importazione illecita di esplosivi, tuttavia, era inevitabile, perché “essendo un collaboratore dei servizi segreti”, questi “hanno potuto dire ben poco, se non che ha collaborato fino a quel momento”.

Un quadro tale da allontanare l’uomo dall’associazionismo di solidarietà, per collocarlo in una terra sdrucciolevole, come sempre sono quelle in cui si muovono gli apparati di sicurezza, cui si aggiunge la non indifferente ammissione, in un interrogatorio, di aver “combattuto in Bosnia dal 1992 al 1996”.

L’accusa di crimini di guerra

Proprio a questa riga del suo curriculum, con il rimando ad uno dei conflitti più recenti in terra (oggi) europea, sono legati elementi che vanno ampiamente oltre l’episodio al tunnel e l’azione penale esercitata in Italia, ma che aggiungono strati (altrimenti impercettibili) alla tranquilla apparenza di un uomo di mezza età, oltre a moltiplicare gli interrogativi sulle possibili chiavi di lettura dell’episodio in Valle. Dal sito della Procura generale della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina si apprende infatti che Agan Ramic, classe 1966, figura tra i destinatari di misure cautelari eseguite il 4 dicembre 2017, nell’ambito di un’inchiesta su crimini contro l’umanità compiuti, tra la primavera e l’estate 1992, sulla popolazione di etnia serba nell’area della cittadina di Konjic.

All’arresto segue, il 28 dicembre 2017, l’incriminazione formale. Ramic ed altre 13 imputati sono accusati, a vario titolo, degli “attacchi e dell’uccisione di dozzine di civili serbi, inclusi bambini e anziani, nonché delle torture, dei maltrattamenti e dell’imprigionamento illegittimo di un numero elevato” di persone, “portate in campi di detenzione”, dove “torture ed abusi sono continuati”. Una vera e propria persecuzione nei confronti, praticamente, “dell’intera popolazione serba dell’area”, della quale solo “una minima parte ha fatto ritorno ai luoghi di residenza precedenti alla guerra”.

I chiamati in giudizio, tra i quali Ramic, erano in forza all’esercito della Repubblica di Bosnia, ad altri Corpi di difesa territoriale, al Ministero dell’Interno e a formazioni paramilitari. Nelle loro vesti di comandanti e di appartenenti – per la Sezione speciale della Procura bosniaca (strumento di giustizia transizionale, dopo che il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha esaurito il suo mandato il 31 dicembre 2017) – con il loro agire hanno violato la legge umanitaria internazionale e la Convenzione di Ginevra sulla protezione dei civili in tempo di guerra.

La polveriera balcanica

Un po’ di storia diventa imprescindibile. Città natale di Ramic, Konjic oggi conta 26.381 abitanti e al tempo risultava altamente strategica quale via di collegamento con Sarajevo e Mostar. Non era popolata da una maggioranza né serba, né croata, ma – nella deflagrazione della polveriera balcanica innescata dalla dissoluzione della Jugoslavia – sia il Partito Democratico Serbo (SDS), sia il Consiglio di Difesa Croato (HVO), rivendicando diritti sui territori abitati dalle rispettive comunità, distribuirono armi alle loro popolazioni.

A seguito del riconoscimento internazionale dell’indipendenza della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina, proclamata nell’aprile 1992, le forze del governo bosniaco (su tutte l’esercito – ArBiH, composto per lo più da bosgnacchi, cioè bosniaci di religione musulmana) presero il controllo di buona parte della municipalità. I principali punti di accesso erano però controllati dai serbi e rifugiati bosniaci iniziarono ad arrivare in città, in fuga dalle aree periferiche, dove erano stati espulsi dalle formazioni serbe, che mantenevano isolata e sotto scacco Konjic.

Per le autorità della neonata Repubblica quel “blocco” doveva cessare e divenne prioritario disarmare i serbi che, assieme all’Armata Popolare Jugoslava (l’esercito che aveva lasciato la Bosnia poco dopo l’indipendenza), avevano iniziato a bersagliare la città a colpi di mortaio da alture circostanti (andranno avanti per tre anni). Dopo un tentativo di negoziazione andato a vuoto, vennero lanciate le operazioni militari. Le forze bosniache e bosniaco-croate entrarono in azione ed è in quella fase, e nella creazione di campi di prigionia (come quello di Čelebići), che si collocano rappresaglie e “pulizia etnica” al centro dell’inchiesta in cui è implicato Ramic.

Quando i carburanti dell’odio sono l’etnia e, di riflesso, la religione, allora non può trattarsi di una guerra convenzionale, ma di una in cui l’essere umano mostra istinti e volto peggiori. Lo ha raccontato con impressionante fedeltà – dicendo proprio di quel frangente del conflitto – il giornalista bosniaco Dragan Bursać, nell’articolo “The third shooting of the boy Petar from Konjicpubblicato su Al Jazeera Balkans e vincitore del prestigioso European Press Prize 2018.

Agan Ramic, in una foto apparsa sul quotidiano bosniaco “Dnevni Avaz”.

Processi che si sovrappongono

Tornando ad oggi, e guardando con attenzione alla cronologia degli eventi, dopo una breve custodia cautelare in Bosnia, Ramic viene liberato e poco dopo, nell’aprile 2018, finisce in manette a Courmayeur ed incarcerato a Brissogne. Nel successivo novembre, il suo avvocato nel procedimento sui crimini di guerra, Davor Silic, chiede uno stralcio della posizione per irraggiungibilità, vista la detenzione cui era sottoposto in Valle. Lo scorso febbraio, la Corte bosniaca separa il suo cammino processuale da quello degli altri imputati, che andranno invece alla sbarra tra pochi giorni, l’8 maggio. Sarà, come non è difficile supporre, un procedimento complesso: la Procura generale ha indicato 168 testimoni e 775 elementi probatori per dimostrare la colpevolezza degli accusati.

L’enigma irrisolvibile

Sui media dell’ex Jugoslavia, l’arresto in Italia ha sollevato interrogativi di merito (l’esplosivo era diretto in Bosnia o in Croazia?) e polemiche. Esperti di sicurezza interna, alla luce della possibilità di Ramic di muoversi liberamente, da e verso il Paese, malgrado le accuse pendenti e l’essere stato colpito da una misura cautelare, hanno interpretato l’episodio come assenza di volontà, della Bosnia-Erzegovina, di contrastare seriamente il terrorismo.

In verità, per il “brodo” bellico in cui è stato immerso, per la competenza in “unconventional warfare” e per il passato verosimilmente tumultuoso con una divisa indosso, Ramic presentava un profilo più che interessante, da molteplici punti di vista, per i Servizi della giovane democrazia bosniaca. Nemmeno stupisce che, a ferite sociali post-guerra ancora brucianti, si sia stabilito in Francia, Repubblica occidentale cui, a sua volta, possono essere risultati graditi ed utili i “sussurri” di qualcuno che ha maneggiato armamenti da guerra e faceva la spola con una terra balcanica in cui la religione musulmana appartiene a quasi metà della popolazione.

L’enigma si complica però, fino a divenire irrisolvibile, cercando di capire cosa abbia fatto fermare la corsa di Ramic sulla piattaforma italiana del tunnel del Monte Bianco, in un giorno di Polizia presente in forze (formalmente, l’indagine è rimasta in capo alla Squadra Mobile della Questura di Aosta). Uno scenario è quello evocato da lui stesso: criminali danneggiati dalle sue rivelazioni pregresse, che hanno deciso di rimuovere un ostacolo ai loro traffici, nascondendo il tritolo sul Mercedes e “soffiando” di conseguenza.

Un altro è il rovescio della medaglia dei dubbi suscitati in patria dal fermo in Valle: quell’esplosivo non era di altri e non andava a Sarajevo e dintorni, ma doveva fermarsi cammin facendo, in una sorta di “business individuale parallelo” dell’uomo al volante del furgone. La circostanza, arrivata agli 007 con cui collaborava, è valsa al franco-bosniaco una lettera scarlatta da “infedele”, da mettere fuori gioco appena possibile, meglio se distante da casa e lasciando la pratica ad un terzo Paese. Detto, fatto.

Un altro ancora, tuttavia, va individuato nel fatto che, finché è recluso in una cella in Italia, il 56enne di Konjic rimane lontano, fisicamente e con possibili deposizioni, dal processo per crimini di guerra in Bosnia-Erzegovina (ad oggi, non si rinvengono date relative all’iter processuale della sua posizione stralciata), interesse che in un mosaico dalle mille tessere, e tutt’altro che consolidato, come quello dell’ex Jugoslavia, potrebbe anche effettivamente esistere. Per carità, null’altro che ipotesi, formulate oltretutto in assenza di elementi per accreditarne una su altre (va peraltro ribadito che non era questo l’obiettivo dell’azione di Procura e Tribunale di Aosta, circoscritta all’introduzione del tritolo nello Stato) e nella consapevolezza che la questione è destinata a restare insoluta.

Ognuno di questi scenari, resi sostanzialmente plausibili dagli “ingredienti” del caso, assieme ad altri inespressi ma ugualmente possibili, presenta però risvolti (inquietanti, o meno, sono punti di vista), che aggiungono alla storia contemporanea del nostro continente (in particolare, delle sue paure vecchie e nuove, delle sue pagine meno luminose e delle sue fragilità), nonché alla figura di un uomo di mezza età apparso ai cronisti mite e tranquillo, nel suo maglioncino chiaro a righe orizzontali, pure nel giorno in cui molti tradiscono tutt’altra attitudine. Quello in cui un giudice lo ha privato della libertà per oltre tre anni.

Agan Ramic, all’uscita del Tribunale di Aosta, martedì scorso.

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