Fisco, allarmi e clessidre

Con le famiglie riunite per il week-end pasquale, anche se farà (sor)ridere chi visita spesso questo profilo, la parola d’ordine per l’errabondo cronista diventa: “sintesi”. La notizia da cui partire, scorrendo la settimana che si chiude, è necessariamente l’iscrizione nel registro degli indagati dell’amministratore unico del Casinò, Filippo Rolando, per omesso versamento di 1,2 milioni di euro di ritenute alla fonte. In sostanza, per non aver pagato allo Stato le imposte dovute su stipendi e compensi versati nel 2017.

La politica sull’orlo di una crisi di nervi

L’emergere dell’accusa è stato come una tanica di benzina versata su una scena politica già in autocombustione. In una “due giorni” di Consiglio Valle con i nervi a fior di pelle, culminata nella sconfitta della maggioranza su un atto proposto dall’opposizione, i gruppi che sostengono la Giunta si sono riuniti, prendendo atto dell’indagine “con grande preoccupazione” e annunciando, in una nota al riguardo, la volontà di procedere ad approfondimenti. Non si sa, ad oggi, cosa significherà praticamente. In attesa di arrivarne a capo (e sperando che nessuno abbia in mente di affidare ad esperti pagati dalla collettività l’analisi dell’attività di un amministratore, scelto perché esperto), merita provarci in autonomia, nel piccolo di queste righe.

I termini della questione

Gli aspetti della questione sono due: uno giuridico ed uno aziendale. Il primo è ben delineato nel decreto con cui il Gip Giuseppe Colazingari ha accordato al pm Luca Ceccanti il sequestro della cifra contestata, eseguito dalla Guardia di finanza sui conti correnti della “Casino de la Vallée” Spa. Rolando ha sottoscritto il Modello 770 del Casinò depositato il 30 ottobre 2018, dal quale emergeva il totale delle ritenute dovute. Andavano versate entro la presentazione della dichiarazione, ma a febbraio di quest’anno l’Agenzia delle entrate ha comunicato che soldi non ne aveva ancora visti. La Procura, sviluppati altri accertamenti, ha quindi indagato l’amministratore unico (la cifra supera la soglia della rilevanza penale del reato) e chiesto di sequestrare la somma, a tutela del credito vantato dallo Stato.

La Casa da gioco ha avviato una procedura di concordato, ma per il Gip non metteva “in pausa” l’obbligo fiscale. Lo avrebbe fatto se il Casinò vi fosse stato ammesso prima dello scadere del termine per il pagamento, ma ciò è avvenuto il 13 novembre 2018, quindi quattordici giorni dopo. Fin qui la contestazione, cui è tuttavia doveroso aggiungere che, secondo vari pronunciamenti della Cassazione, “il pagamento integrale del debito tributario comporta l’estinzione del reato”. Essendo stato individuato e “congelato” l’importo necessario, diventa difficile pensare ad un epilogo della vicenda diverso.

Chi doveva fare cosa?

Sul versante della vita aziendale, l’approfondimento è più ampio ed è un peccato che – anziché limitarsi a definire “atto dovuto” l’apertura dell’indagine (osservazione tutto sommato pleonastica, perché ad esercitare l’azione penale il pm è obbligato dalla Costituzione, figurarsi di fronte ad una notizia di reato proveniente da un’amministrazione dello Stato) – non sia stato lo stesso Amministratore unico a sottolineare, nella sua reazione a mezzo stampa, alcuni aspetti. Per coglierli, serve ripercorrere la storia recente dei vertici della Casa da gioco.

L’ultimo au “di lungo corso” a Saint-Vincent è stato l’avvocato Giulio Di Matteo. La Giunta regionale lo revoca il 9 ottobre 2018, dopo diciotto mesi di responsabilità del Casinò. Viene sostituito da un Consiglio di Amministrazione di tre componenti, presieduto da Manuela Brusoni, che si dimette nel giro di una quindicina di giorni, il 26 ottobre. Nel farlo, consegna alla Regione una relazione sulla situazione della Casa da gioco. La repentinità del gesto e i contenuti del documento mettono in allarme anche la Procura diretta da Paolo Fortuna, che il giorno stesso sente due componenti dell’organo e procede agli accertamenti destinati a sfociare nell’istanza fallimentare. Intanto, l’Assemblea dei soci, il 29 ottobre, designa Rolando, per il suo profilo di “ristrutturatore”.

Date alla mano, il nuovo au inoltra al fisco il Modello 770 a nemmeno ventiquattr’ore dal suo insediamento. Non poteva fare altrimenti, perché il termine fissato per la dichiarazione scadeva il 31 ottobre. Alla luce di tutto questo, più che mettere “sotto osservazione” l’attuale manager per l’inchiesta venuta alla luce, le domande che i consiglieri di maggioranza, da soci dell’azienda, dovrebbero porsi diventerebbero altre. Quell’adempimento andava curato, ed è stato quindi omesso, da qualcuno prima di lui? Perché non vi si è dato corso prima? C’era forse un problema di liquidità che lo ha impedito (e, se sì, quanto era grande, visto che le pendenze con il fisco, anche in condizioni di indisponibilità economiche, sono prioritarie per legge)?

Quella pazza voglia di revoca

Interrogativi doverosi, ma la sostanza delle perplessità della maggioranza non sembra questa. Rispunta infatti, nei toni del comunicato e nell’affanno tra aula consiliare e dintorni, la sensazione di esponenti politici desiderosi di “silurare” chi ha impostato il cammino concordatario. Vuoi perché espressione di una Giunta dai colori (in parte) diversi da quella in carica oggi, vuoi perché la procedura intrapresa è vista da più d’uno dei condottieri sulla tolda della Regione da più mandati, per la generata emersione di informazioni sulla gestione aziendale pregressa, come fonte di possibili grattacapi, specie in prospettiva Corte dei Conti.

Alcuni sono solamente abbozzati (vedi il capitolo sugli immobili del piano depositato in Tribunale), mentre altri si sono conclamati proprio questa settimana, leggasi i 48 milioni del “debito postergato” verso Finaosta in procinto di finire nel giudizio contabile di secondo grado sui finanziamenti al Casinò. Oltretutto, in quell’udienza dieci consiglieri in carica rischiano la lite pendente con la Regione, circostanza per loro potenzialmente devastante e tale da farne questione ad altissima tensione.

Malgrado le dichiarazioni pubbliche corali di “il concordato resta l’unica via d’uscita per risanare il Casinò”, di denti avvelenati verso Rolando e la soluzione tecnica da lui individuata, tra piazza Deffeyes e via Piave ve n’è quindi più d’uno. A quei palati indolenziti, l’indagine per omesso versamento delle ritenute ha offerto un tema goloso, tutto da sfruttare. Continua però a sfuggire loro, ma non agli sguardi provenienti dall’esterno di Palazzo regionale, che la Procura rimane convinta che l’azienda versi nelle condizioni di un inevitabile fallimento (e non ha mai ritirato l’istanza in tal senso) e che il Tribunale segue millimetricamente il percorso della procedura.

Dopodiché, ricordando com’era finita non più tardi di quattro mesi fa la ricerca di un’“alternativa” alla procedura concorsuale (condotta peraltro in via tanto riservata da essere finita sulle pagine dei giornali) – vale a dire con mezza Giunta davanti a un pm in cerca di chiarimenti – qualcuno in Consiglio Valle crede davvero che sia anche soltanto ipotizzabile lasciare ora la via concordataria? Che sia sostenibile un madornale “Scusate, abbiamo scherzato”, per abbracciare una formula diversa, magari rispolverando le iniezioni di finanza pubblica previste dalla legge regionale del 2017 a sostegno del piano aziendale Di Matteo (su cui la Sezione di controllo della Corte dei Conti ha manifestato perplessità e annunciato approfondimenti)?

Insomma, da parte della classe politica, un approccio al dossier più pudico, meno conflittuale e scevro da strumentalizzazioni indotte da valutazioni estranee all’alveo tecnico-amministrativo, non è più rinviabile. Se il concordato ha messo nero su bianco cifre e dati, oltre ad aver imposto correttivi (come quelli sul personale), tali da sollevare un sinora impenetrabile sipario sul festival della spesa e del consenso elettorale in cui si è trasformato il Casinò in era recente, per chi potrebbe essere chiamato in causa rappresenterà anche una maledizione, ma per i valdostani ha un merito. Quello di aver identificato la malattia. Non si può dire oggi se quella messa in campo dal taciturno (almeno con i giornalisti) Rolando sia la miglior soluzione. Se la cura riuscirà si vedrà a partire dal 9 luglio, quando i creditori voteranno in assemblea sulla proposta di piano, ma senza conoscere il nome del male era impossibile tentare qualsiasi rimedio.

A.A.A… Aosta, cercasi giudici disperatamente

Il lavoro dell’ufficio inquirente e le sue ricadute sulle strutture giudicanti di via Ollietti rappresentano, peraltro, le due facce della medaglia della questione sollevata, l’altro ieri, dal presidente del Tribunale, Eugenio Gramola. La Procura, riorganizzata ad organico completo e con alcuni cardini del contesto locale (come la Pubblica amministrazione) sotto la lente d’ingrandimento, ha generato un flusso di fascicoli “mai visto prima”.

Morale, oltre ai problemi con il personale amministrativo (falciato da “quota 100”) e alla sofferenza del Giudice di pace (prossimo a scadenza e improrogabile, in assenza di deroghe), servono due magistrati in più, da assegnare alle funzioni di Gip e di Gup, ufficio andato in debito d’ossigeno, con conseguente dilatazione dei tempi dei procedimenti e di risposta alle istanze cautelari (vedi il sequestro del bar “Rocce Nere” a Cervinia, chiesto dal pm quand’era ancora un cantiere ed accordato dal Gip ad opera già realizzata e locale aperto).

L’invocazione è tutta rivolta al Consiglio Superiore della Magistratura e al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Forse per questo non ha suscitato particolari sussulti nell’opinione pubblica valdostana. Silenzio tombale, in particolare, da sindacati ed associazioni costantemente in prima linea nello sventolare lo stendardo della legalità alle fiaccolate. Male, perché il tema della sabbia che scivola sempre più copiosa nella clessidra di un Tribunale è tutt’altro che tecnico-burocratico. Se l’imputato ha il diritto (e vicende come quella occorsa di recente all’ex pm Longarini riportano il punto d’attualità) di avere un processo non solo equo, ma anche rapido, una giustizia che funziona è interesse pure di chi non è coinvolto in processi (e si comporta per non esserlo).

Alla commissione di un reato corrisponde sempre un diritto altrui, individuale o collettivo (quindi anche nostro), calpestato, non riconosciuto, o azzerato. L’ideale sarebbe un mondo senza delitti, ma le utopie, per quanto affascinanti, restano tali. Strutture ed uffici in grado di rispondere con efficacia alla missione giudicante aumentano quindi le garanzie della comunità di vivere meglio, oltre a motivare ulteriormente entità come le forze dell’ordine nella loro azione quotidiana.

Volendo prendere riferimenti concreti, tra le notizie rilevanti raccontate questa settimana per Aostasera.it si annoverano le sentenze su una truffa (particolarmente antipatica) ai danni di un’anziana di Quart e l’inizio del procedimento, proprio davanti al Gup, per un concorso pubblico che la Procura ritiene “taroccato” (e ne accusa un primario del “Beauregard”). Nel primo caso, fatti di fine 2016, nel secondo del 2018. Siamo sicuri che discostarsi da tempi del genere, con un vaglio più lento di fatti e circostanze, oltre a compromettere una tradizione di eccellenza del Tribunale aostano, farebbe della Valle (piccola e con risorse economiche non indifferenti) un luogo più civile?

Se avete risposto “no, affatto”, disponete anche della miglior ragione per cui l’indifferenza non è la moneta da riservare a chi conduce una battaglia per mantenere un sistema essenziale alla democrazia al passo con i tempi, come il presidente Gramola (che è da trent’anni ad Aosta e nell’intervista video cui non si è sottratto sviluppa anche considerazioni tutt’altro che banali sulla realtà locale e sulle sue esigenze di giustizia). Constatato, tornando al (sor)riso su cui queste righe si erano aperte, che la sintesi non era la sorpresa nell’uovo aperto poco fa, buona Pasqua a tutti!

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