Anche per il Giudice era #corruzioneVdA

L’estate scorsa, intervistandolo sul suo primo anno ad Aosta, il procuratore capo Paolo Fortuna mi disse: “La corruzione in Valle c’è e non è connotata da episodicità”. Subito dopo aggiunse che “determinate funzioni pubbliche sono state rivestite da taluni con una preponderante propensione all’accumulo di interessi propri. Circostanze che sono state indagate e sono diventate fatti di reato”. I primi di quei “taluni”, con le condanne arrivate nel pomeriggio di oggi al termine del processo #corruzionevda, hanno dei nomi e dei cognomi e li trovate, con tutti i dettagli della sentenza, e le reazioni dei loro difensori, in questo pezzo.

Si tratta di un verdetto di primo grado, quindi non definitivo e suscettibile di essere ribaltato da Corte d’Appello o Cassazione: su questo principio non devono esservi dubbi e, convinto come sono dell’equilibrio del nostro ordinamento, lo ripeterò fino al mal di testa (mio e di chi legge). Però, continuando nel ragionamento di quel giorno del procuratore capo Fortuna, “le indagini e i procedimenti penali hanno un perimetro ben preciso: fatti, circostanze e persone cui sono relativi”. Morale, le forze politiche e la comunità non possono pensare che la faccenda sia chiusa con la sentenza odierna. Il ricambio dei decisori non si delega ai pm. Dov’è accaduto (vedi Milano 1992), il risultato complessivo non è finito esattamente nel faldone delle eccellenze.

Se – sensazione difficile da allontanare – questo procedimento (che aveva per contesto il sottobosco delle partecipate regionali), quello (ancora in corso) legato alla nomina del presidente di Finaosta e quello (ancora in fase d’indagini preliminari) sulle “lettere di patronage” alle banche creditrici del Casinò, vedono alla sbarra soprattutto un metodo, a base di decisioni assunte “dall’uomo solo al comando” (ma ci sarebbe da pensare anche a quanto tale solitudine abbia fatto comodo a molti, nel tempo), allora, indipendentemente dalle sanzioni penali arrivate (o che arriveranno) ai vari coinvolti, la differenza va marcata anzitutto su altri piani: quello politico, quello dell’amministrazione e quello dell’opportunità. Anzitutto, perché vengono tutti prima di quello giudiziario.

Se si ritiene che quella “Efferata Audacia” (dal latino “Sfrenata Audacia”), toccata con mano dai Carabinieri nell’inchiesta sfociata nel procedimento (e quindi nel verdetto) di oggi, debba stare fuori dall’apparato pubblico della Valle d’Aosta – anche perché non calza esattamente a pennello sull’Autonomia immaginata per la nostra regione (che ha nella dignità di chi è chiamato all’autogoverno un elemento fondante) – allora si deve ricorrere ad altri valori e metodi. Prendere atto, stigmatizzare e vergare slogan sui social non basta (specie se poi, nel teatrino collettivo, finiscono scene succose, come detentori di condanne in giudicato che chiedono le dimissioni di un indagato, o sostenitori di “grande collaborazione con la Procura” che non si costituiscono parte civile nei procedimenti in cui la Regione – quindi i valdostani – è persona offesa).

Non è con la sospensione di Rollandin da Consigliere regionale, che scatterà per effetto della “Legge Severino”, quindi per un automatismo normativo, che la Valle potrà dire di aver girato pagina rispetto a un metodo. Lo farà, o meglio inizierà a farlo, nel giorno in cui qualcuno, in una delle riunioni che duravano venti minuti quando andavano lunghe e in cui il risultato finale delle votazioni prevedeva astenuti o contrari in numero dispari ed inferiore a tre, lo guarderà in faccia e gli dirà che che “lo tsaten arreuve pa à Janvieur” (l’estate non dura fino a gennaio), cioè che le stagioni (politiche, ovvio) non sono eterne (anche per consentirgli di difendersi adeguatamente nei processi ancora da definire). Esiste quel qualcuno? Lo diranno i prossimi mesi. In caso contrario, politica e forze sociali avranno abdicato al loro ruolo naturale.

La Procura non ha fatto altro che il suo lavoro: accertare e chiedere di punire condotte illegittime. Visto l’esito del procedimento, può anche essere soddisfatta di come lo ha fatto. Il cambiamento è però un affare maledettamente collettivo e origina da comportamenti quotidiani. Se la sentenza di oggi segna, per quanto non definitiva, un “prima” e un “dopo” – perché è innegabile che sia così, per svariate ragioni – da domani la sfida della classe dirigente e della comunità che la esprime diventerà mostrare di aver capito rispetto a cosa.

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