Dopo le sentenze, l’ora legale

La battuta è perfino scontata, ma al cronista che ha trascorso una settimana accampato in via Ollietti riesce difficile trattenerla (e, in fondo, è un omaggio all’indimenticabile “Cuore” degli anni Novanta): sarà un caso, almeno per la Valle d’Aosta, che l’ora legale torni proprio questo week-end?

E’ così: i sette giorni appena passati hanno visto concludersi, con condanne significative, il primo grado dei processi nati dalle due inchieste che hanno fatto correre più inchiostro (anche virtuale) dal 2017 ad oggi. Parliamo di quelli sui 140 milioni di finanziamenti della Regione al Casinò e di #corruzionevda, così ribattezzato perché legato a una presunta serie di episodi di mercimonio delle funzioni pubbliche, in cambio di utilità di varia natura (anche elettorali), emersi nell’ambito della “galassia” delle società partecipate dalla Regione Autonoma Valle d’Aosta.

Nel primo, un po’ come nella trama del film di Scorsese che si muove nelle sale di Las Vegas (con Robert De Niro e Sharon Stone che fanno rimpiangere la Hollywood di allora), il colpo di scena non è mancato. Il procedimento – basato su imputazioni di falso in bilancio e truffa – si era infatti chiuso lo scorso novembre, per sette degli otto coinvolti nelle indagini, con un’assoluzione “perché il fatto non sussiste”.

L’aveva decisa il Gup Paolo De Paola, che aveva anche rinviato a giudizio (a seguito della mancata scelta di un rito alternativo in subordine, dopo che la sua richiesta principale era stata bocciata) l’ex amministratore unico della casa da gioco dal 2008 al 2015, Luca Frigerio. Proprio a lui, mercoledì scorso, è toccato comparire davanti al Tribunale in composizione collegiale.

Come gli altri imputati ha chiesto il rito abbreviato (condizionandolo, però, all’audizione del suo consulente tecnico, il commercialista Corrado Ferriani, ed uno ne è stato sentito anche dal pm Eugenia Menichetti), ma a differenza degli altri (tra i quali gli ex assessori alle Finanze Mauro Baccega, Ego Perron e Augusto Rollandin) è stato condannato: 4 anni di carcere e 120 milioni di euro da risarcire alla Regione, perché ritenuto responsabile di entrambi i reati contestati.

La sola differenza tra i due procedimenti, oltre al cambio di magistrati giudicanti e di avvocati difensori (il pm era lo stesso), è nell’acquisizione agli atti del processo di questa settimana, chiesta ed ottenuta dalla Procura, delle tre “lettere di patronage” spedite nella primavera 2014 dall’allora Presidente della Regione a tre banche creditrici del Casinò, sulle quali uno dei sostituti del procuratore capo Paolo Fortuna sta indagando (e ha già sentito, tra gli altri, la Giunta in carica allora).

A parere di chi scrive, sostenere che quelle tre missive abbiano fatto la differenza rispetto all’altro giudizio, è fare torto agli inquirenti. E’ evidente che i magistrati che hanno preso in mano il caso (il collegio di questa settimana era presieduto da Eugenio Gramola e vedeva Marco Tornatore e Maurizio D’Abrusco come giudici a latere) abbiano interpretato i fatti su cui ha indagato la Guardia di Finanza in modo totalmente diverso, e giungendo quindi a conclusioni opposte, dal collega occupatosene in precedenza.

Una circostanza che, nella sua indecifrabilità ai non “addetti ai lavori”, rilancia il dibattito su alcuni aspetti della giustizia e dei suoi meccanismi. Una volta di più, l’ordinamento italiano offre la risposta, disegnato com’è stato (non senza lungimiranza sui tempi) su un sistema che, per amplificare al massimo il carattere di impersonalità e terzietà delle decisioni, prevede tre gradi di giudizio. La sentenza novembrina del Gup è già stata impugnata dalla Procura. Quella giunta in settimana, non appena saranno disponibili le motivazioni, con tutta probabilità lo sarà da parte dei legali di Frigerio.

La palla passa quindi nel campo della Corte d’Appello, a Torino. Trattandosi degli stessi fatti e della medesima indagine, il gruppo di otto imputati potrebbe essere anche ricongiunto in un unico processo di secondo grado. Sarà l’occasione in cui giudici ancora diversi si confronteranno con il fascicolo, che non hanno mai visto prima. E’ evidente che le parti ci arriveranno con stati d’animo contrapposti: la Procura sperando di vedere l’esito di mercoledì estendersi al pronunciamento di novembre, Luca Frigerio e i suoi legali con quello di rientrare nella formula decisa per la prima sentenza. E il procedimento potrà poi essere oggetto di vaglio conclusivo da parte della Corte di Cassazione.

Che dire, ci vorrà del tempo, ma occorre esserne consapevoli e ricordarsi che, per quanto la logica di “c’è chi vince e c’è chi perde” piaccia molto ai giornalisti (e, spesso, ancora di più ai lettori), i procedimenti penali attengono alla possibile privazione della libertà delle persone. La cosa più sbagliata sarebbe aspettarne gli esiti in clima calcistico, dividendosi tra innocentisti e manettari (fazioni che, peraltro, spesso si formano sulle simpatie o antipatie per gli imputati, senza avere nulla a che fare con le tesi accusatorie e difensive).

Discorso prospettico identico, per l’immediatamente annunciata volontà di ricorrere da parte di tutti i legali coinvolti, vale per #corruzionevda. Alla sbarra c’era il Presidente della Regione all’epoca dei fatti Augusto Rollandin e, alla luce del giudizio di colpevolezza arrivato giovedì pomeriggio, il quadro dipinto dalla sentenza (per quanto non definitiva sul piano processuale) è desolante per un luogo in cui l’amministrazione regionale è strettamente connessa al tessuto sociale: il massimo ufficio pubblico in Valle d’Aosta è stato corrotto, così come l’ex vertice di un eccellenza della Valle, il Forte di Bard, e il titolare di una impresa alimentare di grandi dimensioni.

La vicenda, per il coinvolgimento del protagonista assoluto della politica valdostana negli ultimi quarant’anni, apre la porta a riflessioni che non sono strettamente giudiziarie. Qualcosa ho provato a dire sulla mia bacheca FB la sera stessa del verdetto. Più incisivo di me è stato il collega Luca Ventrice, che ha analizzato l’accaduto in un editoriale per Aostasera.it tutto da leggere (non ne facciamo spesso, ma quando ce n’è motivo, ci esentiamo dal silenzio). Molto, ne sono certo, verrà ancora detto in merito.

Peraltro, l’interrogativo posto da Cicerone a Catilina (Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia? / Fino a che punto si spingerà [la tua] sfrenata audacia?) nel componimento cui i Carabinieri del Reparto Operativo hanno attinto per dare il nome alla loro indagine (“Effrenata Audacia”, nata quale costola dell’operazione “Geenna” della DDA di Torino, su infiltrazioni ‘ndranghetiste ad Aosta e dintorni, e nemmeno questo è fatto rassicurante) non suona, nemmeno per chi non ha fatto il Liceo classico, esattamente estraneo al milieu politico valdostano.

Tornando al processo, i dettagli della sentenza e le reazioni dei difensori li trovate nel pezzo scritto nel pomeriggio in cui il Gup l’ha pronunciata. Nei giorni successivi sono emersi anche alcuni degli elementi (per quanto già trattati dai media all’epoca dell’inchiesta) su cui il pm Luca Ceccanti e i difensori si sono confrontati, anche in modo acceso, in aula, dopo una preparazione – chi ha avuto modo di vedere le parti lo sa – decisamente meticolosa.

I giornalisti, come era già successo mercoledì, sono rimasti fuori dalla porta. Anche in questo caso, gli imputati avevano preferito il rito abbreviato. Il perché non è difficile da capire: la decisione del giudice si basa solo sugli atti (quindi, no a testimoni e ai possibili scenari che le loro parole potrebbero aprire), prevede uno “sconto” di un terzo della pena in caso di condanna e le udienze a porte chiuse. Gli imputati potrebbero acconsentire ad aprirle ai cronisti (che spesso lo chiedono), ma non ne è ancora nato uno che lo faccia.

E’ evidente che non li si possa biasimare, men che meno pubblicamente, per le loro scelte: esiste una facoltà, se ne avvalgono. Tuttavia, c’è da chiedersi quanto “blindare” un’aula di Tribunale si attagli, in generale, a sentenze che sono comunque emesse “in nome del popolo italiano” e, nel caso specifico, a fatti che riguardano pubblici ufficiali e contesti finanziati con risorse economiche della collettività (le partecipate lo sono). A questo, aggiungo – a costo di sembrare ingenuo – un rincrescimento personale: avrei ascoltato molto volentieri le arringhe dei professori Carlo Federico Grosso e Gilberto Lozzi, che molti ricorderanno ai tempi della loro formazione universitaria torinese.

I professori Grosso e Lozzi (da sx) in una pausa dell’udienza.

Tornando alla lungimiranza del legislatore, nel caso di come sono state scritte le modalità del rito abbreviato al momento della riforma del Codice penale, mi sento di essere meno generoso di qualche riga fa: lo “sconto” di pena sarebbe stato “premio” più che sufficiente per l’imputato che se ne avvale, senza aggiungervi la “restrizione” delle udienze. A meno di pensare male (ma forse, come diceva uno dei costituenti, spesso ci si azzecca), concludendo che in questo Paese le leggi le scrive chi sa bene che, prima o poi, gli toccherà incorrervi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...