Giustizia, maglie nere e dodici stelle

Una settimana intercalata da festività tali da consentire la “costruzione” di ponti che nemmeno negli anni del boom economico e l’errabondo cronista non può certo dire di essere stato chiamato al superlavoro. Riguardando il taccuino, per gli ultimi sette giorni restano due sentenze del Tar della Valle d’Aosta (la prima sull’appalto esperito dal Comune di Emarèse per la bonifica di ex cave di amianto e l’altra sul ricorso presentato sulla gara multimilionaria bandita dalla Regione per il servizio ferroviario in Valle), una “direttissima” per un furto da trenta euro (in una lavanderia di Aosta) e il rigetto dell’istanza di scarcerazione presentata dai legali di Marco Sorbara, per cui il consigliere regionale sospeso (accusato di concorso esterno in associazione mafiosa) taglierà il traguardo dei cento giorni in cella.

Di alcuni temi, come l’Operazione Geenna, si è già detto su questo profilo e, considerato come il punto centrale resti la soddisfazione delle esigenze cautelari nelle ipotesi di reato di stampo associativo (con plurimi pronunciamenti della Cassazione a ribadire il carcere quale unica opzione pienamente rispondente), non ci tornerò. La riflessione, peraltro, è un terreno che non ha confini e non c’è da aver paura di lasciarla correre oltre la piccola Valle d’Aosta. Anzi, può essere salutare. In questo senso, è di due giorni fa la Relazione annuale di valutazione sulla giustizia della Commissione europea. Per quanto, al momento, disponibile solo in inglese, il documento è una lettura istruttiva, che si presta a numerose considerazioni.

Una (che emerge già dalla sintesi elaborata dagli uffici comunitari) è complessiva: il sistema giudiziario italiano è lento e ci classifica tra le “lumache” del vecchio continente. Quelle di dettaglio ci dicono poi che, in fatto di contenziosi civili e commerciali, nel 2017 ci sono voluti in media 548 giorni per arrivare ad una sentenza di primo grado, che passano a 843 per una di appello e a 1.299 per il verdetto definitivo.

La giustizia amministrativa non ha brillato di più, con 887 giorni per le decisioni su questo tipo di contraddittorio (campo in cui, malgrado i Tar abbiano ridotto di 38 giorni sul passato i loro “tempi di reazione”, dietro l’Italia ci sono solo Cipro, Malta e il Portogallo). Chi cerca una spiegazione a questi dati s’imbatte, nonostante il nostro sia il nono Paese dell’Unione per soldi spesi nel sistema della giustizia, nella carenza di giudici: sono 10 per ogni 100mila abitanti, classificando la Repubblica al ventitreesimo posto su ventisette (per offrire un termine di paragone, in Croazia e Slovenia il numero è superiore a 40).

Un quadro poco lusinghiero dal punto di vista della performance nazionale non si riverbera solo su un piazzamento modesto, per non chiamarlo mediocre, a livello europeo, ma si riverbera inevitabilmente sulla percezione della giustizia nella penisola. Non più del 37% degli italiani valuta i magistrati indipendenti (peggio di noi la pensano solo in Croazia, Slovacchia, Bulgaria e Spagna). Spostando lo sguardo dalla cittadinanza alle imprese, si sale di poco, raggiungendo il 39%. Segnatevi quest’ultimo dato, perché tra qualche riga ci torneremo.

Ora, sarebbe fin troppo facile salvare a priori l’amministrazione della giustizia in Valle d’Aosta, sottolineando (come ho raccontato in passato per Aostasera.it) che i “numeri” del Tribunale ordinario, in fatto di evasione dei fascicoli di primo grado, per quanto oggi con qualche sofferenza in più, nemmeno sfiorano quelli evidenziati dalle medie nazionali rilevate dalla Commissione europea, oppure che il primato di “ragionevole durata” delle cause tributarie appartiene alla nostra regione. Il nocciolo della questione però non è questo, perché non stiamo ragionando della nostra intramontanità, ma di un paese che da Aosta continua, oltre Pont-Saint-Martin, arrivando fino a Lampedusa.

Il punto, quello vero, lo ha fotografato la Commissaria europea alla Giustizia, intervenendo a Vienna lo scorso 30 novembre. In quell’occasione, la ceca Věra Jourová ha ribadito che: “siamo al lavoro per incrementare la fiducia nella giustizia. Stanziare risorse finanziarie sufficienti per il sistema giudiziario non è un costo, è un investimento. Un Paese con un comparto della giustizia che funziona a dovere sarà più in grado di attrarre investitori”. Guardando a queste parole, e rovesciando i dati appena enunciati della relazione, il giudizio risultante è lapidario: il 61% delle imprese non si sente di investire in Italia, perché non avverte l’indipendenza di giudici e Tribunali.

Mi rendo conto che correndo in un collegio ben definito, cioè quello del nord-ovest, i sei candidati “valdostani” alle elezioni europee del prossimo 26 maggio (Edda Crosa, Marco Gheller, Chiara Giordano, Piero Puozzo, Paolo Sammaritani e Stefano Scopacasa) siano pronti al confronto su temi di portata maggiormente locale, ma in caso di elezione sarebbero anzitutto rappresentanti dell’Italia a Strasburgo e sarebbero i primi investiti da quel “stiamo lavorando” manifestato da Jourová.

Sarebbe troppo sperare, da parte loro, in un gesto “rivoluzionario” rispetto alle passate competizioni, con l’enunciazione, nella campagna elettorale da pochissimo partita, di un progetto e un impegno per risollevare il paese dalla “maglia nera” affibbiatale dal rapporto dell’Unione? L’invocazione, sia chiaro sin d’ora, è a titolo assolutamente individuale, di quelle che ogni cittadino, anche se non guarda ad un ambito preciso ogni giorno per lavoro (come chi scrive), può avanzare. Una risposta non è quindi dovuta (questo profilo non fa tendenza, tranquilli), ma le implicazioni dell’argomento (per quanto la competenza ricada essenzialmente sul singolo Stato) sono ben più profonde di quanto possa sembrare di primo acchito.

Oltretutto, parlare di giustizia farebbe bene a loro sei (perché dimostrerebbe se sono pronti, o meno, ad un mandato che non può essere considerato in modo settoriale), ma anche agli elettori. Da un canto, potrebbero infatti capire se la persona che intendono premiare con il voto possiede quelle competenze sempre più imprescindibili per l’appartenenza ad un’assemblea parlamentare e, dall’altro, un’incrementata fiducia nella giustizia eviterebbe spropositi come il sentir urlare, specie nei bar del centro, all’“ondata di giustizialismo” ad ogni inchiesta nuova aperta dalla magistratura. Indagare, per una Procura, è normale. Giudicare, per un Tribunale, anche. Non deve fare paura, non deve ingenerare sensazione. Se accade, quella è la misura del terreno da recuperare verso un Paese normale.

P.S.
Molti dei candidati, “taggati” originariamente su Facebook, avevano risposto di buon grado a questa nota. Chi fosse iscritto al social di Zuck, può leggere qui, nei commenti, le loro reazioni.

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