La politica sfila in Procura, tra confusione e (presunta) furbizia

La sfilata dei vertici politici di piazza Deffeyes ieri in Procura, nell’ambito degli accertamenti connessi all’istanza fallimentare sul Casinò (che ho raccontato qui), è un’altra pagina di una stagione della Valle in cui si moltiplicano gli interrogativi della comunità, destinata ad aggiungersi ad altre precedenti, ugualmente foriere di domande.

Una stagione che riporta prepotentemente all’attenzione collettiva quanto l’esercizio dell’Autonomia presupponga, anzitutto, da parte della classe dirigente, senso dei ruoli e piena consapevolezza delle regole. Caratteristiche pre-politiche, sinonimo, ancor prima delle progettualità (nelle quali trovano poi declinazione le sensibilità politiche differenti), di responsabilità.

Non si può (più) concepire di esercitare autogoverno senza partire dai suoi confini normativi, tracciati dal compendio legislativo della Regione e dello Stato, senza consegnare al passato l’auto-referenzialità dell’assise regionale (derivante, peraltro, da un potere di spesa che non c’è più), senza guardarsi in faccia e dirsi che modelli amministrativi in cui controllori e controllati (spesso) quasi coincidono non sono una gran assicurazione sul futuro (per non scendere nell’aspetto etico). Ebbene, letta alla luce di queste considerazioni, la giornata di ieri non riesce ad apparire confortante sulle prospettive future.

E’ umanamente comprensibile che, per chiunque, essere convocati da un pubblico ministero (ufficio deputato all’esercizio obbligatorio dell’azione penale, meglio non dimenticarlo) non sia una passeggiata, nemmeno nella veste di “persona informata sui fatti”, per quanto ben più semplice di quella di indagato.

E’ ugualmente comprensibile che, da parte di un politico, – quindi di una figura con il consenso elettorale e la reputazione quali variabili non trascurabili del suo orizzonte quotidiano – di fronte a una circostanza del genere venga tentata una qualche “compensazione”, specie agendo a livello mediatico, per attutire l’impatto sulla propria immagine.

Non è comprensibile né accettabile, tuttavia (e su questo occorre essere intransigenti), che si cerchi, nell’attuazione di tali tentativi (quindi rivolgendosi alla comunità, attraverso l’intermediazione dei media), una deformazione strutturale delle circostanze. Non lo è proprio perché denota, nella migliore ipotesi, scarsa sensibilità per i già menzionati ruoli e regole, o, nella peggiore, malafede.

Il neo-Presidente della Regione Antonio Fosson (figura investita anche di funzioni prefettizie, meglio non scordare nemmeno questo), ieri all’uscita da palazzo di giustizia, ha inserito tra i “compiti di questa Giunta che ho l’onore di presiedere” il “dialogo con l’autorità giudiziaria”. Ha poi riassunto l’essere rimasto un’ora dal pm come “un dialogo, chiaramente sul Casinò, molto positivo”.

Ora, un’istituzione regionale, così come una dello Stato, o ancora una locale, non “dialoga” con l’autorità giudiziaria inquirente. Se un pm ravvisa ragioni per interpellare un uomo di governo, lo fa (chiaramente, secondo le procedure stabilite dalle norme e riconoscendo le garanzie del caso), sennò sono cammini che l’ordinamento ha disegnato separati e destinati a non incrociarsi.

Qualora convocati, presentarsi per rispondere non è una “mission”, non è andare a prendere un caffè con un altro attore del sistema pubblico per illustrargli gli obiettivi di una maggioranza consiliare, ma l’assolvimento di quanto potrebbe venire richiesto a qualunque cittadino, nel nome di quell’uguaglianza dinanzi alla legge ricordata sulla parete di ogni Tribunale. Inoltre, una convocazione in Procura da “persona informata” difficilmente presenta, per chi ne è stato raggiunto, esito “positivo” o “negativo”: sarà il magistrato a stabilire se quello che ha sentito gli è utile, o meno, rispetto a ciò su cui sta lavorando.

L’approccio intellettualmente onesto dei rappresentanti istituzionali a temi del genere deve diventare una pretesa, da parte della comunità valdostana. La forma, ad un determinato livello, diviene sostanza. L’Autonomia regionale, per quanto includa potestà esclusive, non va dai bastioni di Orione alle porte di Tannhauser. Gli organi dello Stato, da Pont-Saint-Martin a Courmayeur, esistono. In alcuni casi possono avere obiettivi comuni a quelli locali, ma tentare di farli apparire “amici di famiglia” di Giunta e Consiglio Valle non solo non è oggi verosimile, ma non è nemmeno elegante, perché se il regime speciale è figlio di un patto, questo presuppone due parti: è un fatto di dignità reciproca (e per pretenderla, va riconosciuta).

Ricordarlo, non è essere nemici della Valle, né rinunciare a rivendicazioni che sono legittime (e nemmeno al contenzioso, se necessario), ma invocare una maturità che non è più rinviabile per chi intende occuparsi del futuro di questa regione. Una maturità in cui sono iscritte le risposte alle tante domande dei cittadini in quella che ci appare come una strana stagione senza precedenti, ma che non è così lontana da ciò che dovrebbe essere la normalità. Capirlo sta soltanto a noi.

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